Sono mesi ormai che il mondo è scosso dalle proteste contro il razzismo scatenatesi dopo l’omicidio dell’afroamericano George Floyd da parte della polizia di Minneapolis, USA, il 25 maggio 2020. L’intero pianeta scende in piazza contro la brutalità e l’impunità della polizia e i sistemi razzisti da tempo ingenerati nella società. Con le elezioni presidenziali americane più roventi da decenni a un paio di mesi di distanza, Hamilton di Lin-Manuel Miranda è stato rilasciato su Disney+ proprio al momento giusto.

Per chi non lo conoscesse, Hamilton è un musical di Broadway del 2015 che racconta la storia del più giovane Padre Fondatore Americano, il primo Segretario del Tesoro, Alexander Hamilton, veterano della Rivoluzione, inventore della Guardia Costiera, di Wall Street, della prima banca d’America… il tizio sui dieci dollari. Un immigrato proletario antischiavista che prima dei trent’anni aveva finito per contribuire a creare una nazione, un’eccezione in un campo da gioco politico composto da ricchi latifondisti proprietari di schiavi. Non un uomo perfetto, ovviamente, l’ambizione e l’arroganza gli costarono la carriera e la vita, che perse in un duello con l’amico e Vicepresidente Aaron Burr, a neppure cinquant’anni.

Lin-Manuel Miranda, drammaturgo e rapper portoricano, racconta la sua storia mettendo l’accento sul suo aspetto di immigrato e pone in ogni ruolo attori di colore o latinoamericani, in un importante operazione di sovvertimento della narrativa “classica” (leggi: bianca) della storia americana. È stato un immigrato, afferma così Miranda, a costruire questa nazione. Sono stati gli stessi schiavi a combattere insieme ai rivoluzionari che predicavano la libertà di tutti gli uomini solo a parole. I libri di storia parlano di bianchi come Washington, Jefferson, Adams ma il sangue, il sudore e le lacrime su cui l’America è stata costruita apparteneva ai neri, ai latini, ai nativi americani e a tutte quelle persone per legge considerate subumane fino a cinquanta anni fa… e a vedere i filmati delle morti di vittime come Floyd, tuttora considerate subumane da chi ha un’oncia di potere.

Nel musical Alexander Hamilton professa di voler creare il miglior Paese possibile in America avendo visto e sperimentato le ingiustizie su cui è stata fondata questa nazione. È un giovane prodigio, una meteora che non sa quando fermarsi e finisce per schiantarsi al suolo e bruciare perché tutte le sue buone intenzioni non fanno che alimentare il suo ego e la sua smania per il controllo e il potere. È una perfetta metafora per l’America, con le sue false promesse di democrazia, i suoi riformisti ambiziosi – che si rivelano saldamente conservatori una volta giunti al potere – le sue risoluzioni epocali in cui i razzisti e gli oppressori trovano sempre cavilli da sfruttare per rendere tutto inutile.

Hamilton ci mostra che l’America era così fin dall’inizio, ma ora la gente è stanca, e le strade sono in fiamme proprio come all’inizio. Sono in fiamme come lo erano durante la Rivoluzione, la Guerra Civile e gli Anni Sessanta. È per questo che questo novembre è fondamentale, per capire se saranno in fiamme anche dopo, o l’America, per la prima volta dalla Rivoluzione, manterrà le sue promesse.

di Lorenzo La Bella

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