Gli agenti esterni, differenziare il trattamento minorile

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È importante ricordare che la pena necessita di essere certa ma deve essere sempre posta in relazione alla rieducazione e che, a maggior ragione per il minore, c’è necessità di differenziare ed individualizzare il trattamento per il minore autore di reato. 

Spesso si sviluppano patologie che si innescano all’interno di un percorso formativo non per scelta ma perché il minore si trova in una situazione ambientale che presenta quei determinati modelli di riferimento. 

Si delinea un concetto fondamentale della legislazione penale minorile: il rapporto tra modelli di riferimento, ambiente e territorio. Esiste una duplice fenomenologia criminale. 

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Non solo quella dei quartieri disagiati, ma quella di quartieri agiati economicamente che esprimono un altro tipo di violenza e quindi di comportamenti devianti. L’elemento in comune sono i minori, cioè soggetti che non hanno portato a completamento il proprio sviluppo psicofisico. L’altro elemento in comune tra queste due tipologie di devianza, tra queste storie così diverse, è che hanno come effetto delle manifestazioni che si traducono nella rottura del patto sociale, della convivenza civile. A monte da un lato del disagio economico e a monte dall’altro dell’agiatezza economica cosa spinge il minore alla rottura del patto sociale? 

La solitudine. 

In situazioni di abbandono la rottura del patto sociale è una richiesta di attenzione rivolta a tutti. Essenziale è il concetto di educazione poiché è un completo: forma l’ individuo, come singolo e nella collettività. Quindi, sono necessarie strategie di inclusione sociale. Se, ad esempio, c’è una situazione di disagio, di abbandono, di assenteismo scolastico, bisognerebbe pensare a strategie di inclusione sociale. Lo Stato dovrebbe farsi carico del minore immettendolo in un meccanismo di inclusione sociale. Il minore diverrebbe parte integrante della comunità e se il minore diventa parte integrante della comunità è certo che non si rompe il patto con la comunità, con la convivenza civile, perché il minore è integrato in quella comunità e si sente parte di quella comunità. Ma, non ci sono politiche sociali di integrazione. Non ci sono servizi minorili degli enti locali, territoriali che si muovono nella logica di questa integrazione sociale. Si tratta di enti locali, territoriali, perché questi conoscono i problemi legati al territorio e quindi operano in collaborazione con i servizi dell’amministrazione della giustizia. I servizi minorili dell’amministrazione della giustizia svolgono una funzione interna al processo ma è necessario che siano informati della storia del minore. E la storia dei minori la conoscono i servizi territoriali. Perciò i servizi territoriali collaborano con i servizi dell’amministrazione della giustizia: vanno ad integrare la mancanza di conoscenza dei servizi dell’amministrazione della giustizia che non conosce i problemi del territorio. 

Quanto detto porta ad una successiva e più approfondita analisi. Per cui, se la successione teleologia degli atti nel processo penale ordinario deve essere rigida e quindi non vaga ma determinata e tassativa, nel processo penale minorile è necessario che essa sia flessibile perché bisogna adeguare l’inderogabilità del diritto all’educazione agli istituti processuali. E questo perché non esiste un codice di procedura penale minorile: esiste un insieme di regole speciali all’interno del Decreto del Presidente della Repubblica 22 settembre 1988, n. 448, che vanno integrate, contemperate con le norme del codice di rito ordinario. Non esiste pertanto un codice di procedura penale minorile ma un processo minorile i cui principi si ricavano dal rapporto di complementarietà sancito dalla prima parte dell’art. 1 d.p.R. n. 448/88: “Per quanto da esse non previsto, si applicano le disposizioni del codice di procedura penale ordinario.” 

Se il primo principio espresso è il principio di complementarietà che delinea il rapporto tra genus (codice di procedura penale ordinario) e species (dpr 448/88), il secondo principio che è espresso nella seconda parte dell’art. 1 d.p.R. n. 448/88 ha come destinatario il giudice. Il legislatore, nell’affermare che le disposizioni del codice di procedura penale ordinario debbono essere applicate in modo adeguato alla personalità e alle esigenze educative del minorenne, va a sancire che l’art. 1 c.p.p., integrato con l’art. 1 d.p.R. n. 448/88 implica un’operazione giurisdizionale, affidata al giudice, che va oltre la littera legis. Ma, si potrebbe obiettare che se l’esercizio della funzione giurisdizionale deve essere conforme alle norme del codice di procedura penale di rito (art. 1 c.p.p.), dal momento che l’art. 1 c.p.p. sancisce che la giurisdizione penale si applica secondo le norme del codice in questione, ed anche la Costituzione sancisce che il giudice è soggetto alla legge (art. 101, co.2, Cost.), nel momento in cui il giudice esercita la funzione oltre la littera legis, ci potremmo trovare a fronte di una patologia, di una violazione di legge. Ma nel caso del giudice che esercita la funzione giurisdizionale presso il tribunale dei minorenni si ammette l’adeguamento della funzione di ius dicere alla personalità ed alle esigenze educative del minore. C’è una regola speciale che va ad attenuare il principio di legalità formale. Principio di complementarietà e principio di adeguatezza sono i principi cardine del processo penale minorile che ricadono nei contenuti peculiari della funzione giurisdizionale. Il che significa che già dall’art. 1 d.p.R. n. 448/88 il legislatore sta delineando la specializzazione come presupposto del giudice che è chiamato a svolgere la funzione giurisdizionale. 

Il giudice minorile ha la specializzazione e quindi la competenza funzionale ad adeguare le norme alla personalità e alle esigenze educative del minorenne. 

Una domanda che alla lettura dell’art. 1, co. 1, seconda parte ci si porrà è, se alla base della specializzazione dell’esercizio della funzione giurisdizionale vi è la conoscenza della personalità come presupposto della individuazione delle specifiche esigenze educative di quel minore, come potrà il giudice conoscere della personalità del minore? E’ chiaro che se il minore proviene da un quartiere disagiato, come quello della Sanità, avrà un determinato tipo di personalità ed esprimerà un determinato tipo di esigenze educative, ma se il minore proviene da un quartiere agiato come il quartiere Vomero, di Napoli? Il quartiere Vomero esprime un alto tasso di criminalità minorile che però è espressione di una tipologia diversa di criminalità e quindi a monte vi saranno personalità di minori diversi con esigenze educative diverse. Non tutti i minori esprimono gli stessi bisogni, necessitano degli stessi bisogni educativi, ma bisogna fare uno screening, differenziare le situazioni. Sono situazioni diverse che implicano un trattamento diverso. Si potrebbe pensare ad una violazione dell’art. 3.1 della Costituzione. Ma in realtà si è in piena applicazione dell’art. 3.2 Cost. L’art. 3.2 Cost. va ad analizzare tutti quei fattori che implicano una disuguaglianza di fatto, perché sono tutte situazioni di partenza diverse. E situazioni di partenza diverse implicano trattamenti diversi. Quindi il giudice ha la competenza funzionale ad individuare le specifiche esigenze educative legate a quel singolo minore, a quel singolo caso. Ma questa differenziazione di trattamento che è bene definire individualizzazione, sarà individualizzazione di personalità, famiglia, amici, ambiente, risorse economiche, etc. Allora sarà necessario individuare nell’ambito del d.p.R. 448/88 un istituto a sostegno di questa funzione che deve svolgere il giudice di adeguamento delle strutture processuali alle esigenze educative. 

Al centro dell’art. 1 d.p.R. n. 448/88 vi è la funzione specializzata del giudice e si chiede a questo giudice non solo di adeguare le norme processuali alla personalità ed alle esigenze educative del minore, ma anche di spiegare il significato etico sociale delle attività che sono compiute nel processo. Nel comma due dell’art. 1 d.p.R. n. 448/88 il legislatore costruisce un rapporto a due, quasi di affidamento. Egli sta sancendo che la funzione del processo penale minorile oltre ad essere accertamento del fatto penalmente rilevante è quella di responsabilizzare il minore. Ecco perché il giudice illustra anche le ragioni etico-sociali delle decisioni. Il giudice responsabilizza il minore passo dopo passo nella successione teleologica degli atti. Egli avvia un percorso di responsabilizzazione endofasico, cioè interno al processo. Il processo penale minorile oltre ad essere luogo di accertamento del fatto penalmente rilevante diventa un’esperienza di responsabilizzazione volta a risocializzare il minore, a reintegrare il minore. I principi del processo penale minorile, sono delineati dall’art. 1 d.p.R. n. 448/88: 

– Il principio di complementarietà; 

– Il principio di adeguamento; 

– Il principio di responsabilizzazione. 

 

di Salvatore Sardella

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