Historia Magistra Vitae, più o meno

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Impigliati giri di parole al chiaroscuro ornano lo spettrale quadro che oramai da tempo lascia un sapore di disincanto in bocca ed una traccia di malinconia tra le mani. Lo percepisci, riscalda ogni muscolo del tuo corpo e si libera fin su i capelli, in chioma dopo una stressante giornata qualunque. Non ne siamo usciti. Il Covid, purtroppo, ancora divampa per intere città e continenti, estendendosi tra il chiacchiericcio di chi ancora guarda questa leggera patina di realtà con occhio diffidente e avvolgendo invece chi, suo malgrado, guardandosi allo specchio non riesce ad ignorare qualche ruga in più da quando tutto ebbe inizio.

Una travolgente onda di preoccupazione bagna le nostre insipide bocche: è il marzo 2020 e le nostre flebili vite trascorrevano, forse alla meglio, davanti a schermi di luce che tendiamo a seguire con inusuale interesse. Codogno sembra quasi una realtà lontana, un pericolo temporaneo, andrà tutto bene. Andrà tutto bene. In poco tempo il virus inizia a diffondersi, fa suo il Bergamasco, allargandosi poi conquistando l’intera regione lombarda. Come neve in un qualsiasi pomeriggio invernale d’ambientazione oltreocenica, iniziano a fioccare le prime zone rosse; leggere come solo la neve, candida, sa di essere. La paura inizia a dilagare, come incendio in un bosco di cipressi roventa lungo lo stivale; il fuoco si espande e diventa sempre più luminoso. Poi il buio. Poi il 9 marzo, è una data che difficilmente gli italiani riusciranno a dimenticare, quasi fosse la vittoria di un campionato di calcio, quasi fosse il compimento di tutta quanta una vita e di tutta quanta la nostra esistenza.

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In effetti la vita degli italiani da quel giorno cambia realmente; tutto cambia da quel giorno: è il 9 marzo 2020. È buio e il premier Giuseppe Conte chiude l’intero territorio nazionale: tutta Italia è zona rossa. Fu il buio, poi fu lockdown. Come un uragano, la chiusura s’abbattè sulla vita degli italiani che ancor non vedevano che panico nelle mani e nelle braccia che a poco avrebbero abbracciato la primavera. Sfioriron così le prime vite, come fiori su rami appassiti, duolo nei petali e allora le voci ripercorrono le strade, ormai deserte e illuminate lungo i vialoni da fuochi ancor in erba sopraffatti dal crepiscolo del tramonto. Occhi gelidi affollano i centri alimentari, arraffando beni in un sacco che tramortisce la città sotto ritmi visigoti nella speranza di resistere a tutto questo; in una realtà appartenente forse alla fantasia di Frank Darabont e Robert Kirkman. Ed è così che dinanzi la furiosa tempesta, ogni italiano dismette le vesti da onorosa quercia, forte e vigorosa signora della terra ed assume quelle del ben più modesto giunco, che ha come ancore le radici ben attaccate al suolo.

Ed è così che nell’occhio del ciclone ogni italiano ben assimila la nozione di giunco che dinanzi l’ira funesta del vento, che ancor rammenta la corsa del figlio di Teti dal piè veloce, torce la propria esistenza e si piega assecondando la bufera lasciando soltanto miserazione alle onorose querce che, oramai spezzate, spirano l’ultime gocce di rugiada. Addobbata di boccacciano ingegno, l’Italia si desta rialzandosi come Fenice dalle proprie ceneri e riprendendosi, per quanto possibile, in mano la propria vita, aggrappandosi a qualche nuvola che ancora sapeva di speranza o forse di terra bagnata. I fuochi lungo i vialoni iniziano ad essere pura luminescenza: ha inizio allora il rinascimento italiano, combattuto, questa volta, tra proprie mura di casa come un universo di pensieri che cercano di farsi posto in un cuore solo.

Le strade iniziano a vestirsi di luce ed hanno per voce il coro della gente, che come acqua bagna via la solitudine e che come pane sfama la vorace voglia di vita. Allor s’alza tutt’una voce. Ce la faremo. Si ridesta il mondo, carezzato dal dolce sole che con seco apre alla bella stagione, come fosse primavera. Sarà un volto chiaro, s’apriranno le strade sui colli di pini e di pietra; sbocciano allora sotto pavesiani ricordi le prime vite, come fiori il mondo si apre a vecchi fasti di una vita normale. Le prime luci del mattino portano con sé via la fredda tenaglia della pandemia, lasciando però sulla pelle inestimabili tagli che come quarzo graffiano la già delicata esistenza d’anime che traggono in vita a sole poche gocce d’acqua fresca. Nella mutevolezza, la vita poco altro è che un volo di mosca alata nel rapido destino.

Macigni gravan pesanti sulle forze e sui sospiri ma l’ultima luce irradia ancora uno spicchio di cuore e presto fa breccia nell’estate già calda. Ce l’abbiamo fatta. Nelle torride giornate ecco che al sole si ammorbidiscono gli ultimi sigilli, portando aria di libertà a gente che aria non ne avra più neanche per respirare. Un incubo che volgeva alla fine insieme ai titoli di coda visti dall’ultima fila di un vecchio cinema di periferia. Ma come uomini, troppo presto dimentichiamo ed il tempo che abbiam perduto per la nostra rosa non la rende più così importante ma va perduto come stelle asciutte su fogli di carta. Ingordi, cerchiam di viver ogni istante issando la nostra vita su una tela d’arte in un ritratto di mera perdizione, come in un romanzo di Oscar Wilde. Come uomini dimentichiamo e presto la vita ci scappa dalle mani, come se nulla fosse, scivolando tra le dita e poi i bicchieri che ingeriamo a forza pur di dimenticare il buio alle nostre spalle. È la paura di voltarci che, come Euridice, ci pietrifica, solo lasciando Orfeo che poco ha saputo resistere all’umana debolezza.
Con le mani sporche di terra e di sale, se ne va l’estate, cercando un ultimo fiore lascia Cartagine alle sue spalle ed ora come le onde danza in un abbraccio che spegne le luci e cala il sipario. La paura stessa ha reso l’uomo tracotante, macchiato di iubris torna in settembre fingendo che nulla sia mai accaduto. Il Covid, intanto, che tanto ossigeno aveva concesso nella calura estiva torna come onda ad inondare la terra. Non v’è normalità; s’aprono gli occhi e ciò che si credeva estinto come un vulcano torna ad eruttare ingoiando alle falde tutto ciò che incontra. La luce che tanto aveva illuminato la torrida stagione si affievolisce e presto, sempre più debole, cerca, appena fievole, di sopravvivere. Si spegne. Di nuovo in gabbia. L’uomo, come uomo, non impara dalla storia e ancor ripete gli stessi errori e pur con l’avvento dei vaccini non v’è ancora aria di normalità tra le genti.

Non spira aria di libertà tra gli uomini che, diabolici, perseverano nell’umano errare cercando libertà nel primo caldo del nuovo anno come se nulla fosse stato mai. E se è vero che la storia è un museo con pochi originali e tante copie, come Hegel, c’è solo una cosa che l’esperienza e la storia insegnano: uomini e governi non hanno imparato mai nulla dalla storia; né mai agito in base a principi da essi edotti. Danzino libere allora, signori, le dolci ali della libertà, mostrino i propri lineamenti aurei al sorgere del nuovo sole e ignorino, finché si può, il pericolo perché s’è vero che noi siam uomini, e uomini come siamo, nulla di oggi peserà alla bilancia dinanzi all’insostenibile leggerezza dell’essere.

di Gennaro Alvino

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