Ho conosciuto Riace. Un paese, un modello, una speranza

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Riace. Uno di quei paesi fuori dal tempo e dallo spazio, dove i ritmi della giornata sono scanditi dal canto del gallo e dall’imbrunire del cielo. Dove tutto è incredibilmente lontano: il traffico, le attività commerciali, la sanità, i servizi. Ma anche così vicino: tutti sanno tutto di tutti e non puoi nasconderti dagli sguardi curiosi che scrutano dai tavoli dei bar e dai balconi né sfuggire ai saluti. Dove si fa fatica a riconoscere il limite spaziale che divide le case dall’esterno. E così vedi anziani chiacchierare sull’uscio della porta e bambini correre qua e là, mentre i loro giocattoli restano incustoditi sul porfido, sulle panchine, sui muretti. Nella terra degli ultimi, nelle viscere della Locride, con le sue montagne graffiate dal vento che scivolano lungo 8 km nel blu del mare. Un mare irruento, ma ospitale. Sul fondo sono stati trovati due Bronzi di provenienza greca, trasferiti fin da subito prima a Firenze poi al museo di Reggio Calabria. Aprivano la strada a una storia di partenze e di arrivi – molti proprio dall’ex Anatolia – destinati a cambiare il profilo demografico del paese e non solo.

L’estate si avvicina al tramonto, il tempo dei turisti è ormai passato e si ritorna alla quotidianità. Mi ritrovo in una Riace sospesa come in un limbo.

Le vicende giudiziarie che hanno colpito l’ex-sindaco Mimmo Lucano e l’insediamento, come un paradosso, della nuova amministrazione sostenuta dalla Lega hanno progressivamente consumato il modello di accoglienza e integrazione divenuto famoso nel mondo. Alcune botteghe sono chiuse e anche la scuola di Riace Superiore resta un miraggio. Molti immigrati sono andati via, rimane solo qualche famiglia e una ventina di bambini, portati a scuola da uno scuolabus giù alla Marina.

Lui è proprio dove ci si aspetta di trovarlo. Tra la gente, tra i bambini e i curiosi che arrivano per incontrarlo. Ha finito ormai il suo “esilio” ed è tornato instancabile a presenziare la piazza del Villaggio Globale, vero centro del paese, per ricostruire il suo Tempio. Come trono le umili scalette della Taverna Donna Rosa, storico luogo di incontro che conserva nella memoria (e nella vetrata) due colpi di proiettile, adesso circondati da impronte colorate di mani.

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Le speranze suscitate dal decadimento del sindaco Antonio Trifoli e le vicine elezioni non prendono il posto dello sconforto e del disincanto, ben evidenti negli occhi e nelle parole di Mimmo e di chi ha sostenuto il modello Riace e si ritrova in un paese amministrato dalla “fazione” opposta. Parlo dei volontari, dei pochi commercianti locali che smarriti risentono del nuovo spopolamento e di quelle isole che avevano deciso di restare (o di tornare) cogliendo l’opportunità offerta dal modello.

Perché il modello Riace non è stato mera solidarietà, come spesso banalizzato, ma un sistema di sviluppo alternativo ed efficace. Una vera rivoluzione.

Aveva fermato lo spopolamento, con un abbassamento dell’età media e un aumento delle nascite senza precedenti, grazie agli arrivi e ai rientri. Aveva creato nuovi posti di lavoro, grazie allo sviluppo di nuove attività basate sulla valorizzazione della tradizione e delle risorse locali prima e al turismo poi.

Una comunità controcorrente, viva e coesa, come la desiderava Mimmo. Poi a partire dal 2018 la revoca dei fondi, la chiusura del progetto Sprar e il trasferimento dei migranti. Non solo, la nuova amministrazione, anziché proporre un’alternativa al modello, ha tentato (e tenta) in ogni modo di distruggere ciò che ne resta: atti vandalici, cancellazione di murales, rimozione dei cartelli con la dicitura “paese dell’accoglienza”. La solita “autarchia” dispettosa delle amministrazioni italiane (locali e non solo), incapaci di mettere a valore quanto fatto da altri. Si preferisce partire da zero. Ma a partire sono solo le persone e per andare via.

Però lo sconforto e il disincanto non mancano neppure a chi dall’altra parte, fuori dalle porte del Villaggio Globale, ha appoggiato il nuovo sindaco, desideroso di voltare la pagina dell’accoglienza. Cercare una risposta al perché del cambio improvviso di rotta pare un azzardo, una domanda scomoda a cui gli abitanti non hanno intenzione di rispondere. “Tanto non è cambiato niente, c’è sempre Lucano”. Nonostante tutto, il paese continua a riconoscersi e ad essere riconosciuto in lui. Del resto, anche il palazzo comunale, anonimo e silenzioso, passa inosservato sotto gli occhi fieri di un bronzo di Riace col volto di Lucano che campeggiano su un murales dall’altra parte della strada.

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Mi ritrovo in una Riace sospesa come in un limbo. Tra passato, presente e futuro.

Non l’ho vista com’era prima, ma l’ho conosciuta attraverso i silenzi dei vicoli rotti soltanto dalle grida dei bambini. L’ho conosciuta attraverso le case vecchie e svuotate da chi da tempo è andato via alla ricerca di prospettive migliori. Alcune ancora spoglie e abbandonate. Altre riportate alla vita dai colori dei murales e altre ancora dalla quotidianità dei nuovi arrivati o degli ospiti, accolti dall’associazione locale grazie a un’iniziativa di turismo solidale. E attraverso i sorrisi spontanei dei bambini – i figli del paese – e una gestualità tutta ereditata dal Sud, ho conosciuto il futuro di Riace. E insieme, quello dei tanti paesini che si diramano nell’entroterra italiano, con storia, paesaggi e risorse diverse ma stesse criticità, stesse potenzialità e stesso destino.

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di Giorgia Scognamiglio

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