Sono trascorsi più di quarant’anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini, eppure tanti sono ancora gli interrogativi intorno a questa triste e brutta pagina della nostra storia. Molte sono le opere narrative, teatrali, musicali ed artistiche che, col tempo, hanno cercato di ripercorrere quella vicenda buia e dolorosa, cercando forse di trovare una parte di risposte ai tanti interrogativi ancora aperti. Una di queste è Idroscalo 93, lo spettacolo scritto dal drammaturgo Mario Gelardi, che racconta le oscure vicende giudiziarie seguite alla tragica morte del grande poeta italiano. Si tratta di un’opera teatrale la cui regia è affidata a Ivan Castiglione, che è anche interprete insieme a Riccardo Ciccarelli.

Un’immagine dello spettacolo, creata da Joel Folda.

L’opera si apre con una figura che, al buio, trasporta una marionetta con un cappello invernale nero e una tuta da carcerato color arancio. La figura si rivela poi  essere un invecchiato Pino Pelosi (colui che a tutt’oggi è accusato dell’omicidio di Pasolini, ndr.), che chiede soldi in cambio del racconto della sconvolgente verità. Pelosi, tra le altre cose, simula il suo arresto e lo scatto di foto segnaletiche per la polizia, insieme alla consueta versione dei fatti, secondo la quale, quella sera, Pasolini lo avrebbe adescato alla stazione Termini. In seguito, avrebbero mangiato fuori, si sarebbero recati ad Ostia ed, infine, il poeta avrebbe tentato di stuprarlo. Il resto va visto, come è giusto che sia in un’opera teatrale.

Ho intervistato l’autore, ponendogli alcune domande sull’opera da lui scritta.

Come è nata l’idea dello spettacolo?

«È nata in seguito al “Progetto Petrolio”, del 2003, sul libro di Pasolini pubblicato postumo. Esso fu messo in scena al Teatro Mercadante di Napoli. Ad ogni autore veniva affidato un capitolo del romanzo, e io mi sono ritrovato a lavorare sul capitolo 21. Nel tempo, ovviamente, l’ho riscritto e rivisto più volte».

Nel cast ci sono due attori: uno interpreta Pino Pelosi nei trent’anni che lo hanno visto protagonista nel caso Pasolini, ma l’altro chi rappresenta?

«Si tratta di un narratore; in realtà, in un primo momento, è anche la coscienza poetica di Pasolini. Cita le sue poesie, i suoi romanzi… Poi, però, diventa anche la coscienza popolare. Credo si possa ben riferire a tutte quelle persone che confutano la testimonianza di Pelosi ragionandoci su».

Nell’opera emergono alcuni dettagli un po’ trascurati solitamente; sono rappresentate più versioni dei fatti. Quale sarebbe la più realistica?

«Nell’opera ho tentato di fornire quante più ipotesi e punti di vista possibili rispetto a come potrebbero essere andate le cose quella tragica notte. Tuttavia, purtroppo, non è dato sapere cosa sia accaduto realmente. Per quanto riguarda i dettagli trascurati, sono appurati da testimonianze raccolte da persone dell’Idroscalo».

Mario Gelardi espone, poi, ulteriori riflessioni personali sullo spettacolo:

«Per tutta l’opera, si ha come l’impressione che Pelosi sia un un povero sfortunato che ha funto da esca e da capro espiatorio; terrorizzato, insicuro. Ma, dall’altra parte, ci può apparire anche sicuro di sé, tenace nel mantenere la versione “passabile” dei fatti, nonostante le pressioni della magistratura nel corso del processo del 1975. Lo vediamo come un accattone che, dopo trent’anni, chiede soldi per poter raccontare la sua tanto annunciata “verità sconvolgente”, che ormai la coscienza collettiva, rappresentata dall’altro attore, ha capito fin troppo bene da sola. Ci vengono presentate, in maniera spettacolare -a tratti ironica e giocosa – delle verità scomode, come, per esempio, quella sull’omicidio di Enrico Mattei, raccontata da un pentito di mafia. Inoltre, l’improvvisa sparizione del giornalista Mauro De Mauro, mentre lavora al caso, i collegamenti con “Petrolio” e l’omicidio Pasolini».

Chissà se un giorno, sul palcoscenico di un qualsiasi teatro del mondo, la verità sulla morte di uno dei maggiori esponenti della nostra cultura potrà finalmente venire alla ribalta.

di Teresa Lanna

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