Guerra in Ucraina: anche la moda ne risente

75
informareonline-guerra-in-ucraina-anche-la-moda-ne-risente
Pubblicità

Guerra in Ucraina: anche la moda ne risente
La moda paga le conseguenze della guerra tra Russia e Ucraina.
Crollo dei mercati: conseguenze nel settore del lusso
 

Proprio quando il mondo intero scorgeva lo spiraglio di luce in fondo al tunnel chiamato Covid-19, una nuova minaccia è insorta per mettere a dura prova l’umanità e l’economia. La cruda realtà della guerra in Ucraina ha visto il supporto attivo diretto ed indiretto degli stati dell’Unione e non. La preoccupazione avanza al procedere del conflitto, le conseguenze di un tale avvenimento vengono vissute in primis da ucraini e russi ma si ripercuotono anche sugli altri stati.

Pubblicità

Non sono da meno gli effetti economici dovuti all’adattamento delle produzioni. Con l’indignazione molti brand hanno deciso di bloccare le importazioni, i pagamenti e le vendite in Russia. Attualmente il settore del tessile e dell’abbigliamento non figura nel pacchetto di sanzioni erogate dall’Unione Europea eppure la coesione dei marchi con le istituzioni è imprescindibile per fronteggiare la condotta russa.

Con questo quadro risulta difficile prevedere complessivamente le conseguenze del conflitto, l’unica cosa certa è che l’industria fashion è sull’orlo della ricaduta. Cosa sta effettivamente accadendo? In risposta alle sanzioni occidentali le compagnie di spedizione hanno annunciato la sospensione delle rotte verso la Russia, la merce bloccata si accumula. L’indotto approvvigionamento si traduce in collezioni invendute che forse potranno vedere la propria uscita dai negozi solo a prezzo promozionale.

Il caro energia colpisce le fasi di lavorazione come quelle adoperate per la tintura e la stampa, processi utili ad esaltare esteticamente tessuti e filati. Per le imprese i prezzi energetici sono nettamente aumentati e conseguentemente anche il costo di produzione lo è, il rincaro dei prodotti a livello globale appare inevitabile.

Senza dimenticare poi che le grandi firme stanno perdendo terreno di vendita in Russia, l’anno scorso la moda italiana ha esportato beni del valore totale di 1,4 miliardi. Anche lo shopping turistico ossia gli acquisti effettuati dai turisti russi in Italia porta a un 2% di fatturato perso. Verso il mercato ucraino, invece, le esportazioni toccano quota 250 milioni di euro circa.

Secondo gli analisti di Sanford C. Bernstein, Russia e Ucraina rappresentano in media tra il 4 ed il 5% delle vendite globali del lusso. Non è un periodo florido economicamente, gli investitori sono ancora più cauti. I crolli dei mercati hanno tra i protagonisti la seconda voce del Pil italiano: l’economia della moda. Settore focale che non vuole e non può continuare a perdere numeri.

Qualsiasi azione attuata deve essere ben pensata o il rischio è l’urlo alla russofobia come avvenuto in seguito alla scelta di Chanel. Il marchio francese ha impossibilitato i clienti russi ad acquistare prodotti all’estero per poi portarli nel loro paese, dato il blocco sarebbe stata una mossa furba e l’unica plausibile, ma Chanel ha impedito anche questo stratagemma.

Di tutta risposta le influencer russe si sono armate di cesoia e hanno iniziato a distruggere le iconiche bag della maison perché l’amore per la propria patria non vale quanto una borsa di Chanel I grandi nomi della moda con grande coraggio hanno deciso di non voler fare affari con il paese che ne sta martirizzando un altro.

Sui due pesi della bilancia vediamo da un lato vittime e ferite mentre dall’altro influencer indignate perché non possono acquistare la borsa dei loro desideri. Un divario meritevole di quest’epoca social in cui risulta anche lecito chiedersi quanto sia giusto negare un bene materiale a chi direttamente non ha alcuna colpa se non quella dell’identità culturale. 

Pubblicità