Le parole hanno un peso oltre che un suono. Appurare, per esempio, ha un grande peso di responsabilità. Deriva dallo spagnolo “apurar” che sta per “rendere puro”. Induce colui che deve appurare (l’appuratore) ad una complessa operazione di verifica della verità, sfrondare il superfluo, sterilizzare l’infezione, sanare le tumefazioni arrivando alla cosa in se, alla cosa pura. Si da una prima occhiata all’oggetto, poi ci si avvicina, se è il caso si tocca la materia, un giro intorno, poi una serie di operazioni sempre più specifiche, con strumenti all’uopo utili: un termometro, un metro, una bilancia, un binocolo. C’è chi appura le cose da lontane ed usa il binocolo. Un cerimoniale potremmo dire che attraverso fasi ed azioni continue e consecutive verifica ciò che è vero. Anzi al contrario potremmo dire che ogni cerimonia è operazione di appuramento. Di cosa potrebbe essere una domanda. La cerimonia di un matrimonio che cosa appura? E di un battesimo? E il 2 giugno? La festa della Repubblica che cerimonia è?

Ogni anno gli italiani appurano la nascita di uno Stato nuovo che ebbe per la prima volta il contributo delle donne. Uscimmo da una guerra che devastò terra e uomini, corpo e spirito degli italiani, che decisero di non avere più come “capo” un italiano che nasceva e moriva Re ma uno che per merito poteva diventarlo e non per sempre.

La scelta non fu scontata. Il 2 giugno 1946 si votò sia per l’Assemblea costituente che per la forma dello Stato. Il governo De Gasperi gestì il “parto difficile” come lo definì l’allora ministro della giustizia Palmiro Togliatti con molta intelligenza.

La monarchia sabauda non aveva dato bella prova di se consentendo venti anni di fascismo totalitario ed atteggiamento “poco patriottico” dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Insomma il risultato era scontato ma le cose vanno appurate. Con il voto dei cittadini e, per la prima volta, delle cittadine.

I dati che arrivavano dal pomeriggio di lunedì 3 giugno erano alterni e davano indicazioni di un paese diviso. A nord vinceva la Repubblica, a sud la Monarchia. Il sud borbonico diede uno schiaffo morale alla Monarchia savoiarda.

Solo il lunedì successivo – 10 giugno 1946 – il presidente della Corte di Cassazione Pagano annunciò i risultati del referendum (12.672.767 voti per la repubblica e 10.688.905 per la monarchia) senza proclamare la vittoria repubblicana. Anzi induceva a pensieri ambigui:  “La corte, a norma dell’art. 19 del D.L.L. 23 aprile 1946, n. 219, emetterà in altra adunanza il giudizio definitivo sulle contestazioni, le proteste e i reclami presentati agli uffici delle singole sezioni e agli uffici circoscrizionali o alla stessa corte concernenti lo svolgimento delle operazioni relative al referendum; integrerà i risultati con i dati delle sezioni ancora mancanti e indicherà il numero complessivo degli elettori votanti e quello dei voti nulli”.

Questa incertezza derivava da un formalismo giuridico della magistratura (non mi dilungo ma il punto era il concetto di “maggioranza di votanti” previsto dalla norma rispetto al voto che i voti nulli e le schede bianche non erano contemplate per la determinazione del punteggio) e dai tempi con il quale il ministero degli Interni, il socialista Romita, comunico i risultati in una conferenza stampa. Si diede adito a pensieri di brogli da parte del governo filorepubblicano.

La situazione rischiava di precipitare in una nuova guerra, questa volta tra monarchici e repubblicani. Tumulti in tutta Italia e una decina di morti a Napoli.

Ma ad un certo punto si appurò la fermezza della nuova classe dirigente italiana che attribuì le funzioni di capo provvisorio dello Stato ad Alcide De Gasperi, presidente del consiglio dei ministri, in attesa della proclamazione definitiva dei risultati.

Si appurò anche che Umberto II, il re di maggio, l’ultimo re d’Italia dimostrò di essere Re con l’ultimo atto da Re: polemizzò ma accettò il risultato anche non definitivo e partì per il Portogallo.

Ecco ogni anno il 2 giugno noi appuriamo il valore delle istituzioni e degli uomini che le hanno costruite e di quelli che le hanno accettate.

A proposito in spagnolo “apurar” significa anche portare a termine un lavoro.

di Vincenzo Russo Traetto

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