Sotto gli ombrelli della protesta potrebbe esserci molto altro

Ad Hong Kong sono le quattro del pomeriggio, sarei dovuto arrivare almeno due ore prima, ma il nuovo treno ad alta velocità da Guangzhou che taglia l’aria a quattrocento chilometri all’ora è ancorato ai binari senza alcuna ragione apparente. Senza alcun plausibile motivo. L’incertezza di non sapere è subito chiara, un lucido quadro s’era delineato all’arrivo. Il treno era stato trattenuto in Cina, la partenza posticipata in attesa che la rivolta giovanile ad Hong Kong terminasse, ma non abbastanza per non essere coinvolto negli ultimi lanci di sassi e di spray urticanti e le cariche per disperdere le ultime frange di manifestanti mascherati vestiti di nero, che hanno sostituito alla marcia degli ombrelli le bottiglie incendiarie.

È una domenica pomeriggio come tante, una domenica in cui da alcuni mesi: cronisti, curiosi e turisti del brivido aspettano ai margini delle strade d’assistere alla battaglia d’acqua e fuoco tra le forze di polizia e manifestanti. Giovani che chiedono il rispetto dei valori democratici e di libertà che il governo cinese considera il veleno della produttività. Si sparano proiettili di gomma e intanto potrebbe scapparci il morto, ma la marcia continua: le vetrine spaccate, i ristoranti chiusi e alberghi sprangati da porte di ferro, bancomat bruciati, ingressi della metropolitana ostruiti da barricate di fortuna, volantini con la svastica cinese ovunque, immagini del presidente Xi Jin Ping ridicolizzato e turisti che fotografano le scritte in cinese e in inglese sui muri, affinché tutto il mondo possa comprendere il messaggio.

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Quel pomeriggio, quella sera di domenica e del sabato precedente Hong Kong era stata uno scenario di guerra, un campo di battaglia devastato fino ad essere avvolto da una calma spettrale, da un’atmosfera surreale angosciante nel vedere la Tigre asiatica senza le folle, senza le auto, con i negozi e ristoranti serrati.

Era la scena apocalittica dell’ultimo atto di uno squallido film di fantascienza. Gli scontri e le proteste sarebbero ripresi il fine settimana seguente, il giorno dopo sarebbe stato lunedì e di buon mattino i mezzi spazza-strade avrebbero tolto i detriti e le barricate di fortuna. Squadre di netturbini schierate per raccogliere i volantini di propaganda, il contenuto dei cassonetti rivoltati, i cocci di vetro e la plastica delle bevande. Mentre imbianchini e operai sarebbero stati già al lavoro per ridipingere le pareti imbrattate, sistemare i mattoncini scardinati dai marciapiedi e cancellare le scritte sui muri. Nell’arco di una notte Hong Kong sarebbe tornata quella di sempre fino a venerdì, per essere nuovamente teatro di guerra sabato e domenica: le proteste dei week-end. 

Alla protesta per l’autonomia, per la libertà, la lotta nata per opporsi alla legge sull’estradizione dalle province autonome cinesi sembra aggiungersi lo spettro dell’economia e della grande finanza. Le motivazioni originali delle manifestazioni sono sfumate tra le grida dei cortei. L’omicidio commesso da un giovane di Hong Kong, che a Taiwan aveva ammazzato la sua fidanzata, era divenuto, con ogni probabilità, un forte pretesto per far approvare la legge sull’estradizione, secondo la quale i reati commessi ad Hong Kong sarebbero stati giudicati dai tribunali cinesi.

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Tale iniziativa politica avrebbe di certo sbriciolato qualsiasi garanzia alla giusta difesa, alla libertà di parola,  condizionando fortemente l’autonomia della provincia e mettendo a rischio una folta schiera d’intellettuali e dissidenti contrari alle politiche del governo centrale, che avrebbe, in forza della nuova legge, potuto chiedere l’estradizione in Cina di migliaia di persone per giudicare reati d’opinione futili, ma ritenuti gravissimi dal regime cinese che non prevede la separazione del potere politico da quello giudiziario. Qualsiasi voce scomoda al partito sarebbe stata imbavagliata molto prima della fatidica data del 2047, quando la Cina avrà il diritto d’inglobare Hong Kong cancellando la formula amministrativa di “Una nazione due sistemi”, che aveva sottoscritto nel 1997 quando la ex-colonia britannica è ritornata alla madre patria. 

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Eppure, qualcuno dalla Kowloon-bay grida che non è solo questo. La Cina non intende rispettare gli accordi internazionali, la sua ingerenza negli affari della provincia autonoma è sempre più pressante con  l’intenzione di non aspettare la scadenza pattuita. Una Cina che non sta ai patti, che trasferisce l’immagine di un paese che vuole mettere le mani sulla piazza finanziaria internazionale, commerciale ed economica di Hong Kong prima che si svuoti, prima che le grandi multinazionali, le grandi banche internazionali e i fondi di gestione patrimoniali, portino via i loro asset in paesi dove la presenza dello Stato non è fortemente invasiva come in Cina; dove l’economia prospera grazie alla libera iniziativa e dove la ricchezza non è gestita da un regime.

Potrebbe essere, a ragion veduta, una gara contro il tempo, indispensabile per una fuga ordinata o un’invasione programmata. Una gara che ha bisogno dei suoi sponsor, dei suoi diversivi e del suo scopo nobile, affinché gli occhi del mondo si focalizzino su di essa e l’attenzione dell’opinione internazionale possa frenare i rapaci artigli della Cina, quel tanto che basta per negoziare e ridurre al minimo le perdite su entrambi i fronti. Intanto assistiamo ad atti di forza in cui la polizia è autorizzata a sparare ad un ragazzo di diciotto anni armato solo di un pericoloso cartellone.

di Mario Volpe

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