Heddi Goodrich: una scrittrice americana col cuore napoletano

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Heddi Goodrich è una scrittrice americana classe 71, laureatasi a Napoli, dove ha vissuto per qualche anno dopo aver completato gli studi. Oggi vive a Auckland in Nuova Zelanda.
La Goodrich scrive in italiano ed il suo romanzo d’esordio, Perduti nei Quartieri Spagnoli, tradotto in tredici lingue è stato un grande successo internazionale.

Il suo nuovo romanzo, L’americana, ha grande intensità e forza. Storie d’amore e di conoscenza, di voglia di scoprire il mondo e di capire, di sofferenza e di gioia di vivere. La sua è una lingua italiana luminosa, fresca, amata e reinventata da una scrittrice di incredibile talento. I personaggi sono ben delineati, in special modo dal punto di vista caratteriale. Imperdibile, per chi scrive della nostra terra, il topos del mare come luogo a cui affidare la propria anima, così come il rapporto madre-figlio.

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Perché Heddi Goodrich che è americana e vive in Nuova Zelanda sceglie di scrivere in lingua italiana?

«Lo scrittore polacco Joseph Conrad diceva dell’inglese nel quale scriveva: “questa lingua che io non possiedo, ma che mi possiede.” Mi ritrovo molto in queste parole. Quella di scrivere in italiano per me non è stata una scelta bensì un arrendermi a qualcosa, al destino forse, o alla mia vera essenza. L’unica scelta ragionata è stata quella di crescere i miei figli in una casa bilingue, ed è grazie al rapporto intimo con loro che mi sono riavvicinata a quella lingua che avevo appreso a partire dall’adolescenza a Castellammare di Stabia. Pensavo di averla dimenticata e invece era sempre lì, nel mio profondo, pronta a rinascere».

Quanto ha influito vivere a Napoli nella vita personale e professionale di Heddi?

«Ho vissuto nella provincia di Napoli durante i miei anni formativi, quindi l’ascendente di quei luoghi e di quella gente è incalcolabile; fanno parte di me. Ma ha influito anche in modo concreto sulla mia vita: con la mia laurea dell’Orientale di Napoli ho seguito un percorso professionale legato all’insegnamento delle lingue e alla traduzione».

Tante vite e anime ne “L’Americana”, ma Anita e Frida sono le protagoniste indiscusse del romanzo, chi sono queste due donne?

«Anita e Frida, due donne che appartengono a generazioni e culture diverse, ma che cominciano ad assomigliarsi sempre di più (o magari a fondersi l’una con l’altra): a indossare le stesse ciabatte, preparare gli stessi piatti, perfino il loro ciclo mestruale si sincronizza. Da sconosciute che non si erano mai viste in vita loro, pian piano diventano come una vera mamma e figlia, e ben presto non è più chiaro chi è la vera americana: la giovane statunitense riservata e “troppo integra” che arriva per uno scambio culturale, oppure Anita nata nella Gragnano del primo dopoguerra che è da sempre una donna libera, ribelle, aperta alle mille esperienze, e le mille ferite, della vita».

Grande spazio ai luoghi, il monte Faito, Gragnano, Castellammare di Stabia, e tanti altri, quanto di ciò che racconta, conserva nel suo cuore?

«Per me i luoghi naturali sono dei personaggi a sé, sono vivi come è vivo il nostro pianeta. E noi essere umani, che lo vogliamo o no, siamo continuamente influenzati dal mondo naturale: dalle maree e le montagne, dai tramonti e dai fiumi. I paesaggi naturalistici, ma anche quelli storici, rispecchiano i nostri paesaggi psicologici, non vedo distinzione. Quelli che descrivo nel romanzo sono quasi tutti luoghi che mi hanno lasciato un segno, che mi hanno cambiata in qualche modo (anche sconcertandomio spaventandomi), luoghi con cui ho un rapporto profondo ma non necessariamente sentimentale».

A 35 anni dalla sua prima volta in Italia, a Napoli, cosa ha ritrovato immutato e cosa modificato?

«A me sembra che quel processo di rivitalizzazione che era iniziato a Napoli negli anni novanta, quella stagione di speranza e voglia di rinascita, stia cominciando a dare frutti sul serio. È bello vedere i vicoli dei Quartieri Spagnoli, per esempio, pieni di locali e turisti. Ma la gente, per fortuna, la trovo uguale. Tornare a Napoli è sempre un abbraccio, un urlo, un’esagerazione».

di Anna Copertino

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N°223 – NOVEMBRE 2021

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