“Grown Shop”: perché la loro chiusura è un’assurdità

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A Caserta, come in tutta Italia, le procure hanno disposto il sequestro della merce o addirittura dell’intera attività commerciale ai cosiddetti Grown Shop che vendevano Cannabis “light”. Ma era davvero necessario?

“Summus ius, summa iniura”. Marco Tullio Cicerone lo affermava già oltre duemila anni fa: quando il diritto si afferma nel massimo del suo potenziale, lì si perpetra la massima delle ingiustizie.

Con un provvedimento d’urgenza, la Procura di Santa Maria Capua Vetere ha disposto la chiusura e il sequestro preventivo di quattro grown shop che vendevano prodotti derivati dalla canapa, a seguito della sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione dello scorso 30 maggio che ne vieta esplicitamente la commercializzazione, salvo che tali prodotti siano privi dell’efficacia drogante.

Ma cosa dice la legge? E cosa significa “efficacia drogante”?

La legge che regola la disciplina in merito alla produzione e ai settori a cui è destinata la Canapa sativa L., quella con il principio attivo di THC inferiore allo 0,2% per intenderci, è la n. 242 del 2016.

La norma di per sé non è chiarissima: con questa tipologia di canapa infatti si possono produrre alimenti, componenti per la bioedilizia, materiali di fornitura alle industrie e alle attività artigianali, coltivazioni dedicate alle attività di didattica, di ricerca  o destinate al florovivaismo.

Non è quindi previsto dalla norma l’uso ricreativo.

Fumare “cannabis light”, o vendendola esplicitamente come prodotto da fumare, non era consentito dalla legge neanche prima della sentenza della Cassazione, che ha semplicemente specificato che i prodotti derivati dalla canapa come ad esempio i liquidi da svapare per le sigarette elettroniche sono illegali se non sono privi dell’efficacia drogante, quindi se sono prodotti con un concentrato di THC o di altre sostanze tali da dare “lo sballo”.

Limiti in termine percentuali non vengono posti, lasciando una interpretazione abbastanza confusionaria.

Se la sentenza della Cassazione non modifica la legge, perché vengono chiusi i grown shop?

All’indomani della pubblicazione della sentenza, la Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere ha ordinato un’immediata ispezione, a cui è seguito il provvedimento di sequestro preventivo per i quattro negozi del settore presenti a Caserta.

Non si tratta quindi di un provvedimento definitivo, e non sembra essere nemmeno un atto dovuto.

La reazione della magistratura è sembrata quantomeno sproporzionata, considerando anche la confusione legislativa che presenta dei veri e propri vuoti.

Se da un lato infatti non è autorizzata la vendita di canapa e derivati per uso ricreativo, dall’altro non esiste nessuna legge che lo vieta espressamente o obbliga i commercianti (sarebbe impossibile) a controllare l’uso che ne fanno le persone di tali prodotti una volta venduti, e se c’era il sospetto che alcuni prodotti non fossero privi del famoso effetto drogante, sarebbe stato sufficiente sequestrare quella merce per più approfondite analisi e non l’intero negozio.

Cosa succede adesso?

La situazione che è venuta a crearsi ora è davvero paradossale.

In Italia dall’approvazione della L. 242/2016 sono stati aperti oltre tremila negozi specializzati, per un giro d’affari che ruota intorno ai 100 milioni di euro annui e che ha generato nuovi posti di lavoro, creazione di nuove imprese, nuovi redditi imponibili, andando quindi a dare una piccola spinta al sistema economico italiano che di certo non naviga in acque serene.

I negozianti e i produttori ovviamente non ci stanno a perdere gli enormi investimenti fatti, e hanno già annunciato una class action.

Potrebbe intervenire la politica, colmando quei vuoti legislativi che rendono la disciplina nebulosa e regolarizzare del tutto il settore, ma con i membri del Governo Conte che esultano per la chiusura come i ministri Salvini e Fontana, purtroppo sembra la strada meno percorribile.

di Raffaele Ausiello

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