I lati del cerchio: scrittura e ricerca storica

Esplorare a fondo la storia per comprendere meglio la nostra, poiché senza la profonda conoscenza dei propri capitoli passati, non si è in grado di scriverne diversi in futuro.

È questo ciò che emerge dall’intervista con Aurora Delmonaco, autrice del romanzo “I lati del cerchio”.
Aurora nasce nel ’40, napoletana da parte di madre e molisana da parte di padre. Non sa quando ha realmente cominciato a scrivere, forse da bambina con vari racconti, il suo debutto letterario avviene nel 1961 con la commedia “Un rifugio pieno di gatti”. Insegnante di Storia e Filosofia, preside nei Licei, collaborando talvolta sia con il Ministero dell’Istruzione nella Commissione De Mauro per la riforma della scuola e con gli istituti storici della Resistenza per cui si è occupata di ricerca didattica. Corsi, seminari, conferenze e laboratori di storia. Un’intera vita, un’intera carriera dedicata alla ricerca storica, lavorando sulla memoria del tempo fra antiche carte e fonti orali e laboratori didattici per gli insegnanti, appassionata lettrice che ha coltivato
la sua originaria vocazione per la scrittura.
«La storia non va solo ricercata, va anche narrata. Bisogna saper riconoscere i protagonisti della storia, e per me, i veri protagonisti sono coloro che non ne hanno una, di cui nessuno racconta niente. In ogni vita la storia pesa, anche nei romanzi rosa, si tende ad isolare il fatto privato; una volta si diceva che “il privato è politico”, ma io lo intendo in altra maniera, perché la storia ci condiziona tutti. Il singolo, risponde alla storia con sentimenti, speranze, rabbie… è lì che va cercato il senso della storia» ci dice Aurora.

Le chiediamo di raccontarci quindi la storia dietro il suo ultimo lavoro letterario:
«Ho avuto la fortuna di avere dei nonni un po’ particolari. Mia nonna raccontava ai figli le sue vicende le storie, mio nonno era tenente colonnello ed era quasi tormentato dai contrasti tra la disciplina e la dignità dell’uomo; due persone che si sono incontrate.
A me sono giunti i racconti di famiglia, poi mia cugina ha trovato le lettere che mia nonna scriveva quando erano fidanzati, lei a Napoli, lui a Pantelleria, e queste lettere mi hanno aperto un mondo perché si trattava del punto di vista che io avevo sempre privilegiato, ma espresso da chi lo viveva, quindi ho cominciato a ricercare. Ho compreso la loro vita, conoscevo i loro caratteri, e ne è venuto fuori un libro con l’anima di persone vive, dove io sono solo una voce narrante».
I lati del Cerchio è quindi un romanzo che nasce da una profonda ricerca nelle proprie radici, in cui si scoprono talvolta fatti storici di cui pochi sono a conoscenza: gli anarchici al confino come Galeani e Salsedo, l’esercito e i salotti della Napoli bene, i braccianti delle leghe pugliesi, le guerre coloniali e c’è l’idea post-risorgimentale di patria e di onore, nonostante il militarismo crescente. “È il prima raccontato a noi che ne conosciamo il dopo –la linea temporale in cui è ambientato il romanzo si ferma alla prima adunata fascista a Napoli, prima del ventennio- e fa da cornice a un amore che è il cerchio del titolo” si legge in sinossi.
Un lavoro editoriale strettamente collegato alla memoria: «Ho conosciuto mia nonna, avevo dei ricordi di lei che però poi sono sfumati. Quando ho avuto i documenti, la memoria mi è tornata. C’è molto della “Napoli bene” colta, ricca, perché la Napoli povera e folkloristica l’hanno descritta tutti. La Napoli della Belle Époque, una Napoli bellissima dove ci si apriva alla modernità con le luci elettriche, i tram elettrici. Mia nonna era nata in quella Napoli, dove si facevano i pomeriggi culturali a casa. Poi si è ritrovata a stare di fianco al marito in momenti a cui non era minimamente abituata, preparata. Eppure poi è lei a diventare la forza della famiglia».
Il titolo del libro attira certamente l’attenzione: si tratta di un cerchio d’amore composto fondamentalmente da tre punti. Lui, lei, i figli. Definizione che si legge anche nel corso della narrazione, leggendo.
Aurora abita a Castel Volturno, per questo motivo le chiediamo di fare un excursus storico e sociale sul nostro territorio: «Ho l’impressione di vivere in una sorta di puzzle. Sembra esserci una sfaldatura continua, in una città scissa dove ci sono tante realtà. Alla domanda “se c’è un futuro”, rispondo che anche quando non si vede la fine del tunnel, bisogna continuare a camminare perché solo chi cammina la vedrà ma so anche che senza una prospettiva razionale, nel tunnel si può andare a sbattere. C’è bisogno di cultura, è bene che questa venga fuori altrimenti sembra davvero che ci sia il deserto qui». Ci chiediamo spesso cosa rimane a noi delle vite passate, e cosa trasmettiamo a quelle future. La risposta a tali quesiti possiamo certamente trovarla in questo romanzo: come in conclusione ci dice l’autrice, Il futuro è nelle mani di chi sta dietro di noi.

di Daniela Russo
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°204
APRILE 2020

Print Friendly, PDF & Email