Il calcio è, per antonomasia ed eccellenza, uno sport virile; da qualsiasi angolazione lo si guardi. Quello del “macho etero”, per intenderci.

Sei un vero bimbo se ti iscrivi ad una scuola calcio, sei parte di un gruppo “di soli uomini” se tifi per una squadra e vai allo stadio ogni domenica. Sei un vero padre se accompagni tuo figlio agli allenamenti e sei fiero se cresce “forte in campo”.
Avremmo una lunga lista di elementi, dettata dalla nostra tradizione culturale, che ci permette di associare, secondo un’unione tutt’altro che labile, il calcio al maschio alfa.
Ora, la domanda che cerca risposta è: come è possibile che tra centinaia di giocatori che invadono ogni giorno il campo di pallone, nessuno abbia mai voluto o sentito il bisogno di fare “outing” e definire il suo orientamento sessuale?
Ve lo siete mai chiesti?

Qualcuno l’ha fatto e ha invitato altri a farlo. Lo scorso mese è andato in scena al Teatro Sannazaro di Napoli “Pochos”, uno spettacolo scritto e diretto da Benedetto Sicca, con un cast di cinque empatici e giovani interpreti composto da Francesco Aricò, Emanuele D’Errico, Dario Rea, Francesco Roccasecca ed Eduardo Scarpetta.
Iniziamo col dire che “Pochos” è tratto da una storia vera, e lo precisiamo con la speranza che possiate prestare ancora più attenzione.
Tutto inizia sette anni fa, un giovane napoletano omosessuale scrive su una chat di appuntamenti gay con l’invito a giocare una partita di calcetto. In poche settimane la “partitella a pallone” diventa una consuetudine e i ragazzi decidono di formare una squadra.
“Pochos” è il nome con cui si battezzano, significa “scugnizzi” in spagnolo, ma è soprattutto il soprannome dell’ex attaccante del Napoli Lavezzi. Durante una serata di presentazione della squadra, inaspettatamente, arriva la stampa. I giovani calciatori si trovano per la prima volta a combattere le loro paure e a condividere pubblicamente la loro omosessualità.
E Benedetto Sicca parte proprio da qui. Racconta, attraverso un’allegra riflessione, il percorso di liberazione che hanno intrapreso i veri Pochos. I giovani attori vanno in scena con il loro completino personalizzato, si spogliano, si allenano, si lavano e si vestono di nuovo.
Come fanno tutti, etero e non. Sono cinque giovani calciatori che descrivono il loro senso di inadeguatezza e raccontano le loro storie con la libertà tipica del teatro di “fare storie a brandelli”.

«Noi non ci proviamo nemmeno a creare un filo conduttore, lasciamo le scene completamente libere di fluire nelle vostre teste» – spiega Eduardo sul palco.

Sono utilizzati i massimi sistemi teatrali e linguistici, i ragazzi interrogano e invitano il pubblico a collaborare, leggersi dentro e sentirsi più leggeri. Agli spettatori è chiesto di unire quei “pontili” e porsi delle domande; l’idea è quella di un teatro che non finisce con gli applausi, lo spettacolo deve iniziare nella testa delle persone quando tornano a casa.
La scenografia piuttosto semplice è quella dello spogliatoio di un campetto, avvolto tra luci soffuse.
Ogni tanto qualche spiraglio illumina i volti dei protagonisti come per dire “io ci sono, sono pronto a parlare e non voglio essere il solo”.
“Quando sono a teatro difficilmente ho paura. L’unica cosa che può spaventare è il fatto di non riuscire ad arrivare agli spettatori, ma in questo caso ho sempre avuto l’idea che il messaggio fosse molto diretto” – ci rivela Benedetto Sicca.
“Conosco i Pochos dalla nascita e circa due anni fa la loro storia è stata per me una fiamma. Una fiamma che è stata seguita da un importante processo di ricerca; abbiamo seguito i Pochos durante gli allenamenti e nelle loro case. Abbiamo trasformato le nostre idee in video ed interviste. La cosa importante in questo lavoro è l’arte collettiva, il confronto e la condivisione” conclude.
Insomma, che i Pochos siano comuni appassionati di calcio è assodato, ma la domanda iniziale resta aperta a tutti: è davvero possibile che nessun calciatore di Serie A sia omosessuale?
È davvero possibile che nessun calciatore di serie A, ad oggi, abbia il coraggio di abbattere le barriere e fare outing? Quale tracotanza detta legge nel mondo del calcio?

di Giovanna Cirillo

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°202 – FEBBRAIO 2020

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