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Le acque destinate all’uso civile sono senza dubbio quelle più pregiate e di qualità

Anche se rappresentano solo la quota minore delle acque che complessivamente utilizziamo, comprensive di quelle destinate agli usi produttivi, in particolare agricoltura e industria.

Ognuno di noi ne consuma in media poco meno di 250 litri al giorno per esigenze personali e “domestiche” e se ne approvvigiona grazie alle reti idriche degli acquedotti, che consentono di trasportare acque di ottima qualità prelevate da fonti incontaminate fino alle residenze.

Dell’acqua sporca ci liberiamo utilizzando le reti idriche fognarie e di collettamento che la trasportano dalle nostre residenze agli impianti di depurazione dove viene “ripulita”, prima di riconsegnarla all’ambiente, in canali, fiumi, nel mare.

Tutto quel che sta dietro il banale gesto di aprire un rubinetto e disporre di acqua è di notevole complessità, fatta di infrastrutture a rete, energia, competenze, risorse economiche e finanziarie.

L’acqua di rubinetto, infatti, viene sottoposta a sistematici controlli di qualità, secondo un sistema di doppio controllo analitico attuato dal gestore del servizio e dall’ASL.

Può essere sottoposta, infatti, a trattamenti di potabilizzazione, più o meno spinti e pompata in serbatoi.

L’acqua di scarico, analogamente, è sottoposta ad analisi prima e dopo il trattamento per verificarne l’efficacia, insufflata e separata della parte sedimentabile.

Per la realizzazione di queste attività, che nell’insieme costituiscono i servizi idrici, è richiesto un approccio industriale in grado di garantire elevati standard di qualità e di sicurezza, conseguire economie di scopo, con l’integrazione funzionale di tutto il ciclo dell’acqua ed economie di scala, operando su area vasta.

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Ma come stiamo messi in Campania?

Il quadro purtroppo non è entusiasmante:

mentre sul fronte acquedottistico il servizio rileva una copertura in termini di popolazione servita soddisfacente, sul fronte depurativo la situazione è decisamente critica, con un’ampia quota della popolazione ancora non servita per carenze infrastrutturali o, sebbene servita, non ai livelli previsti dalla legge.

Una situazione che si ripercuote direttamente sulla qualità dei corpi idrici, fiumi, acque marine e acque sotterranee e che ha determinato l’avvio di ben tre procedure di infrazione comunitarie per il mancato rispetto della direttiva sulla depurazione.

Sebbene al riguardo sia stata adottata un’importante programmazione di spesa, attingendo in particolare a fondi CIPE e FESR del Piano Operativo Regionale, per investimenti superiori al miliardo di euro, non è ancora corrisposta la realizzazione degli interventi.

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Il vero nodo sta comunque nella gestione del settore

Prerogativa dei comuni, da sempre in affanno rispetto alle attività da svolgere ed alle scelte strategiche da intraprendere, che negli ultimi anni, anche in conseguenza dell’instabile quadro normativo di riferimento nazionale, ha ulteriormente incrementato la distanza dall’indispensabile operatività.

Il governo dei servizi idrici in Campania è stato oggetto di una riorganizzazione, in effetti ancora in corso, con la Legge Regionale n. 15/2015 “Riordino del servizio idrico integrato ed istituzione dell’Ente Idrico Campano”.

L’Ente Idrico Campano (EIC) è stato individuato quale soggetto di governo pubblico cui è obbligatoria la partecipazione di tutti i comuni campani.

Ad oggi tuttavia l’EIC, presupposto ineludibile all’adeguata e coerente realizzazione degli interventi infrastrutturali ed alla gestione del servizio, non risulta ancora compiutamente operativo.

di Giancarlo Chiavazzo

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°192 – APRILE 2019

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