I Caprichos del Goya: quando gli intellettuali erano ancora tali

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Quello dell’intellettuale è un ruolo da sempre controverso: esaltato, bistrattato, povero, un giullare di corte un po’ folle, mezzo snob mezzo radical chic. Quando l’analfabetismo era una delle piaghe principali della società, seconda soltanto alla peste (oggi, invece, non si potrebbe dire lo stesso, a parità di pandemia globale), essere intellettuali era innanzitutto una responsabilità. Argomentare con onestà intellettuale, criticare, ragionare, valutare, ammettere di aver sbagliato e fare passi indietro, senza difendere bandiere politiche indifendibili, dovrebbe essere la conditio sine qua non delle nostre società democratiche e libere. Ma la libertà ha un prezzo, e ciascuno decide se sborsarlo o intascarlo.

I Caprichos

Eppure ci sono stati tempi molto più duri per la libertà di parola, e gli intellettuali del tempo avrebbero dato qualsiasi cosa per averne. I dissensi si pagavano con la testa, ma questo non ha di certo fermato chi, a certe condizioni, la testa non l’avrebbe mai abbassata (anche a costo di perderla). La censura è stato uno scoglio in cui sono inciampati moltissimi intellettuali. Scrittori, giornalisti, pittori, capaci tuttavia di mettere in scena critiche satiriche fra le più feroci e memorabili, come traspare dai Caprichos di Francisco Goya.

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I Capricci è una serie di tavolette realizzata dall’artista spagnolo nel 1799 con l’obiettivo di denunciare, tramite una satira pungente, vizi e brutture della società lui contemporanea. L’attacco non risparmia nessuno: clero, borghesi, popolo, sovrani, dei quali vengono addirittura incise le sembianze. Il tutto presentato, ovviamente, come un’assurda fantasia dell’autore Questi sostiene di aver rappresentato dei concetti astratti, distaccati dalla realtà, nel tentativo di eludere una censura che non tarda ad arrivare. Poco dopo, infatti, l’Inquisizione impone il ritiro delle opere d’arte, capaci in pochissimo tempo di suscitare uno scandalo notevole.

Sono delle stampe che richiamano lo scherzo, sono capricci, appunto, con l’obiettivo di decretare giudizi moraleggianti su una società in decadenza.

Gli Asini del Goya

Ad essere presi di mira sono personaggi fra i più disparati, rappresentati con varie fattezze. Nei panni di una vecchia megera, per esempio, è possibile riconoscere la regina Maria Luisa di Borbone-Parma, sebbene il riferimento sia sempre stato negato dall’autore che, a quanto pare, non nutriva molta stima per la sovrana.

Fra i Caprichos più famosi ed emblematici figurano sicuramente quelli incentrati sulla figura dell’asino. Un modo per attaccare la presunzione di personaggi apparentemente acculturati che però, nell’esercitare la professione mostrano la loro inadeguatezza.
L’asino, secondo il Goya, è il medico incompetente, che tramite la didascalia (una per ogni Caprichos) domanda: “Di che morte morirà?”. Il punto è che è il medico a porre la domanda, anziché essere la figura capace di formulare una risposta.
È asino il maestro che insegna all’allievo, accompagnato dalla didascalia “Ne saprà di più il discepolo”. Lo è anche il nobile che resta ancorato all’albero genealogico, unico strumento che gli permette di legittimare uno status che non merita affatto. È una classe sociale più volte criticata dal Goya, incapace già allora di incidere in maniera radicale sulla vita e sulla società del tempo. L’asino-aristocratico è nobile “Come suo nonno”, senza il quale sarebbe stato probabilmente anonimo e povero, senza nessuna qualità da sfoggiare per scalare la piramide sociale.

E così società antica e moderna si sovrappongono fino a mescolarsi, con qualche asino in più e qualche intellettuale in meno. Non ci sono più i Goya di una volta.

di Teresa Coscia

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