Le parole hanno un peso. Sempre. Possono essere come pietre, capaci di costruire o demolire; come frecce appuntite, capaci di uccidere e ferire o centrare semplicemente il bersaglio. Le parole possono eternamente sanare e offrire duratura serenità oppure inquietare e trasformare le ferite che portiamo dentro in infezioni purulente e senza rimedio.

L’importanza di ridare ad esse una chiara identità, diventa, oggi in modo particolare, un’esigenza fortissima. Con l’utilizzo, infatti, quasi predominante dei social network e dei social media, si assiste in maniera sempre più dilagante al fenomeno del “tutto è permesso” o del “chiunque può dire la sua al solo scopo di acquisire like e followers”. In queste situazioni viene totalmente dimenticato l’individuo, il suo mondo interiore e la sua storia personale. 

Si può, senza dubbio, parlare di una forma di narcisismo, che ha assunto sempre più forme di invadenza attraverso il web, e che è diventato il padrone a cui asservirsi e per il quale superare ogni limite possibile. La superficialità con la quale ci si approccia a tali mezzi di comunicazione – che di certo utilizzati in maniera intelligente e con buon senso possono assolutamente contribuire ad una crescita positiva della comunicazione – risulta essere, spesso, lo specchio che riflette quel che dentro di noi stiamo costruendo e i valori (!?!) che si trasmettono e a cui ci si aggrappa. 

Occorre una ricategorizzazione dell’utilizzo del web e sono diversi gli aspetti che non vanno trascurati per evitare una china sdrucciolevole sulla quale buona parte della società sembra aver percorso, consapevolmente, già un pezzo di strada. 

Prima di tutto occorrerebbe tener presente il primo degli elementi fondamentali che chi scrive non può dimenticare: l’intenzione che lo governa mentre sta pubblicando un post. Porre in rete un proprio pensiero può e deve essere legittimo, ma ciò non giustifica una deresponsabilizzazione di senso che va a creare danni e lascia spazio a brutture di ogni tipo. Le parole hanno un’efficacia positiva in chi le accoglie e le legge nella misura in cui la stessa intenzione che le guida ha lo scopo di rafforzare il bene. Le voragini che possono crearsi quando ciò manca, talvolta, risultano incolmabili.

Si affianca a ciò l’aspetto emotivo che è parte integrante di quanto viene espresso. In quel piccolissimo spazio fatto di parole, infatti, ci si esprime, ci si mostra e, qualche volta, ci si riconosce. A partire da questo non dovrebbe mai essere sottovalutato quel procedimento di condivisione che si innesca con e tra i vari contatti che, loro malgrado, si ritrovano a commentare e/o apprezzare quanto viene scritto. Un processo in cui anche “l’altra parte” online mostra un pezzo di sé e si pone in relazione.

Un ruolo importante, poi, è costituito dal linguaggio che viene adottato. Oggi si assiste, come se non costituisse problema alcuno, ad uno sdoganamento della rozzezza lessicale. La deriva del linguaggio non mette in risalto solo una rottura del legame tra le parole e il loro significato, non riguarda più soltanto un problema di stile e forma, ma evidenzia una aggressività attuale che sfocia, troppo spesso, in una barbarie linguistica che richiama l’urgenza di una nuova educazione di pensiero.  Gli haters e i cosiddetti leoni da tastiera, rappresentano solo l’ultima deriva di tutto ciò. L’utilizzo di termini inadeguati che ledono la dignità di un individuo è divenuta la triste ordinarietà che attraversa, purtroppo, ogni settore. Gli ultimi avvenimenti di natura politica e sociale ne offrono un’ampia dimostrazione.

Tutti questi elementi concorrono, come una spirale, a mostrare l’aspetto più importante della questione: l’influenza che, inevitabilmente, ciò che viene pubblicato va ad avere su chi legge. Non tutti coloro che usano i social, purtroppo, possiedono una coscienza critica così sviluppata da mettere in atto un sano e appropriato discernimento su quello che si para dinanzi ai loro occhi. Non tutti possiedono le qualità necessarie, in questi tempi assai confusi, di sfuggire alle generalizzazioni e alle banalizzazioni che, come l’acqua salata non allevia, ma aumenta la sete. Per questo motivo l’attenzione va circoscritta maggiormente sulla responsabilità di chi scrive. Ciò vale, soprattutto, per chi oggi svolge e ha un ruolo ufficiale  e pubblico e per chi riveste cariche importanti. Assistiamo inermi a derive in cui tutto ciò è stato smarrito e ridicolizzato, dove un giustizialismo di parte ha preso il posto del buon gusto e del buon senso e dove la strumentalizzazione di ogni possibile forma di aggregazione ha assunto il volto spietato e stucchevole di una folla fatta di fantocci e non di persone.

Il risultato è che lo stesso livello di umanità e di umanizzazione sembra essersi disperso o nei sentieri  di una violenza senza confronti o di un buonismo stucchevole e decadente. La bilancia dell’umana comprensione e del rispetto tra simili sembra non avere più quell’equilibrio fondamentale che le è insito. E il divario tra ciò che è giusto e ciò che piace, pur essendo così marvùcato, si mescola e si confonde. Mettendo maschere di volti a chi il volto lo ha già perduto seminato morte dentro e fuori di lui.

di Francesco Cuciniello

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