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I cellulari in classe non sono una “droga”, e i professori propongono il dialogo

Sara Marseglia 26/12/2022
Updated 2022/12/25 at 1:51 PM
6 Minuti per la lettura

Nelle scorse settimane il Ministro dell’Istruzione Giovanni Valditara aveva annunciato varie proposte sulla scuola: dalle ore di lavoro socialmente utile come punizione per arginare il bullismo fino all’impossibilità di percepire il Reddito di cittadinanza per chi non ha conseguito almeno il diploma. Tra le altre proposte, Valditara ha annunciato il divieto dei cellulari in classe, come anticipato in un’intervista a Monica Setta il 24 novembre su Il Confronto. Circa un mese dopo, il 20 dicembre, è arrivata la circolare che ne vieta l’utilizzo.

L‘utilizzo dei cellulari in classe era già stato regolamentato dalla circolare 30/2007 dell’allora Ministro dell’Istruzione Giuseppe Fioroni. Basandosi sul buon senso e sulla buona educazione, essa aveva lo scopo di evitare distrazioni agli studenti e dissuaderli da un uso improprio dei dispositivi. Tuttavia, lo sviluppo della tecnologia ha portato alla necessità di emanare nuovi provvedimenti in questo ambito.

Nella circolare si leggono i motivi per cui Valditara annuncia il divieto ai cellulari: “L’interesse delle studentesse e degli studenti, che noi dobbiamo tutelare, è stare in classe per imparare. Distrarsi con i cellulari non permette di seguire le lezioni in modo proficuo ed è inoltre una mancanza di rispetto verso la figura del docente. Una recente indagine conoscitiva della VII commissione del Senato ha anche evidenziato gli effetti dannosi che l’uso senza criterio dei dispositivi elettronici può avere su concentrazione, memoria, spirito critico dei ragazzi.” Il testo intero è consultabile qui.

Secondo la circolare, rimane possibile utilizzare il cellulare per scopi formativi, da distinguersi dall’utilizzo privato. Tuttavia, questa scelta non trova d’accordo molti docenti. Nell’era del digitale molti professori sentono la necessità di formare i propri studenti a un uso consapevole, a gestire il bombardamento di informazioni: per fare ciò una privazione imposta sarebbe una vittoria troppo facile, che non produrrebbe gli stessi effetti positivi di un dialogo. Di fatti, ciò di cui la circolare non tiene conto è la capacità degli studenti di essere responsabili, o, anche, di poterlo diventare.

Non si possono paragonare i cellulari ad una droga

Come spesso accade per le decisioni in materia di tecnologia, dove gli studi sono ancora sperimentali e l’esperienza non è ancora molta, le opinioni si polarizzano. Rispetto allo studio della settima commissione del Senato sull’impatto degli strumenti digitali sugli studenti, non mancano né visioni più allarmanti della situazione né tantomeno più ottimistiche. Ne è un esempio l’opinione di Andrea Cangini, ex direttore del Quotidiano nazionale e parlamentare di Forza Italia, ora nel Gruppo Misto. Considerando gli effetti fisici e psicologici del loro utilizzo, secondo lui gli smartphone non sarebbero “niente di diverso dalla cocaina. Stesse, identiche, implicazioni chimiche, neurologiche, biologiche e psicologiche”.

Per quanto grave possa apparire la situazione dipinta da questo studio, i toni allarmistici molto poco spesso producono risultati concreti ed efficaci. E, sicuramente, paragonare l’utilizzo di uno strumento potenzialmente molto utile, ma che “potrebbe” portare dipendenza, ad una droga pesante trascura fortemente i benefici che si possono trarre dagli smartphone – dispositivi che, proprio durante la pandemia, hanno permesso di portare avanti la didattica.

Una possibile collaborazione tra studenti e professori?

Non mancano tuttavia situazioni in cui la limitazione dei cellulari in classe è stata introdotta grazie al confronto tra studenti e professori. Ciò è accaduto a inizio anno nel liceo Malpighi a Bologna, dunque prima che si avanzasse la proposta della circolare. Per quanto quest’ultima vada nella stessa direzione di quanto attuato dal liceo bolognese, a preoccupare sono le modalità coercitive. La professoressa Ferrone dell’istituto ha affermato: “È chiaro che com’è un’esperienza di libertà per i nostri ragazzi, lo possa essere per tutti i ragazzi, però noi questo percorso lo abbiamo proprio fatto insieme a loro, non solo perché anche noi abbiamo il cellulare spento, ma perché ne abbiamo parlato molto, un’imposizione governativa potrebbe non sortire lo stesso effetto positivo”.

Quanto affermato dalla professoressa risulta piuttosto verosimile. Le nuove generazioni, alle prese con media e linguaggi che cambiano sempre più velocemente, si sentono sempre più incomprese dagli adulti. Ciò non fa che acuire la tendenza a rifugiarsi nella tecnologia, luogo dove, spesso, ci si lamenta di quegli stessi adulti. Una cooperazione tra studenti e professori, sostenuta da un dialogo chiaro e costante, appare in questo senso necessaria. Non solo per stabilire regole flessibili, ma anche per coinvolgere i ragazzi in una decisione che li vede protagonisti, aumentando in loro la consapevolezza del fenomeno.

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