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Guai a chi danneggia l’ambiente!

Francesco Balato 08/01/2024
Updated 2024/01/08 at 5:19 PM
10 Minuti per la lettura

Questo mese ritorniamo al tema ambientale, cercando di dare qualche sintetica indicazione su una delle disposizioni più importanti in materia, la quale trova collocazione nel titolo VI bis del codice penale dedicato ai “delitti contro l’ambiente”.

IL DELITTO DI INQUINAMENTO AMBIENTALE

La norma in questione è quella che prevede, all’art. 452 bis, il delitto di inquinamento ambientale.
In questa rivista abbiamo già esaminato le norme penali contenute nel cosiddetto “codice dell’ambiente” (d.lgs n. 152/2006, in questa Rivista da agosto a ottobre 2023) e ci siamo poi occupati di quelle inserite più di recente nel codice penale trattando del delitto previsto dall’art. 452 quaterdecies, cioè le “attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti” (novembre 2023).

In questo numero vedremo invece il reato di “inquinamento ambientale”. Questo punisce con la pena della reclusione da due a sei anni e della multa da 10.000 a 100.000 euro la condotta di: «chiunque abusivamente cagiona una compromissione o un deterioramento significativi e misurabili: 1) delle acque o dell’aria, o di porzioni estese o significative del suolo o del sottosuolo; 2) di un ecosistema, della biodiversità, anche agraria, della flora o della fauna».

Il comma 2 prevede poi aggravamenti di pena se le condotta indicata si riferisce a un’area naturale protetta o sottoposta a vincolo paesaggistico, ambientale, storico, artistico, archeologico, ovvero in danno di specie animali o vegetali protette. Ulteriori aggravi di pena sono poi previste nel caso di lesioni o morte di una o più persone provocate dall’inquinamento. Ma cerchiamo di comprendere meglio cosa significa commettere il delitto di inquinamento ambientale.

In primo luogo bisogna dire che chiunque può commettere il reato: la disposizione non riguarda soggetti che abbiano determinate caratteristiche ma è indirizzata a chiunque, per cui qualsiasi cittadino può trovarsi destinatario della sanzione ove si renda autore della condotta. Questa, sul piano oggettivo, consiste nel provocare una “compromissione” o un “deterioramento” dei beni ambientali citati cioè l’acqua, l’aria, il suolo, il sottosuolo, etc.

AMBIENTE: COMPRESSIONE O DETERIORAMENTO?

La giurisprudenza insegna che si tratta di una endiadi che esprime il duplice volto che può assumere il danneggiamento. In effetti, il comportamento che configura il reato in discorso è sostanzialmente un danneggiamento “ambientale”, lì dove assume un particolare rilievo l’oggetto che viene danneggiato.
Compromissione e deterioramento sono le modalità in cui può avvenire il danneggiamento dei beni ambientali: il secondo, infatti, indica un danno di tipo strutturale che si arreca al bene ambientale (quando, ad esempio, si danneggia il sottofondo marino per il prelievo di coralli). Il primo invece si riferisce ad una specie di danneggiamento “funzionale”, in quanto attiene all’alterazione del rapporto di utilizzo che di quel bene ne fa, ad esempio, l’uomo.

Si pensi ai reflui di acque non depurate (o mal depurate) che si riversino in mare provocando l’impossibilità per l’uomo di fruirne. La norma poi richiede che la compromissione o il deterioramento siano “significativi” e “misurabili”.

Quanto alla misurabilità, il concetto si riferisce sostanzialmente all’oggettività del danneggiamento.
Perché vi sia il reato non occorre una consulenza a provarne l’alterazione, purché quest’ultima risulti però in maniera oggettiva da elementi di fatto che ne facciano constare appunto la materialità e, quindi, la misurabilità in concreto, anche – eventualmente – con consulenze e perizie. Si pensi al caso (esaminato in giurisprudenza) della condotta di collocazione di sabbia in mare per la realizzazione di un’isola artificiale, con con- seguente rimescolamento delle acque e incidenza sulle correnti marine: aspetti di fatto, questi, che appaiono oggettivamente constatabili insomma.

Gli effetti devono poi essere “significativi”, il che esclude dalla punibilità le condotte che generano fatti di scarso o contenuto rilievo. Il reato poi non presuppone una situazione di irreversibilità del danneggiamento. La possibilità che la condizione di inquinamento regredisca, per effetto dell’opera dell’uomo o per la capacità della natura di ripristinare la propria condizione non incide sul reato che sussiste a prescindere. Una volta appurato il deterioramento o la compromissione, cioè una volta che queste situazioni siano iniziate, tutte le attività di ulteriore inquinamento implicheranno un aggravarsi della condotta e, soprattutto, uno spostarsi in avanti del termine di consumazione del reato, fino all’irreversibilità del danno. Per il reato di inquinamento ambientale quindi non occorre l’irreversibilità perché la norma non punisce la distruzione dell’ambiente ma soltanto il suo deterioramento o la sua compromissione.
Se invece dovesse verificarsi un danno irreversibile vi sarebbero gli estremi del reato di cui all’art. 452 quater che punisce il “disastro ambientale”.

«Il comportamento che configura il reato in discorso è sostanzialmente un danneggiamento “ambientale”, lì dove assume un particolare rilievo l’oggetto che viene danneggiato».

Francesco Bulato, magistrato

AMBIENTE: COSA STIAMO DANNEGGIANDO

E veniamo agli oggetti di queste condotte di danneggiamento. I beni ambientali protetti sono quelli prima indicati, cioè l’acqua, l’aria, il suolo, il sottosuolo, gli ecosistemi, la biodiversità (anche agraria), la flora o la fauna. Quindi, la condotta danneggiatrice deve colpire questi beni ambientali. Con riferimento al suolo e al sottosuolo, poi, a differenza delle ipotesi nelle quali oggetto del danno siano le acque o l’aria, la norma pre- tende che si tratti di “porzioni estese o significative”, facendo così riferimento a condotte che abbiano un maggiore rilievo proprio in relazione all’estensione del bene colpito, mentre lo stesso discorso non può farsi con riferimento all’aria o all’acqua, in ordine ai quali sarebbe anche di più difficile individuazione. In ordine alle prime, casi frequenti sono quelli ad esempio dei cattivi funzionamenti dei depuratori che possono causare l’immissione di reflui in mare o in altre acque che ne determinino, appunto, una condizione di deterioramento o compromissione che talora può manifestarsi ad esempio anche con la copiosa morte di pesci e della fauna ittica (soltanto di qualche mese fa l’episodio della strana morte di migliaia di pesci nella darsena di Pinetamare).
Si tenga presente poi che, ai sensi dell’art. 452 quinquies, questo tipo di condotte può essere punito anche a titolo di colpa, cioè a causa di negli- genza, imprudenza o imperizia o per inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline, in ossequio a quanto dispone in termini generali l’art. 43 del codice penale.

UN DANNO SEMPRE ABUSIVO

Il danno all’ambiente in termini di deterioramento o compromissione, infine, e veniamo così all’ultimo requisito, deve essere commesso “abusivamente”. Il termine evoca la necessità che le condotte di inquinamento, che causano un danneggiamento, siano avvenute o in assenza di un’autorizzazione (in quanto ad esempio l’attività di prelievo di acque da un lago non recava autorizzazione: caso analizzato in
giurisprudenza) o in presenza di un’autorizzazione illegittima o, ancora, in caso in cui l’attività posta in essere (si immagini quella di pesca subacquea che comporti il danneggiamento del sottosuolo marino) sia in contrasto con disposizioni di legge (anche non aventi carattere ambientale) o anche con disposizioni amministrative. Insomma, non solo deve esservi il danno ambientale nei termini descritti, ma l’attività che lo ha realizzato doveva essere connotata da abusività, in quanto non permessa in radice o permessa a determinate condizioni nel caso non rispettate.

Si comprende, dunque, che questa norma penale riveste un’importanza fondamentale per il nostro ordinamento se solo si pensa che nell’anno appena concluso il legislatore ha introdotto un’ulteriore aggravante che opera nel caso in cui l’inquinamento causi deterioramento, compromis- sione o distruzione di un habitat all’interno di un’area naturale protetta o sottoposta a vincolo paesaggistico, ambientale, storico, artistico, archi- tettonico o archeologico (comma 2 dell’art. 452 bis).

Troppo spesso assistiamo inermi ad autentici scempi delle acque (anche di quelle balneabili delle nostre pregiate coste), dei nostri ecosistemi, del nostro suolo e del sottosuolo (non dimentichiamo i rifiuti intombati nelle nostre terre); della nostra aria (non dimentichiamo i fumi tossici degli incenerimenti abusivi di rifiuti o i miasmi derivanti da inquinamenti in- discriminati), e forse ci chiediamo attoniti perché, al cospetto di norme di questo tipo, non scattino controlli ancora più serrati e rigorosi (e le conseguenti sanzioni) in caso di comportamenti tanto lesivi di un bene supremo per il nostro sistema, qual è l’ambiente.

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