Giuseppe Palermo K1

Giuseppe Palermo: «la professionalità è un’attitudine mentale»

Nicola Iannotta 10/03/2022
Updated 2022/03/10 at 3:20 PM
13 Minuti per la lettura

Giuseppe Palermo, campione italiano di kickboxing, si racconta a Magazine Informare

Passi rapidi, veloci, svelti, si alternano e si spostano ondeggiando. Il busto oscilla e gli occhi, aggressivi ma fermi, concentrati, tengono d’occhio l’obiettivo. TAM PAM – TAM PAM. Indietreggia – il colpo è svelto è forte – il sacco da pugilato, e il suono stridulo, provocato della catena che lo tiene sospeso, pare un lamento. Sulla pelle nerastra della fiancata solo una traccia resta dei due pugni inferti poco prima. Giuseppe guarda davanti a sé e mira solo il suo obiettivo.

Una vita dedita allo sport. Giuseppe Palermo, di anni 27, sorride allegramente quando gli si chiede di raccontare dei suoi traguardi e della sua passione per lo sport da combattimento. Lui è napoletano d’origine, coach e K1 fighter. Giuseppe è campione italiano di wako pro k1 nelle categorie -67; -71; -75 kg. Inoltre, gode della vittoria di vari titoli internazionali. Il suo volto è steso, benevolo, né una traccia di quell’aggressività ferina mostrata sul ring. Sorride ed è quasi imbarazzato, ma sempre sicuro di sé: «Quando sono sul ring è un altro mondo: mi diverto, ma cambio atteggiamento. Lì esiste solo la lotta». Forse solo la perentorietà della risposta lascia sfuggire una sfumatura di aggressività da combattente.

Indice
Giuseppe Palermo, campione italiano di kickboxing, si racconta a Magazine InformarePassi rapidi, veloci, svelti, si alternano e si spostano ondeggiando. Il busto oscilla e gli occhi, aggressivi ma fermi, concentrati, tengono d’occhio l’obiettivo. TAM PAM – TAM PAM. Indietreggia – il colpo è svelto è forte – il sacco da pugilato, e il suono stridulo, provocato della catena che lo tiene sospeso, pare un lamento. Sulla pelle nerastra della fiancata solo una traccia resta dei due pugni inferti poco prima. Giuseppe guarda davanti a sé e mira solo il suo obiettivo.«Da ragazzino giocavo a calcio. Ero abbastanza vivace come tanti adolescenti di quell’età, ma sentivo anche tante difficoltà. Sono testardo e polemico, e questo mio carattere mi ha sempre creato dei problemi, soprattutto a scuola. Contro ogni tipo di umiliazione avuta da pseudo-insegnanti negli anni, che mi portavano rabbia e frustrazione – chiaramente, poi, quando non rendi a scuola, il tuo rapporto coi tuoi genitori non è dei migliori – ho sempre rigato dritto. Ma alla fine ho avuto ragione io.Gli insegnanti mi ripetevano continuamente che non ero adatto alla scuola, che non potevo andare all’università. Mi facevano sentire un fallito. E io rispondevo loro, con la rabbia in corpo, che all’università non ci sarei andato, che non m’importava. Devo sottolineare che non tutti gli insegnanti mi hanno trattato così, altri sono stati più pazienti con me e a loro auguro tutto il meglio.Così, ho trascorso i miei anni adolescenziali: fronteggiandomi e scontrandomi con docenti e genitori. L’unico momento di tranquillità, per me, durante la giornata, coincideva con il tempo dell’allenamento e dello sport. Giocavo a calcio, lo amavo e mai avrei pensato di intraprendere sport da combattimento».Come ti sei avvicinato alla lotta?«Un po’ per caso. Ricordo di aver visto il film “Never Back Down” insieme con mio padre. Lui mi stuzzicò dicendomi di provare questo tipo di sport. Ricordo di non aver dormito quella notte. Ricordo che non avevo un vero “cuor di leone” ma volevo tenermi occupato per stare lontano il più possibile da casa; volevo tagliare sempre di più i momenti relazionali con la mia famiglia e con mio padre soprattutto. Litigavamo continuamente. Così, ho cominciato a cercare palestre sul territorio che offrissero corsi del genere.A 15 anni ho cominciato con il Whing Chun, ma le lezioni non mi presero perché mi sembravano troppo hollywoodiane. C’era troppo spettacolo. Così, mi iscrissi all’Easy Fitness di Caserta e provai a seguire un corso di Taekwondo; parallelamente seguii anche un corso di Kickboxing con il Csam Shoot Boxe, e da quel momento non ho smesso con gli allenamenti. A 15 anni ero un adolescente anche molto pauroso, ma ero incazzato e volevo dare voce alla mia rabbia».Cosa provavi?«Beh, la situazione a scuola non era delle migliori come ho detto. Questo influiva molto nel mio rapporto con la famiglia. Litigavo continuamente con i miei. Più volte sono fuggito di casa per non continuare ad urlare contro i miei e per non continuare a ricevere urla. Pensa, avevo organizzato così meticolosamente le mie giornate, preoccupandomi di riempire qualsiasi spazio vuoto per tenermi sempre occupato: sveglia alle 6, corsa e pesistica e poi studio prima di andare a scuola. Dopo scuola mangiavo velocemente lì fuori -solitamente ad un bar- prima di fare i corsi d’inglese e/o i compiti assegnati. Ore 17-18,30 pugilato. Dalle 19-20,30 ripetizioni di fisica e matematica. Ore 21-22,30’corso di kick. Poi rientravo a casa e caricavo ancora un po’ in sala attrezzi -avevo allestito una piccola sala in garage- e poi cena. Il giorno dopo ripetevo il programma.So che volere è potere e vorrei anche dire a tutti i ragazzi, qualsiasi sia la strada che hanno scelto, che il lavoro duro ripaga sempre. A scuola professori poco professionisti invece di spronarmi, mi umiliavano. Qualcuno mi ripeteva che “non ero adatto”. Io non ho mai smesso di credere in me stesso e in quello che ero capace di fare. Sono stato il primo (o al massimo il secondo) a laurearmi della mia classe liceale. Allo stesso tempo, ho avuto grandi successi sportivi. A 21 anni lavoravo già come personal trainer, ero istruttore di kick e ero in grado di parlare bene tre lingue. Il lavoro e la fiducia in me stesso mi hanno reso autonomo e indipendente, anche economicamente, dai miei genitori. A 25 anni sono andato a vivere da solo.A 27 anni ho cominciato un secondo percorso di laurea. A dispetto di quello che mi ripetevano a scuola, ho reagito con rabbia e ho voluto fare sempre meglio. Ma non tutti reagiamo allo stesso modo. La maggior parte degli adolescenti si butta a terra e si auto-convince di essere inadatta».Cosa è successo poi?«Ho abbandonato il calcio. Io ho sempre giocato a calcio e ho sempre vissuto per il calcio. Sono sempre stato deciso e ambizioso. Ho sempre cercato di chiedere il massimo sforzo al mio corpo anche quando non potevo. All’età di 12-13 anni mi diagnosticarono il morbo di Osgood Schlatter, ovvero una disfunzione fisica prettamente giovanile. Per farla breve: il nucleo tra tibia e rotula non mi si era sviluppato bene e questo mi causava infiammazione continua al ginocchio.I medici furono catastrofici nella diagnosi, e mi dissero che sarebbe bastata una pallonata per rompermi definitivamente, che non avrei camminato più bene. Mai io non riuscivo a stare fermo. Proprio non potevo. Così, mi sono iscritto in palestra con la volontà di rafforzare il mio fisico e provare a sfidare me stesso. In palestra mi sono trovato subito bene, mi piaceva il tipo di allenamento. Pian piano il mio fisico si rafforzava, migliorava e cresceva. Ma soprattutto mi sentivo più dinamico, in grado di poter fare cose in cui prima non riuscivo.Stavo diventando padrone del mio copro. Così cominciai anche a lottare. Arrivarono le prime vittorie nella categoria light: regionali, nazionali. Spesso sono andato incontro a molti infortuni per il sovrallenamento. Ma avevo fame di vittorie. Anzi, più vincevo e più volevo ritornare sul ring e vincere ancora. Il salto di qualità è avvenuto grazie al mio attuale istruttore, Stefano. È stato lui a convincere il mio precedente maestro che ero pronto per salire sul ring. Per provare a combattere non in light ma in uno scontro vero e proprio. Ho provato e ho vinto. Quel mese, all’indomani dell’incontro, feci le valigie e partii per l’Olanda».Perché l’Olanda?«Ad Amsterdam ci sono alcune fra le palestre più importanti del mondo per gli sport da combattimento. Amsterdam è un po’ la capitale degli sport da combattimento. Lì nel weekend ci sono almeno tre incontri al giorno. Gli spettatori desiderano i match, pagano bene per assistere; gli sponsor finanziano e pagano. Insomma, tutto quello che manca qui in Italia. Quando sono andato in Olanda avevo solo 19 anni. Sono partito, in maniera del tutto autonoma perché desideravo confrontarmi con i migliori. Provare sulla pelle quale era il loro livello e sfidare me stesso a raggiungerlo.Quello che subito mi ha impressionato è l’aggressività dei combattenti mentre lottano: è qualcosa che qui non avevo mai visto. Credo che vederla, sentirla, mi abbia fatto bene, perché è qualcosa di necessario: in questo sport non si cresce con le carezze. Ad Amsterdam mi allenavo praticamente ad ogni ora. Sveglia alle 6, alle 7:30 cominciavo il primo turno di allenamento, poi tornavo a casa per pranzo, mangiavo e crollavo nel sonno.Mi risvegliavo nel primo pomeriggio, di corsa in palestra fino a tardi e di nuovo a dormire. Nessuna vita sociale. Ah, e ogni spostamento rigorosamente in bici. Ovviamente quando fai un’esperienza del genere diventa tutto più semplice. Ti alleni duramente e combatti in modo molto più sciolto, familiare, semplice».E quando sei ritornato dall’Olanda hai esordito da professionista?«Si, l’esordio è avvenuto in una bellissima serata. Ricordo il momento del controllo peso. Avrei dovuto partecipare alla sfida per la categoria dei 71 kg. Ora, io non peso una settantina di chili da quando ho 14 anni. Il mio peso normale è di 81-82 kg. Per questo ogni volta che devo gareggiare mi sottopongo ad una dieta ferrea e ad un processo di weight cut che mi permettono di perdere quei 10kg in eccesso.Due giorni prima dell’incontro mi contatta il mio maestro e mi dice di dover perdere altri 4kg per gareggiare nella categoria dei 67. Pensa, ben due giorni prima. Io pesavo ancora 73 e avrei dovuto perdere altri due chili per arrivare a 71. Ora mi si chiedeva di perdere 6 kg in due giorni. Roba da pazzi. Accetto. Avevo già acquistato il biglietto dell’aereo, era importante per me combattere, cosa avrei dovuto fare? Non avevo scelta.Due giorni di digiuno, sauna, niente liquidi. Pensa alle pazzie che ho fatto pur di lottare. Questa è la prassi che mi caratterizza ancora oggi. So di chiedere tanto al mio fisico. Ovviamente quando mi riduco a tagli di questo genere ne pago le conseguenze per i mesi successivi. Ma pur di combattere sono sempre disposto a farlo».Qual è la situazione in Italia degli sport da combattimento?«È una situazione molto precaria. Noi viviamo all’ombra del calcio. Negli ultimi anni però la situazione è migliorata; l’attenzione dei media è più forte. Pensa, solo per farne uno di esempi, alla visibilità raggiunta da Conor McGregor. L’incidenza mediatica che lui ha piaccia o no, attira l’attenzione dei media e del pubblico».Quali sono i tuoi progetti futuri?«Attualmente lavoro come coach e mi alleno per gareggiare. Studio e non ho smesso mai di farlo. A dispetto di chi mi criticava al liceo, ho una laurea in lingue e sto prendendo una laurea in biologia. Vorrei specializzarmi in nutrizione e conciliare questo ambito professionale con la mia attuale professione da coach. Vorrei avere in futuro un mio studio e una mia palestra».
«Da ragazzino giocavo a calcio. Ero abbastanza vivace come tanti adolescenti di quell’età, ma sentivo anche tante difficoltà. Sono testardo e polemico, e questo mio carattere mi ha sempre creato dei problemi, soprattutto a scuola. Contro ogni tipo di umiliazione avuta da pseudo-insegnanti negli anni, che mi portavano rabbia e frustrazione – chiaramente, poi, quando non rendi a scuola, il tuo rapporto coi tuoi genitori non è dei migliori – ho sempre rigato dritto. Ma alla fine ho avuto ragione io.
Gli insegnanti mi ripetevano continuamente che non ero adatto alla scuola, che non potevo andare all’università. Mi facevano sentire un fallito. E io rispondevo loro, con la rabbia in corpo, che all’università non ci sarei andato, che non m’importava. Devo sottolineare che non tutti gli insegnanti mi hanno trattato così, altri sono stati più pazienti con me e a loro auguro tutto il meglio.
Così, ho trascorso i miei anni adolescenziali: fronteggiandomi e scontrandomi con docenti e genitori. L’unico momento di tranquillità, per me, durante la giornata, coincideva con il tempo dell’allenamento e dello sport. Giocavo a calcio, lo amavo e mai avrei pensato di intraprendere sport da combattimento».

Come ti sei avvicinato alla lotta?
«Un po’ per caso. Ricordo di aver visto il film “Never Back Down” insieme con mio padre. Lui mi stuzzicò dicendomi di provare questo tipo di sport. Ricordo di non aver dormito quella notte. Ricordo che non avevo un vero “cuor di leone” ma volevo tenermi occupato per stare lontano il più possibile da casa; volevo tagliare sempre di più i momenti relazionali con la mia famiglia e con mio padre soprattutto. Litigavamo continuamente. Così, ho cominciato a cercare palestre sul territorio che offrissero corsi del genere.
A 15 anni ho cominciato con il Whing Chun, ma le lezioni non mi presero perché mi sembravano troppo hollywoodiane. C’era troppo spettacolo. Così, mi iscrissi all’Easy Fitness di Caserta e provai a seguire un corso di Taekwondo; parallelamente seguii anche un corso di Kickboxing con il Csam Shoot Boxe, e da quel momento non ho smesso con gli allenamenti. A 15 anni ero un adolescente anche molto pauroso, ma ero incazzato e volevo dare voce alla mia rabbia».
Cosa provavi?
«Beh, la situazione a scuola non era delle migliori come ho detto. Questo influiva molto nel mio rapporto con la famiglia. Litigavo continuamente con i miei. Più volte sono fuggito di casa per non continuare ad urlare contro i miei e per non continuare a ricevere urla. Pensa, avevo organizzato così meticolosamente le mie giornate, preoccupandomi di riempire qualsiasi spazio vuoto per tenermi sempre occupato: sveglia alle 6, corsa e pesistica e poi studio prima di andare a scuola. Dopo scuola mangiavo velocemente lì fuori -solitamente ad un bar- prima di fare i corsi d’inglese e/o i compiti assegnati. Ore 17-18,30 pugilato. Dalle 19-20,30 ripetizioni di fisica e matematica. Ore 21-22,30’corso di kick. Poi rientravo a casa e caricavo ancora un po’ in sala attrezzi -avevo allestito una piccola sala in garage- e poi cena. Il giorno dopo ripetevo il programma.
So che volere è potere e vorrei anche dire a tutti i ragazzi, qualsiasi sia la strada che hanno scelto, che il lavoro duro ripaga sempre. A scuola professori poco professionisti invece di spronarmi, mi umiliavano. Qualcuno mi ripeteva che “non ero adatto”. Io non ho mai smesso di credere in me stesso e in quello che ero capace di fare. Sono stato il primo (o al massimo il secondo) a laurearmi della mia classe liceale. Allo stesso tempo, ho avuto grandi successi sportivi. A 21 anni lavoravo già come personal trainer, ero istruttore di kick e ero in grado di parlare bene tre lingue. Il lavoro e la fiducia in me stesso mi hanno reso autonomo e indipendente, anche economicamente, dai miei genitori. A 25 anni sono andato a vivere da solo.
A 27 anni ho cominciato un secondo percorso di laurea. A dispetto di quello che mi ripetevano a scuola, ho reagito con rabbia e ho voluto fare sempre meglio. Ma non tutti reagiamo allo stesso modo. La maggior parte degli adolescenti si butta a terra e si auto-convince di essere inadatta».
Cosa è successo poi?
«Ho abbandonato il calcio. Io ho sempre giocato a calcio e ho sempre vissuto per il calcio. Sono sempre stato deciso e ambizioso. Ho sempre cercato di chiedere il massimo sforzo al mio corpo anche quando non potevo. All’età di 12-13 anni mi diagnosticarono il morbo di Osgood Schlatter, ovvero una disfunzione fisica prettamente giovanile. Per farla breve: il nucleo tra tibia e rotula non mi si era sviluppato bene e questo mi causava infiammazione continua al ginocchio.
I medici furono catastrofici nella diagnosi, e mi dissero che sarebbe bastata una pallonata per rompermi definitivamente, che non avrei camminato più bene. Mai io non riuscivo a stare fermo. Proprio non potevo. Così, mi sono iscritto in palestra con la volontà di rafforzare il mio fisico e provare a sfidare me stesso. In palestra mi sono trovato subito bene, mi piaceva il tipo di allenamento. Pian piano il mio fisico si rafforzava, migliorava e cresceva. Ma soprattutto mi sentivo più dinamico, in grado di poter fare cose in cui prima non riuscivo.
Stavo diventando padrone del mio copro. Così cominciai anche a lottare. Arrivarono le prime vittorie nella categoria light: regionali, nazionali. Spesso sono andato incontro a molti infortuni per il sovrallenamento. Ma avevo fame di vittorie. Anzi, più vincevo e più volevo ritornare sul ring e vincere ancora. Il salto di qualità è avvenuto grazie al mio attuale istruttore, Stefano. È stato lui a convincere il mio precedente maestro che ero pronto per salire sul ring. Per provare a combattere non in light ma in uno scontro vero e proprio. Ho provato e ho vinto. Quel mese, all’indomani dell’incontro, feci le valigie e partii per l’Olanda».

Giuseppe Palermo K1

Perché l’Olanda?
«Ad Amsterdam ci sono alcune fra le palestre più importanti del mondo per gli sport da combattimento. Amsterdam è un po’ la capitale degli sport da combattimento. Lì nel weekend ci sono almeno tre incontri al giorno. Gli spettatori desiderano i match, pagano bene per assistere; gli sponsor finanziano e pagano. Insomma, tutto quello che manca qui in Italia. Quando sono andato in Olanda avevo solo 19 anni. Sono partito, in maniera del tutto autonoma perché desideravo confrontarmi con i migliori. Provare sulla pelle quale era il loro livello e sfidare me stesso a raggiungerlo.
Quello che subito mi ha impressionato è l’aggressività dei combattenti mentre lottano: è qualcosa che qui non avevo mai visto. Credo che vederla, sentirla, mi abbia fatto bene, perché è qualcosa di necessario: in questo sport non si cresce con le carezze. Ad Amsterdam mi allenavo praticamente ad ogni ora. Sveglia alle 6, alle 7:30 cominciavo il primo turno di allenamento, poi tornavo a casa per pranzo, mangiavo e crollavo nel sonno.
Mi risvegliavo nel primo pomeriggio, di corsa in palestra fino a tardi e di nuovo a dormire. Nessuna vita sociale. Ah, e ogni spostamento rigorosamente in bici. Ovviamente quando fai un’esperienza del genere diventa tutto più semplice. Ti alleni duramente e combatti in modo molto più sciolto, familiare, semplice».
E quando sei ritornato dall’Olanda hai esordito da professionista?
«Si, l’esordio è avvenuto in una bellissima serata. Ricordo il momento del controllo peso. Avrei dovuto partecipare alla sfida per la categoria dei 71 kg. Ora, io non peso una settantina di chili da quando ho 14 anni. Il mio peso normale è di 81-82 kg. Per questo ogni volta che devo gareggiare mi sottopongo ad una dieta ferrea e ad un processo di weight cut che mi permettono di perdere quei 10kg in eccesso.
Due giorni prima dell’incontro mi contatta il mio maestro e mi dice di dover perdere altri 4kg per gareggiare nella categoria dei 67. Pensa, ben due giorni prima. Io pesavo ancora 73 e avrei dovuto perdere altri due chili per arrivare a 71. Ora mi si chiedeva di perdere 6 kg in due giorni. Roba da pazzi. Accetto. Avevo già acquistato il biglietto dell’aereo, era importante per me combattere, cosa avrei dovuto fare? Non avevo scelta.
Due giorni di digiuno, sauna, niente liquidi. Pensa alle pazzie che ho fatto pur di lottare. Questa è la prassi che mi caratterizza ancora oggi. So di chiedere tanto al mio fisico. Ovviamente quando mi riduco a tagli di questo genere ne pago le conseguenze per i mesi successivi. Ma pur di combattere sono sempre disposto a farlo».
Qual è la situazione in Italia degli sport da combattimento?
«È una situazione molto precaria. Noi viviamo all’ombra del calcio. Negli ultimi anni però la situazione è migliorata; l’attenzione dei media è più forte. Pensa, solo per farne uno di esempi, alla visibilità raggiunta da Conor McGregor. L’incidenza mediatica che lui ha piaccia o no, attira l’attenzione dei media e del pubblico».
Quali sono i tuoi progetti futuri?
«Attualmente lavoro come coach e mi alleno per gareggiare. Studio e non ho smesso mai di farlo. A dispetto di chi mi criticava al liceo, ho una laurea in lingue e sto prendendo una laurea in biologia. Vorrei specializzarmi in nutrizione e conciliare questo ambito professionale con la mia attuale professione da coach. Vorrei avere in futuro un mio studio e una mia palestra».

Condividi questo Articolo
Lascia un Commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.