La rosa blu di Tony Laudadio

Padre nostro che sei nei cieli…
venga il tuo regno,
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra…
non ci indurre in tentazione
ma liberaci dal Male.
Amen.

Ve lo immaginate un mondo senza male? Un mondo in cui il seme della violenza è estirpato, eliminato alla radice? Tony Laudadio sì!

È questo lo scenario in cui si apre il suo nuovo romanzo Il blu delle rose”, edito da NNEditore. Elisabetta Russo è una scienziata, una ricercatrice genetica, la quale è giunta ad una sensazionale scoperta: quella del gene C. Il gene C è il gene della violenza, dell’aggressività umana , parte costitutiva del nostro DNA. I progressi scientifici del mondo futuristico, raccontatoci dall’autore, hanno portato all’isolamento del gene, alla sua eliminazione e conseguenzialmente alla costruzione di un’umanità pacificata. Un mondo nuovo in cui vi è meno violenza e più pace. Ma a che prezzo?

Tony Laudadio ci ha presentato il suo libro al palazzo Paternò di Caserta, evento organizzato da MariaTeresa Schettino, insieme all’amico e scrittore Antonio Pascale.

L’autore ci ha raccontato della genesi del romanzo, di come il tema del male lo abbia scosso fin dall’infazia quando bambino ascoltava la recita del Pater Noster all’istituto salesiano di Caserta. Di come, durante gli anni, il confronto con lo stesso tema si sia approfondito e la riflessione lo abbia poi condotto ad affrontare argomenti contemporanei ed urgenti nel nuovo romanzo.

Il libro è una difesa dell’Umanesimo, ovvero dell’idea che l’uomo è il creatore dei propri valori: distruttivi o positivi che siano. Costruire un futuro pacificato, privo del male è un ideale auspicabile, voluto, ricercato. I personaggi sono convinti che il mondo così costruito sia il migliore possibile, lontano da violenza e odio.

Ma un mondo del genere è reale? E come si è riusciti a realizzarlo? Queste sono le prime domande che fanno vacillare Elisabetta, finora convinta delle proprie certezze. Eliminare la violenza con la repressione è giusto? Il bene non sembra più cosi definitivo. Si può realmente estirpare il male dall’essere? La protagonista perde tutte le sue convinzioni. La narrazione del romanzo si sviluppa in un crescendo dialettico che porta la protagonista e i lettori a riflettere su questioni sempre più sottili e complesse.

Elisabetta si avventura nei luoghi oscuri, luoghi situati in controluce, non illuminati dalle certezze rigide e sicure della scienza. Elisabetta viene a fare i conti con l’umanità nella sua essenza proteiforme. Esiste la violenza, esiste la sopraffazione: noi in quanto animali siamo indotti a lottare, a sbranarci. Ma l’uomo può scegliere il bene? Esiste il libero arbitrio o siamo violenti per natura, per determinismo genetico?

Ecco le grandi questioni su cui il libro chiede di soffermarsi a ragionare. L’autore ha poi gentilmente risposto ad alcune nostre domande:

Nel blu delle rose, suo nuovo romanzo, lei racconta come, in un mondo futuro, la violenza è stata arginata dalla scienza. Come crede che,invece, vada combattuta oggi?

«Il tema è proprio quello, la riflessione su quello che stiamo vivendo quotidianamente. Non parlo solo di eventi di cronaca nera ma anche di un clima di odio e di attacco continuo e reciproco, condotto anche senza motivo. Questa riflessione va a toccare certi punti nevralgici della discussione: cosa siamo disposti a cedere della nostra umanità in nome della pace che ricerchiamo? Su questo interrogativo bisognerebbe imparare a riflettere con più attenzione».

L’anno in cui è ambientato il romanzo è il 2047, un anno a noi relativamente vicino. La scelta di questa prossimità è voluta? Lei crede che oggi i semi della distopia siano già in germoglio?

«Io ho cercato di trovare nel racconto la giusta distanza tra qualcosa che non doveva essere troppo lontano, altrimenti rischiava di non essere più urgente e, d’altra parte, non poteva essere troppo vicino perché le evoluzioni scientifiche che vengono raccontate hanno bisogno di tempo per svilupparsi. Sarebbe difficile immaginarle fra due o tre anni. E’ stato uno studio abbastanza preciso sulla distanza temporale da tenere».

E’ un futuro distopico dove l’amore sembra essere l’unica via per la libertà. Vi è una qualche relazione con la distopia orwelliana di 1984?

«In realtà, il mondo orwelliano mi è sembrato molto crudo, molto doloroso e difficile. Nel finale è di una violenza quasi insopportabile. Io volevo dipingere una società pacificata, un distopico che non sia apocalittico ma che sia  costruito su una soluzione che abbiamo tutti comunemente accettato. Il problema è che, per arrivare a quella soluzione, abbiamo dovuto cedere qualcosa di noi. Anche la parola distopico, in realtà, è relativamente esatta. E’ più fantascienza, immaginare come la scienza, che adesso vediamo fare passi da gigante, ci trasformerà. E’ quanto noi siamo disposti ad accettare la scienza come nuova religione. Noi stiamo perdendo la fede nell’irrazionale, ma forse la fede nel troppo razionale è ancora peggiore».

Tony, lei è uno scrittore poliedrico. Ha scritto per il teatro, per la narrativa breve, per il genere romanzesco. Ha composto anche testi per la musica. Ha mai cercato di avvicinarsi alla scrittura poetica, considerando anche la sua forte passione per la musica, per il ritmo?

«Se sono un poeta lo nego. Ovviamente ho provato a fare composizioni poetiche, ma le tengo ben nascoste perché so quale può essere la difficoltà di pubblicarle.Credo che ci siano forme di poesia che non hanno a che fare col il verso: che sia sciolto, rimnato o stretto in una metrica. E’ una poesia che vado ricercando in altre forme. Innanzitutto per me è la musica e mi accontento di quella».

Dopo aver salutato lo scrittore e averlo ringraziato per lo splendido pomeriggio ho acquistato il nuovo romanzo, desideroso di leggerlo. Spero che questo articolo abbia incuriosito anche voi, buona lettura.

di Nicola Iannotta

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