Gomorra è un alibi, il fenomeno baby gang a Napoli

Baby Gang a Napoli -Gomorra

Quando la moda dei media ci riporta all’attenzione la violenza dei minori sui minori o la criminalità minorile in genere, l’approccio più semplice è di solito anche quello più scontato: pene più severe, abbassare l’età per l’imputabilità dei minori fino a 12 anni, togliere la patria potestà ai genitori dei minori che delinquono, coprifuoco, maggiore controllo del territorio da parte delle forze dell’ordine. È evidente che qui non si discute la bontà di nessuna delle proposte per il contrasto della criminalità minorile. Si può però dire che tutto quello che sentiamo e leggiamo come ricette repressive scontano una debolezza: il minore, soggetto debole sia quando subisce che quando commette reati, si pretende di curarlo rinchiudendolo. Per cui se è “bullizzato” o “vessato” o soggetto a crimini efferati si pensa di salvarlo facendolo uscire di meno da casa, di non farlo uscire affatto o di non farlo uscire mai da solo. Insomma lo si deve chiudere in casa. Se invece il minore è colui che commette i reati, se fa parte di quella che viene definita una baby gang, il suo destino non sembra molto diverso da quello pensato per il bravo ragazzino. Casa di accoglienza, carcere, riformatorio: comunque la soluzione al problema è sempre la reclusione. Si fa sempre una fatica enorme a chiedersi: ma perché un minore delinque nella nostra società? Di chi è la colpa? Che cosa facciamo per evitare che commetta reati anche gravi? E poi, perché in Italia la tragedia della criminalità minorile segue le stesse astruse e bugiarde regole della classificazione della criminalità mafiosa? Cioè perché nella pubblicistica italiana passa sempre il messaggio che al sud le mamme dei componenti delle baby gang sono più prolifiche di quelle che vivono altrove nel Paese? E perché mai le baby gang a Napoli come a Catania evolverebbero scientificamente in clan strutturati o sarebbero manovalanza per le organizzazioni mafiose mentre altrove sono solo piccole belve destinate a fare i delinquenti comuni in proprio? E perché mai un ragazzino accoltellato a Napoli da suoi coetanei sarebbe un episodio più inquietante di un poveraccio bruciato vivo nella sua auto da due piccoli balordi del Veronese?

Lo studio del fenomeno criminale minorile è evidente che ci interroga e ci chiama in causa tutti, non solo e non tanto l’apparato repressivo dello Stato (forze dell’ordine e magistrati) quanto la famiglia, la scuola, i servizi sociali, le istituzioni locali, l’informazione. Non so dire in base a quale ordine di importanza ma credo di poter sostenere, sulla base della mia esperienza professionale, che il fenomeno della criminalità minorile è figlio in primis del fallimento di una generazione di genitori e delle difficoltà in cui si dibatte la scuola. Papà, mamme, maestri, insegnanti che con termine pomposo si definiscono attori principali della comunità educante dovrebbero essere i pilastri della sana e robusta crescita di bambini che diventano adolescenti e cittadini. La qualità di questi cittadini dipende in massima parte dalle fondamenta che fornisce loro questa cosiddetta comunità educante. Viviamo in una società complessa, molto più dinamica di 20 anni fa, molto più difficile ma allo stesso tempo piena di stimoli e distrazioni: un ragazzino cresce sano se scuola e famiglia riescono a collaborare, ad agire di concreto e non come compartimenti stagno. Su questo versante avranno recitato un ruolo negativo le continue riforme della scuola quasi sempre calate dall’alto, il precariato trentennale nella scuola che si sta sanando con assunzioni di massa che prescindono dai meriti, i tagli alle risorse che stanno determinando lo sconquasso dell’istituzione scolastica e il progressivo allontanamento dei genitori dalla scuola e degli insegnanti dalle famiglie dei giovani. Questa è materia su cui si deve indagare. È qui che c’è il nodo da sciogliere di questo dramma che si chiama condizione dei minori nel nostro Paese. Non si può continuare a ridurre, come si fa da trent’anni a questa parte, la tragedia dei giovani che delinquono e che si perdono, ad una rissa tra chi invoca più tolleranza zero e più videosorveglianza e chi annuncia più maestri di strada o maestri in strada per recuperare l’evasione scolastica che in certi posti d’Italia ha raggiunto nel silenzio di tutti dimensioni inaccettabili. Vi siete mai chiesti che cosa fanno certe direzioni scolastiche regionali per recuperare, riportare in classe gli evasori della scuola dell’obbligo? Esattamente lo stesso sforzo che fa il fisco per combattere gli evasori fiscali. Battaglie di facciata. Nel 2017 solo i carabinieri, nel napoletano, hanno denunciato mille e passa genitori per evasione e abbandono della scuola dei loro figli. Che cosa fanno queste migliaia di bambini che non vanno a scuola? Chi dovrebbe riportarli in classe prima che si perdano, diventano gioventù bruciata? Volete sapere quanta importanza attribuiscono le nostre istituzioni locali (vedi la Regione Campania, per esempio) alla condizione dell’infanzia?

Faccio un esempio. L’Autorità garante della regione Campania per l’Infanzia è una istituzione che studia fenomeni di devianza, evasione e abbandono scolastico, crimini sessuali contro minori e tanto altro. Questa istituzione regionale ha una dotazione organica di 2 persone e fondi per 30mila euro annui. Vi pare una cosa seria? A proposito di cose serie, ho lasciato per ultima la polemica sulla fiction Gomorra che sarebbe la principale causa – a detta di alcuni o di tanti – dello scatenarsi di questa ondata di criminalità minorile in Italia. Faccio questa considerazione breve che prescinde dall’effetto emulazione del male che può affascinare un minore. Anche qui con un pizzico di esperienza professionale devo dire a chi ha certezze assolute che non sono i minori ad imitare Gomorra ma i bravi scrittori e sceneggiatori della fiction che sono stati a Napoli per mesi a leggere migliaia di pagine di atti giudiziari sulla camorra e sui minori finiti nei clan della camorra, a studiare i comportamenti, i modi di dire, di vestire, i tagli di capelli, il modo in cui delinquono dei ragazzini che oggi chiamiamo baby gang. Insomma, per quel che mi riguarda, Gomorra è un alibi in mano a chi non ha nulla da dire e si autoassolve.

di Paolo Chiariello
Caporedattore SkyTG24

Tratto da Informare n° 178 Febbraio 2018

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