I veri vincenti a volte, sono proprio i perdenti: il lavoro di Massimo Sgroi, “Losers”

Effettivamente ha ragione Massimo; il testo è meno complicato del previsto. Sicuramente ha influito e ha aiutato intervistare l’autore che, a modo suo, ha fornito una o più chiavi di lettura. É un testo profondo, interessante, con una bella introduzione di Maria Chiara Valacchi. Lo consigliamo, ma consigliamo anche di leggere prima questa intervista.

Perché questo titolo e perché dobbiamo seguire i perdenti?
«I testi vanno dal 1994 fino ad oggi; alcuni sono stati scritti appositamente per il libro, altri sono dei miei precedenti pensieri. Credo che i veri vincenti della Storia e in particolare dell’Arte siano i perdenti: l’esempio più clamoroso è Vincent Van Gogh, cioè il più grande artista degli ultimi 200 anni non ha mai venduto un quadro in vita sua. I vincenti dell’epoca erano invece i grandi collezionisti che però sono quasi del tutto scomparsi. Allora per me il vero vincente è l’artista che serve l’Umanità. Nel libro c’è un attacco frontale al Sistema dell’Arte che è ormai costituito da 400/500 straricchi che si palleggiano i nomi del momento, ma sono dei perdenti perché non servono all’umanità. La quotazione alta proposta dal mercato non fa la grandezza dell’artista».

La parola “loser” è molto americana. Mi ricorda i film hollywoodiani in cui viene usata con tono molto dispregiativo.
«É così. Questo libro è invece un inno ai perdenti che, di fatto, siamo anche tutti noi, la gente comune. É un mio rivendicare un’appartenenza al popolo. Il primo testo è stato scritto due volte: la prima nel 1995 e la seconda è attuale, perché cambia il contesto storico, ma non cambia l’idea. L’antefatto è del 1993 quando mi sono occupato della mutazione dell’essere umano rispetto al mondo elettronico. Sono il curatore artistico di un percorso che si chiama “Teens” che costituisce una narrazione della trasformazione del mondo adolescenziale. Gli adolescenti degli anni ’70 avevano un rapporto con l’Arte molto più alto; oggi è un mainstreeming fondamentalmente di superficie».

Cosa è successo dagli anni settanta ad oggi?
«Gli adolescenti degli anni ‘70 sono la generazione del senso e quella maggiormente antagonista. Tale fenomeno comincia però a svuotare il senso delle cose negli anni ‘80; uno svuotamento, ad esempio, è stata la diffusione dei canali televisivi. Ed è allora che comincia l’ossessione del sesso, spandendolo ovunque. In questo modo si comincia ad assumere una conoscenza di superficie. Negli anni ’90 avviene l’ibridazione, cioè dopo aver svuotato di senso, si riempiono le menti di contenuti a metà tra l’umano e il mondo elettronico. Di molti animali, ad esempio, abbiamo una visione elettronica. Oggi abbiamo i millenial, cioè già nascono completamente immersi nel tecnologico con i relativi meccanismi di controllo. Il loser è quindi colui che non riesce ad integrarsi nella società; io utilizzo il valore estetico come contenitore esterno, ma che è di fatto la punta dell’iceberg di un conflitto sociale che è molto più profondo».

Si può affermare che oramai viviamo in un mondo di conflitti, paradigma del mondo contemporaneo?
«Assolutamente sì. Conflitti tra stati sociali, tra nazioni, tra popoli, tra i social media. Ho scritto un libro dal titolo “F for Fake”, titolo rubato ad un film del 1973 di Orson Welles, in cui ho chiamato 15 persone a scrivere insieme a me. Non solo artisti, anche filosofi, giornalisti, scrittori, professori, che si sono espressi sul fenomeno della falsificazione dell’immagine. In un mondo che vive di immagine, se riesci a falsificare proprio l’immagine, hai falsificato la realtà. L’uso dell’immagine è un controllo sociale. Il potere riesce a smontare tante forme antagoniste, perché depotenziandone l’immagine, la depotenzi del suo reale valore. Per i curdi che hanno combattuto contro l’ISIS l’immagine è da interpretare; loro si fotografano prima di andare in battaglia, ma la foto/immagine è diffusa solo dopo che sono morte. L’arte visuale non è narrativa, è percettiva. Vedi e senti senza filtri. Quando proietti un’immagine è molto più potente del discorso, perché l’immagine penetra direttamente».

Nel libro quindi è stato fatto anche un lavoro di indagine, di approfondimento?
«Uno dei capitoli del libro si chiama “Flow my tears”, in cui si affronta la tematica dell’iconologia e della percezione dell’ipercorporeo. Ho il vizio di non fare le note. Cito spesso Jean Baudrillard perché ho avuto la fortuna di lavorare con lui, come ad esempio: “La realtà sparisce sotto un eccesso di realtà”. Sembra un paradosso, ma non lo è. Per mio padre un asino era un asino reale, consistente. Per i ragazzi di oggi, un asino è un’immagine virtuale, la forma reale è quella elettronica. In conclusione, di fronte ad una sovrabbondanza di immagini elettroniche, la realtà fisica/tangibile sparisce. Un altro riferimento/filo conduttore di tutto il libro è Philip K. Dick, che è considerato uno scrittore di fantascienza, ma in realtà scrive di distopie sociali. Per me è un genio visionario. Nel libro affronto il concetto delle realtà virtuali collegate alla forma estetica contemporanea, ma non mi sono inventato niente. Basti pensare a Platone e al mito della caverna oppure a San Tommaso d’Aquino e alle virtù di Dio. Abbiamo solo inventato la tecnologia per far divenire reale ciò che è il virtuale».

Citando Giovenale, poi ripreso da Borges, “chi controlla il controllore”?
«Questo è il problema e non lo si può affrontare con il punto di vista luddista, cioè: distruggiamo tutte le macchine. La forma estetica è la forma più avanzata della visione dell’arte contemporanea, quella più di frontiera, più di ricerca; ma è anche quella che se è usata male ti frega di più. Paradossalmente la cultura Pop che dovrebbe essere quella più popolare è trasformata dal Sistema dell’Arte in una cultura elitaria; la cultura Pop è uno svuotamento di senso e l’arte diviene l’immagine più banale, più iconologica. Philip Dick invece distrugge l’icona, è un vero iconoclasta; il vero titolo del libro dal quale è tratto “Blade Runner” non è il “cacciatore di androidi”, ma “Do Androids Dream of Electric Sheep?”. Il cyberpunk ha un debito enorme nei confronti di Philip Dick. William Gibson, padre del cyberpunk, scrive con una macchina da scrivere classica Johnny Mnemonic, interpretato nel 1995 da Keanu Reeves che, senza, molto probabilmente non avrebbe mai potuto interpretare successivamente Matrix».

Cosa stiamo vivendo oggi?
«Gibson definisce già la realtà virtuale e internet senza sapere cosa fosse. Oggi stanno sperimentando l’ibridazione uomo/macchina con i relativi collegamenti neuronali. A differenza di quanto sostenuto da Jeffrey Deitch e dal suo lavoro Post Human l’ibridazione, al momento, non è un collegamento semplicemente fisico tra uomo e macchina; oggi, per me, tutto ciò già avviene a livello mentale. I ragazzi di oggi sono dei veri e propri cyborg, nel senso che nascono con il mondo elettronico, dandolo per acquisito. Nel libro utilizzo la chiave estetica dell’arte contemporanea per leggere il mondo.
La conformazione del rapporto sociale moderno non è più contenuto da una cornice, ossia quella dell’etica e della morale.
Siamo arrivati ad una forma sociale che si ritiene più libera della Storia, ovviamente nel mondo occidentale. Avere il massimo di libertà senza etica e morale corrisponde a vivere con leggi della jungla, cioè il più forte, il più cattivo vince. Dostoevskij non ha detto: “la bellezza potrà salvare il mondo”, ma letteralmente ha detto: “solo la bellezza che viene dal Bene potrà salvare il mondo”, cioè una bellezza morale, non estetica/fine a sé stessa. Provocatoriamente oggi si potrebbe dire che “la bellezza che proviene da un intervento di chirurgia estetica potrà salvare il mondo”. Ci dobbiamo chiedere, quindi, chi è il più forte oggi? Più soldi hai, più vinci: è autoperpetuante. Il denaro sostituisce Dio: è la teosofia del Denaro in quanto fine a sé stesso. Ma se già hai tutto il denaro possibile, a che ti serve altro Denaro? Si entra quasi nel metafisico, perché il Denaro non serve più a nulla oltre che accumulare un potere personale fino al prossimo passaggio distopico: il controllo da parte delle macchine su una società basata sulla sessualità estrema, cioè la sessualità non è più associata all’Amore, ma è un amore (amicale, fraterno, etc.) svuotato di senso e diviene fine a sé stesso».

Come si inserisce in tutto questo discorso, la questione dell’intelligenza artificiale?
«É stabilito che nel momento in cui un’intelligenza artificiale riesce ad arrivare alla stessa intelligenza di un essere umano, cioè è capace di imparare dall’esperienza, l’essere umano diviene fine a sé stesso e diviene inutile. Tutto ciò anche perché l’intelligenza artificiale ha una vita praticamente quasi infinita, ma soprattutto ha accesso immediato a tutta l’informazione, cioè all’Infosfera. Recentemente si è ipotizzata l’estrazione a sorte del Presidente della Repubblica, ma Philip K. Dick scrive già nel 1955 Solar Lottery, dove si decide con una lotteria chi debba essere l’uomo più potente dell’intero sistema solare, orami colonizzato dall’uomo. Nella realtà della intelligenza artificiale, per essere il padrone del mondo, bisogna imporre all’intero sistema di androidi l’obbedienza ad ordini precodificati. Così si potrà decidere anche quanti essere umani devono effettivamente vivere sul pianeta Terra. L’Arte non deve darti le soluzioni; deve sicuramente porti le domande, crearti i problemi. Come dice il pittore Gerhard Ricther: “L’arte serve solo a consolare”, cioè l’arte abbellisce un mondo francamente orrendo, soprattutto il mondo del secolo scorso. Guernica di Picasso ne è l’esempio eclatante».

E quindi?
«Concludo citando il finale del primo testo di Losers: “…qualcuno ha detto che l’uomo vuol clonare sé stesso per poter avere un corpo che rimpianga l’anima. Non c’è bisogno di alcuna clonazione tanto l’anima è già fuggita via inorridita; s’è persa».

 

di Angelo Morlando

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°211
NOVEMBRE 2020

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