I speak napulitano, il dialetto come strumento di comprensione dell’Arte

Art of cuozzis

Che cosa è la comunicazione? In genere è intesa come un’azione attraverso la quale un individuo invia un messaggio che deve essere recepito e compreso da altri. Ciò può avvenire però solo se si è a conoscenza dei codici che permettono di decriptare il messaggio ricevuto; quando infatti ci troviamo di fronte ad un’opera d’arte spesso ci chiediamo cosa il pittore abbia voluto dire. A volte capita, nonostante ci sia qualcuno che ci spieghi con un linguaggio verbale il significato di un quadro o di un libro di non essere in grado di decifrarlo proprio perché non comprendiamo il senso di quelle parole.

E allora come fare per far si che l’arte non sia un’attività elitaria riservata all’apprezzamento di pochi? Come fare si che l’arte, in ogni sua forma possa essere comprensibile da tutti e raggiungere il cuore di tutti?

 

Art of cuozzis
Art of cuozzis

 

In una realtà territoriale come quella di Napoli dove la comunicazione verbale, soprattutto in alcuni contesti avviene esclusivamente attraverso l’utilizzo dell’idioma dialettale, Angela Giuliano ha dato vita ad un’associazione per difendere, condividere e promuovere il patrimonio culturale campano attraverso l’uso del dialetto napoletano.

Come è nata ARTFORCUOZZIS?
«Il Blog è nato per caso – mi confida Angela – con finalità in principio puramente ironiche. Avevo a disposizione un “sapere” in seguito agli studi universitari ed alla preparazione ai concorsi per Guida turistica ed avevo un gran desiderio di condivisione della cultura del nostro territorio soprattutto con quei soggetti che vivono in situazioni di disagio e marginalità. Dare l’opportunità di conoscere le bellezze del proprio territorio in modo divertente, accattivare l’interesse e far capire l’importanza dei luoghi dove si vive cercando di creare uno strumento valido per accedere ad un sapere artistico e culturale in generale, considerato inaccessibile. Avevo lavorato all’ufficio stampa della retrospettiva di Adrian Tranquilli al MANN, del quale ho riproposto di alcune opere una rilettura in napoletano (artforcuozzis.com/category/o-blog/e-mmostre/) e il servizio educativo mi propose di accompagnare un gruppo di ragazzi del SerT (servizio per la tossicodipendenza). Questa è stata la prima applicazione del mio metodo con persone provenienti da ambienti disagiati. L’esperienza è stata straordinaria perché si è creato un ponte con questi ragazzi. Non ho solo raccontato loro delle opere ma c’è stato un feedback con tanto di punti vista personali e dibattito su determinate opere di Tranquilli. Da qui poi l’idea di dare spazio, opportunità e conoscenza alle persone più “distanti” dalla cultura utilizzando il loro linguaggio, quello dialettale. Solo successivamente è nata l’Associazione».

Al Museo Archeologico ‘e Napul’ – ‘o Museo, praticamente – sta nu fatt’ tropp’ bbell’: tu tras’ e bell’ e bbuon’ vir’ a nu Batman appis’ a capa sott’ e a chell’ata part’ nu Superman ca par’ che ten’ ‘e braccia allargate comm’ a nu Gesù Crist’.Che sta succerenn’ ? So’ asciut’ pazz’ ccaddint’, pensa ‘a ggent’. E invece no, succer’ ca ’n artista che se chiamm’ Adrian Tranquilli bbuon’ ha pensat’ e piazza’ e piezz’ suoi ammiscannel’ cu chill’ antic’ rȏ museo e chell’ca ne ven’ for’è nu fatt’assaje massiccio!”…

Ci spieghi le motivazioni della scelta del nome “Art for cuozzis”?
«La parola “cuozzo” nella sua accezione etimologica di origine incerta, indica la parte più esterna del pane e proprio per la sua durezza può diventare un contenitore resistente una volta svuotato della mollica. Noi dell’associazione crediamo fortemente che sia necessario riempire di Bellezza quel contenitore».

Il dialetto è considerato da Camilleri la lingua degli affetti, un fatto confidenziale, intimo, familiare (la lingua batte dove il dente duole pag. 3). Che cosa è per te il dialetto?
«Il dialetto è l’espressione primordiale di ciò che siamo, è maternità, radici. Il dialetto non è in contrapposizione con le lingue, nel nostro caso l’Italiano ma nell’accezione comune caratterizzata negativamente “non parlare in dialetto, parla bene” per me si tratta di una demonizzazione del dialetto, è come castrare una nostra parte».

D’altronde anche il prof. Tullio De Mauro nello stesso testo succitato afferma che «Beh, in fondo ancor oggi buona parte della popolazione sa, è in grado di parlare un dialetto». 

È opportuno evidenziare che il dialetto però non è solo la lingua delle emozioni. Capita infatti che durante un discorso serio, usiamo il dialetto: ciò non perché abbiamo preso uno scivolone, lo switch al dialetto, in questo caso non è emotivo. L’idioma dialettale spesso viene usato anche nei processi giudiziari rappresentando così quel modo di comunicare che contraddistingue le persone di un preciso territorio: è insomma il terreno comune che ci permette di comprendere ciò di cui stiamo parlando. «L’uso del napoletano quindi – mi dice Angela – aiuta ad abbattere le barriere; si adopera un linguaggio “basso” per veicolare contenuti “alti”. Il dialetto napoletano si è affermato fortemente nel suo contesto sociale, si pensi alla produzione letteraria di Basile con “Lo cunto de li cunti”. Una sua penalizzazione può essere ricondotta rispetto agli altri dialetti ad esempio, in una mancanza di utilizzo dell’idioma napoletano nella produzione di un linguaggio scritto».

 L’estetica può essere definita come una percezione, una sensazione. Nel tuo blog hai affermato che l’Estetica è il respiro del vivente. A cosa ti riferisci?
«La mia affermazione faceva riferimento ad un concetto filosofico e ho cercato di renderlo un po’ più “digeribile”. L’Estetica è connesso all’animo umano e dato che come hai detto è una “percezione del” penso che ogni essere umano abbia la capacita di poter percepire delle sensazioni. Ma non tutti hanno gli strumenti per poter accedere alla comprensione e se fosse loro data, potrebbero avere la possibilità di ricollegarsi con qualcosa che appartiene anche a loro. Tutti devono poter fruire delle bellezze ma non solo da un punto di vista estetico; la bellezza vista nel suo complesso storico, culturale, artistico. È per questo che sono favorevole alla conoscenza e valorizzazione del territorio soprattutto per chi lo vive. Chi vive nel nostro circondario Succivo, Frattaminore, Orta, Sant’Arpino ad esempio non sa che la quella terra era la gloriosa ed antica Atella e se loro fossero consapevoli di essere un prodotto di quella storia, un frutto di un’evoluzione antropologica sarebbero in grado di dare un valore al proprio territorio e quindi a tutelarlo».

Quanto è importante la presenza e l’appoggio delle Istituzioni per “educare” i ragazzi alla conoscenza ed al rispetto dell’ambiente?
«La scuola, oltre la famiglia dovrebbe essere quella che maggiormente deve stimolare i ragazzi verso la conoscenza ed al rispetto del proprio territorio. L’educazione civica ad esempio dovrebbe essere insegnata già dalle elementari: se non spieghi teoricamente come rispettare l’ambiente che il bambino conosce, come si può studiare un concetto astratto? Penso che questa sia la dinamica corretta per ottenere dei buoni risultati. Risultati che, come dicevamo prima possono migliorare se le informazioni venissero trasmesse in dialetto in modo da avvicinare i ragazzi che vivono in contesti “difficili” all’arte, alla letteratura, alla cultura in generale. Fermo restando la necessità imprescindibile dell’utilizzo della nostra lingua nazionale, parlare in dialetto può essere considerata anche una forma di appropriazione delle proprie origini. A tutti deve essere garantito il diritto di accedere alla cultura. La cultura è coltura, coltivazione e in tal senso Art for cuozzis, zappando zappando, vuole seminare in un terreno generalmente considerato infelix».

 Sono proprio queste le persone alle quali deve essere riconosciuto il diritto della “conoscenza”, è a loro che va data una possibilità; il loro senso di insicurezza quando si trovano di fronte ad un’opera d’arte deve essere cancellato e in che modo se non utilizzando appunto quel codice, quella chiave di loro conoscenza?
«L’uso del dialetto pone fine a quelle barriere e pregiudizi verso chi espone le opere in Italiano, perché sentendoti parlare in napoletano è come se fossi uno di loro e ti ascoltano. Ricordo ad una mostra di fotografia di Arte contemporanea “ Lares Familiares di Sonia Lenzi al MANN con dei ragazzi del SerT, dove la curatrice spiegava ai ragazzi le varie opere. Il loro interesse era minimo, erano lontani, distratti perché non erano in grado di decifrare quelle parole dette in italiano. Ho “tradotto” in dialetto parlando loro del culto degli antenati al tempo dei romani, e i ragazzi pian piano si sono compattati come da un richiamo e si sono interessati ascoltandomi. Si sono sentiti presi in considerazioni perché c’era qualcuno che spiegava le cose in modo semplice».

Più arte per i cuozzi allora perché la valorizzazione di un territorio avviene anche attraverso di chi lo vive.

“Il contadino che parla il suo dialetto, è padrone di tutta la sua realtà”

Pasolini Dialetto e poesia popolare del 1951.

  di Angela Di Micco