Giuseppe Borrelli, Procuratore di Salerno: «Il cittadino ha bisogno di una risposta celere dalla giustizia»

Con una superficie di ben 4.954 km², la provincia di Salerno è la 16esima in Italia per estensione territoriale ed è già da questo dato che possiamo rinvenire la complessità nel gestire un’area così vasta.

A ciò si aggiungono le difficoltà sociali tipiche della nostra penisola, e in particolare del Mezzogiorno, come ad esempio la pervasività nel tessuto economico della camorra.
E sotto questo aspetto la provincia di Salerno è assolutamente interessante per le mafie, sia per il traffico di stupefacenti e traffico internazionale di droga (come dimostrato dall’ultima operazione antidroga al porto di Salerno) sia per ingenti investimenti su una zona costiera rara per quanto meravigliosa. A capo della Procura di Salerno c’è oggi il dott. Giuseppe Borrelli, un magistrato che conosce minuziosamente le dinamiche delle organizzazioni mafiose, frutto di un grande lavoro nella Dda di Napoli e di un’esperienza di anni sul campo, in prima linea contro tutte le mafie. Chi meglio di lui può illustrarci quali sono gli interessi delle mafie su questa “succulenta provincia” e come procede il suo ambientamento in un Ufficio di grande rilevanza.

Dott. Borrelli, può descriverci le competenze territoriali della Procura? Quanto è complessa la gestione, ad esempio, della città di Salerno, rispetto a Napoli o Caserta? Può esporci una panoramica generale anche dell’organizzazione?

«L’impatto con la realtà salernitana è stato dilazionato nel tempo, perché l’attività della Procura ha avuto due mesi e mezzo di blocco a causa dell’emergenza da covid-19. Questi mesi, però, mi sono serviti per poter conoscere l’Ufficio, senza le pressioni derivanti dalle emergenze quotidiane. La situazione organizzativa dell’ufficio e la comprensione dei settori su cui intervenire, saranno evidentemente i primi nodi da sciogliere. La situazione del Distretto di Salerno è molto diversa rispetto a Napoli, perché il territorio è, per quanto riguarda la criminalità organizzata, sostanzialmente diviso in tre parti: c’è una parte nord, l’agro-nocerino sarnese, che è caratterizzata da stabili presenze camorristiche locali e dalla infiltrazione di clan napoletani. La realtà metropolitana di Salerno è invece caratterizzata da una criminalità mafiosa sopravvissuta a precedenti interventi giudiziari e da organizzazioni dedite soprattutto al traffico di sostanze stupefacenti.
Infine, nella parte sud, la criminalità organizzata è presente prevalentemente nella Piana del Sele, mentre il Cilento costituisce un territorio di investimento per le mafie provenienti da nord e da sud. Parliamo di investimenti immobiliari, ma anche imprenditoriali, perché il Cilento produttivo è caratterizzato da una miriade di imprese che operano nel settore caseario, dell’allevamento e dell’agricoltura, del turismo, in quello alberghiero e della ristorazione.
Tenuto conto della drammatica realtà che ci avviamo a vivere quest’estate, i cui effetti saranno visibili a partire da settembre o al massimo da fine anno, è ampiamente prevedibile che molte di queste imprese chiuderanno e costituiranno punto di interesse di chi ha grosse disponibilità liquide da investire. E, in questo momento, grosse liquidità da investire le ha solo la criminalità organizzata».

Dal punto di vista dell’organizzazione giudiziaria, quale difficoltà ha trovato a Salerno?

«Uno dei problemi di maggiore rilevanza è sicuramente quello della tutela ambientale. Uno ulteriore è costituito dall’ampiezza del territorio e dalla scarsità, soprattutto nella parte meridionale, dei presidi tradizionali di polizia giudiziaria, come Carabinieri, GdF, Commissariati di Polizia, eccetera. La distanza dal centro, ove sono ubicati i reparti più importanti, affida la tutela del territorio a reparti periferici, talvolta di piccola entità, e sicuramente ci sarà molto da lavorare sull’incremento del monitoraggio dei danni all’ambiente e delle violazioni delle norme ambientali. Ciò che infatti ho potuto constatare immediatamente è l’incompatibilità tra il numero delle segnalazioni di reato che pervengono alla Procura e l’estensione del territorio che invece si presta a questo tipo di violazioni. Se pensiamo che nel distretto di Salerno rientrano la costiera amalfitana, la piana del Sele, compresa Paestum, e una parte consistente del Cilento e si confronta la situazione ambientale che caratterizza alcuni di questi territori, talora constatabile anche visivamente, col numero di comunicazioni di notizie di reato, si comprende subito che qualcosa non va. Bisogna migliorare, sotto questo profilo, il rapporto tra Procura e Polizia Giudiziaria.
Ci sono ulteriori e vari problemi: nel distretto di Salerno, sono presenti tre tribunali. Due di questi (Vallo della Lucania e Nocera Inferiore) sono palesemente sottodimensionati rispetto a quella che è la quantità di procedimenti di competenza distrettuale che li investono.
Ciò ha determinato una situazione dove si è formato un arretrato ormai difficilmente gestibile. La situazione del Tribunale di Salerno non è molto migliore. Su questo va aperto un ragionamento, che abbiamo già iniziato a Salerno, e che mi auguro possa cominciare anche negli altri due Tribunali. Anche la Procura deve dare un contributo alla risoluzione di questa situazione, evitando una trattazione burocratica dei procedimenti penali, considerandoli come qualcosa da smaltire. Ma ciascuno deve fare il suo. Non sono venuto per fare indagini destinate a consumarsi lentamente in dibattimento. Né si può dimenticare che l’emergenza epidemiologica, che ha riguardato anche l’amministrazione della Giustizia, ha provocato un’ulteriore formazione di arretrati. Insomma, ci sono problemi da affrontare. Noi siamo partiti con una riorganizzazione dell’ufficio e speriamo possa portare risultati».

Ha parlato di criminalità organizzata e dell’intenso traffico di stupefacenti, che per le casse dei clan è una risorsa inestimabile. Proprio a Salerno c’è stato, ad inizio luglio, un sequestro di 14 tonnellate di anfetamina, dove sulle pasticche vi era un simbolo legato all’Isis. Se ci può dire qualcosa in più su quel sequestro e quali sono i vostri monitoraggi antidroga.

«Per quanto riguarda in generale la vicenda, è sintomatica di quella che è la situazione del porto di Salerno, reso un “porto sicuro” dalla sua perifericità rispetto a Napoli, in quanto caratterizzato da un minor numero di controlli.
È una situazione particolarmente delicata, tanto è vero che nel mese di maggio è stata emessa una misura cautelare a carico di circa sessanta persone, tra cui numerosi appartenenti all’Ufficio delle Dogane di Salerno. La circostanza alla quale ha fatto riferimento evidenzia la centralità del problema dei controlli al porto a garanzia dell’intera regione. Riteniamo di aver fatto una cosa utile, ma è evidente che il porto è un problema che ha una sua serietà e sul quale stiamo lavorando».

Dopo i grandi arresti nei clan camorristici, sembra che la Magistratura abbia avuto difficoltà nel raccontare il proprio lavoro ai cittadini. Qual è la sua opinione in merito?

«Io credo che la magistratura abbia dovuto fare i conti con il fatto che il dibattito politico in questo Paese, con la crisi delle ideologie, si è trasformato in un confronto tra tifoserie fidelizzate che non si sono più confrontate su diverse visioni e grandi valori, ma su quelle che sono le debolezze, talvolta anche private, dell’avversario. Questo ha inciso profondamente sull’opinione pubblica e sulla sua percezione del valore dell’azione giudiziaria, che viene costantemente strumentalizzato: il fine delle indagini non può essere quello di attribuire una patente di moralità, ma di accertare e perseguire eventuali reati. Ciò ha portato ad una narrazione secondo cui in questa Regione non esiste più un’emergenza criminale.
Bene, si tratta di una lettura miope, perché se è vero che (e peraltro solo entro certi limiti) si riscontra un numero minore di fatti di sangue è pur vero che oggi la criminalità organizzata agisce in maniera ugualmente pervasiva e forse ancor più dannosa per la società.
Se i delitti della camorra non hanno più quelle caratteristiche di spettacolarità che avevano 15/20 anni fa, deve dirsi che le organizzazioni criminali hanno oggi più che mai la capacità di intervenire, anche a grandi livelli, in settori fondamentali dell’economia, con ricadute rilevantissime sul tessuto sociale ed economico del territorio. Tutto questo è avvenuto attraverso l’instaurazione di legami stabili con la borghesia imprenditoriale e delle professioni, che hanno provocato ricadute molto pesanti sul piano culturale, quanto al valore da attribuire al rispetto delle regole, come garanzia per l’uguaglianza dei cittadini.
Raccontare tutto questo è difficile, perché non è così interessante come ciò che avveniva prima. Le indagini hanno meno appeal perché sono diverse; pensiamo a quelle che sono le attività di riciclaggio realizzate dalle organizzazioni criminali avvalendosi di monete elettroniche come i Bitcoin. È chiaro che i sistemi di monitoraggio delle movimentazioni dei capitali elaborati con riferimento all’utilizzo della moneta cartacea oggi non sono più validi, perché sfuggono ai meccanismi di controllo.
Se prima versavo soldi in banca, quel versamento veniva tracciato. Oggi pagando con bitcoin, questo non avviene più. Allora è chiaro che occorre pensare a nuove forme di controllo, che, ad esempio, si spostino dal denaro ai beni. Su questo argomento c’è un evidente ritardo nel tessuto legislativo, probabilmente dovuto anche alle resistenze opposte dai grandi poteri finanziari, il cui peso, a livello globale, è noto a tutti. Immagini cosa significa spiegare, con approfondimenti e dettagli tecnico-scientifici, come funzionano i bitcoin a dei lettori o su un sito web e comprenderà bene come oggi le attività investigative siano molto meno interessanti e capaci di attirare l’attenzione dei lettori o dei telespettatori. È un male, perché invece il servizio Giustizia incide profondamente su quella che è l’affidabilità dell’Italia agli occhi dell’Europa e del mondo.
Ecco, io credo che la pretesa che il cittadino dovrebbe avere dalla Giustizia è quella della sua efficienza: non è concepibile, e lo dico facendo autocritica, che il processo penale sia caratterizzato da una così alta percentuale di assoluzioni, perché questo dimostra che si è lavorato male. Non è possibile che i processi abbiano una durata come quella che li caratterizza in Italia e, in particolar modo, al Sud. Il Paese ha bisogno di certezze, il cittadino ha diritto a una risposta celere al suo bisogno di Giustizia.
E questa è sicuramente un’emergenza».

di Angelo Morlando e Antonio Casaccio

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°208
AGOSTO 2020

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