Giuliana De Sio: «Il talento è raro da trovare, anche quello grezzo»

Giuliana De Sio

Caffè delle Arti
Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma.

Conversazione tra due personaggi in cerca d’autore

Ci sono volti difficili da raccontare, alcuni dei quali portano con loro ricordi e storie di vita vissuta sulle tavole del palcoscenico e dinanzi ad una macchina da presa. Uno di questi è quello di Giuliana De Sio, artista italiana, del sud, con una carriera quarantennale fatta teatro, cinema e premi. La De Sio non è solo questo, e il suo volto lo fa capire. Meglio farcelo raccontare da lei.

“Io credo che si reciti solo nella vita, mentre nell’arte si persegue solo la verità.” «Conosci questa citazione?» (Comincio così, accendendo nel bel mezzo del nostro aperitivo pomeridiano, quel registratore che fino a quel momento avevo deciso di lasciare in disparte sul tavolino). «Sai chi l’ha detta?» (…Momento di riflessione). «No». Al Pacino (Informo io). «La condividi oppure hai una tua personale visone riguardo questo paradossale mestiere tutto particolare?»

«No, non la condivido perché personalmente non recito neanche nella vita. Non recito né nella vita e né sul palcoscenico. A parte il fatto che “recitare” è un verbo che a me non piace… È una parola obsoleta; infatti in altre lingue si dice “to play” (giocare), che da un senso già diverso. “Jouer” in francese (giocare). Invece noi usiamo dire “RECITARE…” senti quanto è ampolloso!».

«Personalmente preferisco il verbo “interpretare” (sono d’accordo con lei), o “to act” (agire)».
«Esatto!» (Deglutisce un altro sorso della sua spremuta d’arancia). Recitare… (Continua) Si recitano le preghiere! Una giaculatoria… (leggo un fastidio nei suoi occhi; una sorta di intolleranza verso questa forma di idea comune che si ha riguardo questo delicatissimo mestiere). Recitare dà l’idea di qualcosa di pesante, di stantio, di barocco…»

«Tornando alla citazione di Al Pacino, lui dice che nell’arte si persegue solo la verità e noi sappiamo cosa vuol dire: lavoriamo ostinatamente per estrarre da dentro di noi quell’autenticità tanto fragile e sublime quanto ripugnante, talvolta… Giuliana, quando tu sei sul palco, persegui sempre la verità?»
«Personalmente la perseguo anche nella vita, la verità».

«D’accordo. E dimmi, qual è per te la “vera missione” di un artista?»
«Rapire il pubblico per quelle due ore in cui concentriamo tutto noi stessi; strapparlo alla quotidianità, al peso sderenante della quotidianità e portarlo in una dimensione emotiva alternativa, straordinaria. Se ci riesci, “SE CI RIESCI” (Evidenzia, con tutta la consapevolezza di quanto sia difficile questo), sei un grand’attore ed hai compiuto, secondo me, una missione socialmente utile. Se non ci riesci sei un cane e… (Sospira come in quel modo acquietasse maree interiori troppo violente che se non contenute sarebbero traboccate fuori inondando l’intervista di chiodi e zavorre affondate nel corso di una vita) …E quindi dovresti restare a casa».

«Insomma… Hai comunque fatto intrattenimento!».
«No. Non hai fatto nemmeno intrattenimento perché hai annoiato (perché di solito il pubblico si annoia se non gli arriva quella scintilla». «Quel graffio…» (Aggiungo io, immedesimandomi nel suo pathos). C’è una differenza molto netta tra chi lo fa ottenendo come unico risultato quello di annoiare, e chi invece lo fa e ti rapisce!».

«Pensa alla potenza della poesia, della scultura, della lirica, del teatro viscerale o della pittura onirica per un momento, okay? Gli artisti contemporanei, secondo te, hanno ancora quel cordone ombelicale che li collega alla frequenza universale, oppure oggi quel contatto mistico tra artista e coscienza superiore da cui si trae ispirazione è andato perso e, eventualmente come si può entrare in contatto, “riagganciarsi”, a quel tipo di ispirazione misteriosa che noi crediamo sia appartenuta agli artisti del passato? In cosa trai, tu Giuliana, l’ispirazione?»
(Riflette. Raccoglie a sé gli ingranaggi utili della praticità e lascia perdere tutto il resto. Mi risparmia i fronzoli e mi offre la pura verità). «Io nei miei bisogni. Io ho dei bisogni… Tanti bisogni! Ho delle mancanze, dei vuoti… Affondo in quei vuoti e lì trovo dei tesori, che mi servono per riemergere, da questo vuoto… È sempre nelle mancanze, nei bisogni che, io… cerco personalmente l’ispirazione…» (Riesco quasi a vedere con immagini dense e palpabili, la proiezione dei suoi pensieri, forti ma soli. Ora si fan randagi, ora bellissime vetrate di cattedrali al sole ora invece, specchi sul passato, che s’infrange come rugiada sui fili spezzati, di amori andati, come affondati in un mare imperscrutabile, per sempre… E il ricordo di sua madre, venuta a mancare appena pochi giorni prima dell’inizio della trasmissione che ci ha fatto incontrare mi balza prepotente alla mente, quasi mi verrebbe di alzarmi per andare ad abbracciarla, ma lei è forte – a dispetto di quel che può sembrare -, lei è forte. Giuliana è un essere speciale. Ha la debolezza di un essere mortale ma ha in sé il ricordo pulsante del divino. Così desisto. Castro il mio impulso di aggirare il tavolino per stringerla in un abbraccio amico e la lascio affrontare i sui pensieri, i suoi ricordi. La lascio attraversare i suoi vividi e familiari odori. So bene quanto forti ed improvvisamente tattili possono – i ricordi, le sensazioni tattili e gli odori familiari -, presto suscitare. Temo di interferire con il suo flusso emotivo e così non la interrompo. Ascolto le sue parole e lascio che siano le vibrazioni a fluire riecheggianti nell’aria rivelando radici e crepe). «…Cerco così l’ispirazione», (Continua) ammesso «che esista l’ispirazione, perché sinceramente io non so, non so bene nemmeno cosa sia “l’ispirazione” …» (si materializza cosi, attraverso queste parole, tutta la severità e la disciplina che Giuliana si impone. Audace e meticolosa come un equilibrista su un fil di ghiaccio tra i fuochi).

«Hai mai avuto momenti di ispirazione?» (insisto).
«Ci sono dei momenti quando sei in palcoscenico (perchè poi è il palcoscenico che ti porta a questo, a differenza invece della macchina da presa – perché lavorare davanti la macchina da presa rende tutto talmente tecnico, rende tutto “spezzettato”, interrompe il flusso, le emozioni sono spezzettate, devono essere riprodotte quasi in provetta e poi ripetute e ripetute ancora, interrompendo ogni volta lo slancio che in quel dato momento ha la storia, insomma, per cui…) sì, puoi avere dei momenti di ispirazione, di grande comunicatività al cinema ma, insomma è più raro, è più il Teatro – l’arte assoluta – che ti porta ad avere dei momenti in cui, perdi il controllo e sei in contatto, probabilmente con “qualcosa di più grande”, e quelli sono i momenti in cui tu comunichi in maniera più forte, però sono degli sprazzi, degli attimi, sono degli stati di grazia insomma… E sappi che questi momenti sono molto rari e in un’intera carriera di successo possono anche non avvenire mai. Quello di cui tu parli sono fenomeni che rasentano il misticismo quasi. Sono possibili e in qualcuno avvengono “per fortuna”, ma io faccio affidamento solo sul mio impegno tecnico».

«Quali sono i luoghi misteriosi di Napoli che ti trasmettono sensazioni arcaiche fin ora mai raccontate? La Sibilla Cumana tanto per citarne una?».
«Beh sì! Girai anche una fiction nel sito archeologico della Sibilla molti anni fa… Stetti una settimana a lavorare lì sotto, a “recitare” all’interno di quell’antro, dentro quei cunicoli… Ricordo ancora le sensazioni ed il suono che assumeva la voce dentro quella grotta dalle pareti altissime nell’oscurità del tufo. E da allora non ci sono tornata più. Saranno passati vent’anni, venticinque forse, non lo so. Ma ricordo che mi colpì moltissimo».

«Di quale lavoro si trattava?».
«Era uno sceneggiato televisivo per la RAI mi sembra…».

«E del Cristo velato cosa mi dici? Cosa ti riporta alla mente?».
«Quella è una vera opera d’arte di fronte alla quale – ammutolito per l’incredulità – vedi tutti i tuoi limiti umani. Ti chiedi “ma come è possibile?” Ti rendi conto che, quella è qualcosa di più di una scultura: è un virtuosismo poetico!».

«Si sentiva ispirato lo scultore che ha realizzato quell’opera? Quel tale Giuseppe Sanmartino (altro orgoglio napoletano)!».
«E beh! (Ammette) Secondo me si sentiva ABBASTANZA ispirato!! Però era anche bravo…».

«Quindi Tecnica insieme a Ispirazione?».
«Sì…».

«Ci sono artisti che hanno solo tecnica e poi, ci sono quelli che hanno oltre alla tecnica appresa dallo studio in bottega, anche il dono dell’intuizione creativa».
(Rimaniamo entrambi qualche momento in silenzio. Ognuno a fare i conti con il proprio ego probabilmente). «Lo scultore ha il suo blocco di marmo davanti e da quello può tirar fuori la forma della sua immaginazione; il pittore ha la sua tela bianca sulla quale poter dipingere la sua anima; lo scrittore tutta la libertà che gli concede il suo foglio vuoto. L’attore invece… (Ammette uno degli aspetti conflittuali di questo mestiere) La nostra non è un’arte pura… Nel senso che noi dobbiamo interagire con un materiale preesistente e fuori da noi. Quindi il nostro non è un procedimento assoluto. L’attore ha il suo testo come riferimento, quello da cui dovrà poi prendere informazioni e costruire. Ma intanto dobbiamo sperare che il testo ci sia di ispirazione! Dobbiamo sperare che ci tocchi delle corde e che ci smuova qualcosa dentro, altrimenti è un problema anche soltanto incominciare! E non sempre possiamo scegliere – saremmo dei veri privilegiati se potessimo anche sceglierlo ogni volta – invece… Dobbiamo farcelo piacere, punto».

«Ed eseguirlo al massimo delle nostre capacità sapendo già che non saremo mai pienamente soddisfatti del nostro lavoro». (le confesso anch’io).
«L’avrai ormai già capito, questo è un mestiere abbastanza bastardo. La cosa ideale sarebbe quella di scrivere per sé i testi che poi interpreterai; scrivere cose che ti appartengono. Con queste condizioni allora possiamo parlare di una forma d’arte completa, altrimenti è sempre un piccolo compromesso».

«Quante volte ti è capitato di lavorare ad un testo che ti ha veramente entusiasmata?».
«Tre volte, quattro al massimo, in quarant’anni di carriera. E quando questo accade, l’interpretazione assume una potenza e una pienezza che… (le mancano le parole per descrivermelo ma la sensazione mi arriva attraverso la sua energia e mi riempie le vene e l’addome di onnipotenza e ardore).

«Per concludere questa analisi dunque possiamo dire che l’attore è un “esecutore” al pari di un musicista che da’ suono alla musica scritta da qualcun altro o, come un danzatore che mette la sua energia nel movimento coreografico concepito dal suo maestro, mentre invece potremmo considerare uno scrittore al pari di un “creatore” perché parte da una sua “origine”, da un’emozione o da un concetto e lo sviluppa senza avere sopra di sé nessun altro “regista” – a parte sé stesso – un creatore sviscera sé stesso (non che un esecutore non possa fare altrettanto mettendo poi a disposizione della parte tutta la sua anima e bile raschiata sul fondo, considerando però i limiti entro cui deve agire e reagire) con la libertà di poter indagare ed andare in tutte le direzioni senza il controllo di un occhio al di sopra di lui. L’intuito è una dote indispensabile ad entrambi!» (Sintetizzo così alla fine per evitare di barcamenarmi in concettuali elucubrazioni che se non sostenute anche dalla mia intervistata rischierebbero di portare soltanto l’attenzione lontano da Lei – e questo non sarebbe educato e tantomeno intelligente – Dopo qualche istante di contemplazione nell’aria tiepida profumata di gelsomini, ecco che Giuliana mi fa un cenno di approvazione. Sembra trasalire da qualche suo pensiero astrale ma continua a rimanere immobile nella sua regale postura, mentre invece io avrei preferito che aggiustasse il tiro del mio discorso non del tutto bilanciato anziché rimanere sospesa nell’atemporale silenzio del tramonto, enigmatica come una sfinge. Ma poi il suo sguardo si sbrina, mi guarda, e come un oracolo di Delfi mi tocca prima con lo sguardo e poi proferisce parola).
«…Puoi anche evolverti dalla semplice qualifica di esecutore e diventare veramente un interprete-artista, cioè un attore che “crea” un personaggio. Un attore che riempie il suo personaggio anche se è già descritto sulla carta e, rispetto a quello che c’è sul foglio, mettere qualcosa di più, aggiungere qualcosa di sconosciuto. Qualcosa che aggiunge al personaggio sfumature che sulla carta non avresti nemmeno immaginato… Quindi diventi anche autore. È una metafisica che può avvenire. Si può fare. Si può fare ma ci devono essere delle condizioni per poterlo fare: devi avere un testo che ti ispira particolarmente; un personaggio che ti tocca nel profondo, che ami, che ti emoziona. Io ho avuto questa esperienza, rarissime volte ma, ho avuto questa fortuna. La differenza la senti, è come un’illuminazione! La senti rispetto a tutte le altre volte – in cui pure ero considerata brava; un’attrice che faceva bene le cose – ma… Quello slancio poetico lì è raro in una carriera».

«Una tua paura mai finora raccontata?».
«Le ho già raccontate tutte le mie paure (Ride…) Mah… Io ho delle paure molto normali di quelle che hanno tutti. Ho paura di ammalarmi – non nel senso che sono ipocondriaca però – per niente! Non è una fobia ma una paura normale, nel senso che ho paura di ammalarmi e di non essere più in grado di potermi muovere, di essere autonoma, perché io sono molto fisica, attiva, e se tu mi levi la possibilità di muovermi, di lanciare il mio corpo da qualche parte, in un’evoluzione “dinamica”, io mi sento morta, mi deprimo per cui, ho bisogno di stare sempre bene in salute, devo sentirmi attiva e sempre pronta per ogni tipo di attività. Ho avuto molti, molti “acciacchi” nella mia vita ma ogni volta per fortuna ne sono sempre uscita fuori con una serie di piroette… Devo poter fare le capriole, non mi accontento semplicemente di rimettermi in piedi, devo superare i miei limiti, sempre. Ballando con le Stelle infatti per me è stata in assoluto la prova più evidente di quello che per me significa darsi la possibilità di “superare i propri limiti”, immagino anche per te, dato che tu hai fatto un vero e proprio percorso, da quando sei entrato fino a come sei arrivato alla finale: una vera e propria evoluzione. Si è visto moltissimo il miglioramento che hai avuto, le tue varie transizioni… Hai fatto un grande progresso (e questo te l’abbiamo riconosciuto tutti) e si è visto proprio tanto!» (La ringrazio e le racconto che quando è avvenuto il cambiamento di cui parla ho avvertito dentro di me una sensazione liberatoria che più volte ho metaforicamente descritto come un vero e proprio disinnesco di una bomba emotiva che fino a quel momento avevo tenuto sotto controllo nel substrato della mia pancia)

«Ma potevo fare molto di più! (Do voce al mio rammarico). Non mi sono mai concesso totale libertà, ma questa è un’altra storia, adesso siamo qui per raccontare di te… Avevi paura d’esibirti in diretta davanti a tutta la nazione?»
«E che non si vedeva?! (Esclama sgranando gli occhi sorpresa dalla banalità della mia domanda). Ero terrorizzata! Certe sere ero letteralmente pietrificata. Il mio partner ha dovuto più volte trascinarmi fisicamente da un punto all’altro della pista da ballo. Povero Maikel, se ripenso a tutto quello che gli ho fatto passare… E che lui ha fatto passare a me!! (Scocca l’accento su quest’ultima puntualizzazione). Mi ha trattata come la sua schiava bianca (scherza). Mi prendeva e muoveva come una bambola. Tra le sue braccia ero un satellite in orbita. Completamente abbandonata alle correnti delle sue sfrenate coreografie».

«Ma tu affrontavi l’impresa con carattere e enorme sacrificio! Ti vedevo durante le prove. Eri tenace e volenterosa. Sempre disponibile a fare le prove anche fuori gli orari di lezione! Non hai mai piegato il fianco, non ti ho visto mai cedere sotto il peso dello stress. Anzi!! Ti ho visto rimetterti alla prova anche durante i tuoi tanti momenti di sconforto. Ti sei comportata sempre da grande professionista. Una vera atleta del cuore. Non hai temuto il confronto con nessuno, neppure con i tanti più giovani che erano in gara come te. Sei stata competitiva sempre! Ed è stato soltanto segno di grande umanità e umiltà vederti scivolare sotto la fatica e lo stress quando quel sabato sera in diretta esclamasti, esausta, “…Non ne posso più! …Non ne posso più!”».
(Abbassa lo sguardo nelle trasparenze del bicchiere immergendo con esso il suo nuovo stato d’animo). «…Ma quanto ci siamo divertiti?! (Riemerge dal tuffo, improvvisa, facendo tintinnare i cubetti di ghiaccio nel vetro). Se si potesse lo rifarei di nuovo a settembre! (La gioia la inonda risuonando nella voce. I suoi occhi ora brillano di vivace energia. La vedo improvvisamente più bella. In un attimo Giuliana è ritornata ragazza. Il suo sorriso spazza via tutte le nubi che solitamente sembrano avvolgerla d’angoscia). Mi sono affezionata a Maikel…» (Rivela, lasciando sfumare così la sua voce. Come un profumo che lascia nell’aria la scia di meravigliosi momenti).

«Ma tornando alle “paure”, hai mai temuto di non essere abbastanza calata nella parte?».
«Sempre. Sempre. Sempre… (Ammette). Tranne forse un po’ in quest’ultimo che è lo spettacolo della mia vita e del mio cuore che si chiama “Notturno di donna con ospiti”»

«Che ho visto e apprezzato due volte! (Mi complimento). Al teatro Bellini di Napoli due anni fa credo».
«Quel personaggio mi piace moltissimo, ha in sé uno spazio in cui io ho potuto aggiungere goffaggine, allegria, depressione, infantilismo, follia, poesia, momenti buffi e tragedia. Ma non è stato facile arrivare a questo testo, trovarlo. Anche adesso per esempio, continuo a leggere cose ma non trovo niente che mi piace, che mi ispira».

«Essere sul palcoscenico, essere sollevata da terra quel metro e mezzo che ti permette di sentirti al centro del mondo e non solo della scenografia; essere incorniciata da quella grande bocca ingegnosa ed esigente che è il teatro, ti fa sentire più sicura di te rispetto a quando sei a terra sullo stesso livello degli altri, oppure il contrario, ti fa sentire più vulnerabile, più fragile, più nuda, più esposta, più piccola?».
«Una volta ho sognato… (Comincia così il suo raccapricciante racconto, tra un’oliva e l’altra). Ho sognato che ero malata. Malatissima. In un letto con un pigiama tutto sporco. Ero inguardabile, tutta sfatta, con i capelli tutti disordinati e la fronte tutta sudata per la malattia. Conosci quella sensazione di quando sei a letto da giorni e non vuoi esser visto da nessuno, neppure dalla luce che batte fuori le persiane della tua stanza? Triste, misera e moribonda… Non riconoscevo quella stanza piccola e spoglia. Forse era la camera di un ospedale perché avevo attaccati alle braccia tutta una serie di tubicini e di aghi; o forse era la stanza d’un manicomio… Chissà. (“è più probabile!” pensai, sorridendo tra me…) Ad un certo punto, qualcuno apriva una tenda… Alla mia destra c’era questa pesante tenda scura, e questa persona l’apriva tirando una corda che penzolava dall’alto. Ed io così mi rendo conto che in realtà stavo su un palcoscenico, tutta zozza e malata, attaccata a una flebo in questo letto non mio. E allora io dicevo “Oddio…” Davanti a me tutte facce sconosciute che mi osservavano. Ero da sola davanti a un pubblico che in silenzio mi guardava dalla penombra, ed io non potevo farci niente… In quel momento però capii che quello lì era il mio posto. Avrei voluto nascondermi, uscire ma, ero destinata a stare lì! Mi ha fatto molto pensare questo sogno perché sentirmi esposta come un corpo vivisezionato davanti a una calca di medici in camice bianco mi ha fatto sentire necessaria. Mi ha fatto sentire anche che per me è necessario il palcoscenico perché è il luogo dove posso curare i miei mali… Il palcoscenico è un luogo psicotico per me, non è un luogo “sano”, ed è giusto che sia così. È un luogo dove si riproduce una realtà virtuale -dove però in pratica avviene “realmente” -. Quindi è dove si pratica il rituale della realtà. Una riproduzione della vita molto fedele. È un esame al microscopio della nostra condizione di umani. Non nascondo infatti che il teatro può essere un luogo anche pericoloso! E non nel senso che ci si può far male fisicamente. Certo quello può capitare – e a me è capitato spesse volte! – È pericoloso perché sei sempre in bilico come un funambolo. Ti prosciughi ogni volta e ti costringi a memorie e a emozioni. Fare teatro significa fare autoanalisi e autolesionismo ogni volta, per poi risanarsi, in un valzer schizofrenico di continue forzature, illusioni e realtà». «…E molta solitudine e momenti di profonda insicurezza e sconforto» (Aggiungo io sul suo finale).

«Giuliana ma dimmi la verità, ti senti a tuo agio sul palco?».
«Mi sento… Ti ho raccontato il sogno per farti avere un’idea. Stare sul palcoscenico è “un’esagerazione” …Un’amplificazione di ogni singolo tuo impulso. Mettersi sotto un fascio di luce è una cosa difficilissima per una persona timida. Perché io sono una persona timida di fondo… Molti attori a dire il vero sono persone timide, introverse e sensibili, – al contrario di quello che uno può pensare -. Io sono stata quasi disadattata da piccolina… Di contro ci sono poi molti attori che invece amano stare in pubblico, sotto l’attenzione di tutti».

«Dell’egocentrismo e della vanità ne parleremo dopo…».
«Ma c’è dell’egocentrismo anche in questo, c’è una forma di piacere subdolo anche in questo fidati. Anche chi non si riconosce appieno nella condizione di personaggio pubblico perché preferirebbe stare fuori dai riflettori e lontano dagli obbiettivi, dove dice di sentirsi più a suo agio, ha in realtà -anch’esso- una vena sadomasochistica di vanità ed egocentrismo invece! Ci sono poi attori che si piacciono platealmente senza farne alcun segreto. Attori che godono nell’ammirarsi. Sai quanti ne ho conosciuti, di colleghi così? A differenza di questi, quando ci sono le proiezioni private nelle salette dei produttori ad esempio; sai quando si visualizza il materiale girato dopo il doppiaggio, una volta finito il montaggio ecc., ed il film sfila per la prima volta sullo schermo bianco muovendo i suoi primi passi? Ecco, io odio quel momento! Soffro sempre quando sono seduta lì tra tutti i cineasti costretta a rivedermi. Scalpito sempre sulla poltrona. Mi copro il viso con le mani e guardo le mie scene attraverso le ciocche dei capelli sulle mie dita, scomoda sulla poltrona, quasi in procinto di alzarmi e andare via. Non mi piace guardarmi, mi trovo orrenda! Brutta! Cagna! Invece ho visto sulle facce di molti miei colleghi la felicità, il godimento di quel rivelatorio momento. Non aspettano altro che quello pensa: che vedersi e sentirsi sul grande schermo. Ma sono due modi d’esistere, non c’è da fare polemica e dire: “Sono meglio io” o “è meglio l’altro” …».

«Rispondimi con il cuore, Giuliana tu sei una persona felice?».
«No. (…Ma sì pazz!)» (Le sento sfuggire di bocca mentre io passo alla domanda successiva).

«Hai attraversato mille esperienze durante il corso della tua vita, quali sono quelle che desidereresti ancora vivere? Cosa ti manca?».
«L’amore. L’amore. Soltanto l’amore».

«L’amore??».
«Eh sì… (Sorride lei) S’on mica morta!! (Ridiamo entrambi, scherziamo. Ha una risata dal suono pulito e consapevole. Come uno strumento musicale che emette note gradevoli dopo essere stato ben accordato.) Cosa si può desiderare di più bello e di più sano di un bell’innamoramento!! Quella roba meravigliosa che ti fa sentire gli odori in maniera più forte, i sapori più intensi, che ti accende tutti i sensi, che ti rimette al mondo!».

«“Alla storia preferisco la mitologia, perché la storia parte dalla verità e finisce nella menzogna, mentre la mitologia parte dalla menzogna e va verso la verità” Cocteau, il pensatore francese… Credi in Dio?».
«Anch’io preferisco la mitologia alla storia. I miti sono un qualcosa di arcaico, quindi sono dentro di noi. Quindi nei miti noi possiamo riconoscere tutte le nostre inclinazioni. La storia è un’altra cosa come dice lui. Infatti è vero…».

«Tu credi in Dio? Senti il bisogno di credere in Dio oppure credi di più negli esseri umani, nella coscienza e nel loro buon senso?».
«Purtroppo io non credo né in Dio e né negli esseri umani. (Al di là della sua risposta un po’ cinica e noir, io so invece che Giuliana crede in quella parte divina che è presente in ognuno di noi, e come me sento che anche lei punta a questo, in questa “potenzialità” inespressa. In questa rivelazione dell’essere, lei ha una forte e necessaria Speranza). Ma ammiro coloro che hanno la FORZA di credere in Dio. Sottolineo la “forza”, perché ce ne vuole davvero tanta! Ci vuole VOLONTA’ e quelli che ci credono VERAMENTE, sono davvero pochi… Chi crede di solito è anche colui che ha avuto un’educazione religiosa molto scandita sin dall’infanzia, oppure chi, non trovando pace in nessun’altra forma di consolazione esistenziale, riversa nel suo culto prescelto tutto il suo bisogno e speranza. Ci sono poi anche quelli che (ed io ne ho conosciuto qualcuno) credono coinvolgendo ogni singola parte di sé perché affermano di aver avuto un’”esperienza” diretta o di aver ricevuto, addirittura, quel che si è portati a definire un “miracolo”. Io resto comunque dubbiosa sull’argomento. Li attribuisco sempre a fenomeni della mente».

«Bertolucci dice che “Non bisogna porsi il problema del pubblico se no si tradisce la propria ispirazione.” Io sono d’accordo, e tu?».
«E chi ci pensa al pubblico! Chi è il pubblico?? Non c’è neanche da porsi questo problema del pubblico. Io non lo conosco il pubblico che mi sta difronte. Non posso sapere cosa pensa, cosa si aspetta o cosa non gradisce la persona che di volta in volta mi sta di fronte».

«Ma non hai paura di tradire le loro aspettative?».
«Ma non so chi sono per cui come posso preoccuparmi di tradirli? Non so cosa pensano… Non li conosco… Io mi preoccupo di non tradire il mio estro piuttosto. Seguo la mia vena creativa impegnandomi a esprimerla sempre, ovunque mi conduca senza rischiare di esserle infedele. Se poi il pubblico condivide la mia stessa emozione; se gli arriva l’esperienza che ho ricostruito per loro sul palco, allora io sono felicissima naturalmente!! Ma in caso contrario… Io non posso logorarmi nel tentativo impossibile di piacere a tutti».

«Liberarsi dai fili che fanno suonare sopra di sé i campanelli e di conseguenza scattare anche gli applausi è un dovere dell’attore secondo me. Dovrebbe essere un fatto di etica!».
«Far divertire il pubblico questo sì! (Precisa Giuliana). Coinvolgerlo e indurlo a un viaggio introspettivo col personaggio e di pari passo con l’interprete questo va bene. A questo bisognerebbe aspirare ogni qualvolta si entra in scena. Ma volergli piacere o andargli addirittura incontro adoperando bassi e puerili escamotage no! Questa cosa non porta da nessunissima parte e poi la gente non è stupida. Il pubblico capisce e non gradisce certi tipi di facile “solletico”. Comunque per concludere, a me piace il tragicomico. Questo genere mi permette di piangere e ridere allo stesso tempo. Nei miei spettacoli cerco sempre di offrire al pubblico quello che – da spettatrice – piace tanto vedere a me. Dunque ecco qual è il mio modo di offrirmi al pubblico e guadagnarmi il loro affetto».

«So che ti piace moltissimo giocare a tennis… Tra recitare su un palco, Giocare a tennis, e ballare: Quale tra queste tre attività ti stanca di più e descrivimi anche le diverse difficoltà che il tuo corpo incontra quando si trova ad affrontare questi tre tipi di stress diversi…».
«Recitare mi stanca di più. Assolutamente sì. E stressa anche… È molto stancante fare le prove, il processo creativo… Fare questo lavoro richiede uno sforzo notevole. È un lavoro pieno di aspettative… Invece giocare a tennis è una cosa che mi piace tantissimo. Mi rilassa. Anzi dopo giocato a tennis sento di avere ancora più energia di prima. Mi sento più forte. E invece ballare è stata una bella scoperta. Ballare è la cosa che mi ha fatto volare di più… Mi ha fatto divertire».

«Premio Nobel per la Pace oppure Premio Oscar come migliore attrice protagonista: Quale tra queste due prestigiosissime onorificenza preferiresti meritare?».
«Non ho scelto di essere Madre Teresa di Calcutta per cui non posso aspirare a un Nobel per la Pace; ho scelto di fare l’attrice quindi a limite posso aspirare a un premio cinematografico. Sarebbe una cosa meravigliosa essere riconosciuti come una personalità meritevole di un premio per la Pace ma, la mia vita ha preso un percorso diverso… Diciamo che ho avuto un altro tipo di vocazione. Comunque è chiaro che un riconoscimento come quello del Nobel ha un’importanza e un valore nettamente superiore rispetto a un Oscar. Prestigiosissimi entrambi ma, qualitativamente totalmente diversi».

«Resto però del parere che anche un artista (ed in questo caso un attore) può essere un valido attivista di pace».
«Ah certo, sono convinta di questo! E ad essere sincera, per mia natura, sono sempre stata un attivista di Pace».

«Hai dovuto lavorare molto su te stessa per tenere a bada la vanità e l’ego che, come sai bene interferiscono spesso nel processo creativo di un attore danneggiando – purtroppo – la purezza dell’espressione creativa lungo il percorso dall’anima all’esterno da sé?».
«…Ma io penso che non si debba tenere a bada niente quando si è nel bel mezzo del processo creativo, anzi: Devi scatenare tutto! Non ti devi trattenere. Non devi censurare niente, neppure l’ego o la vanità. Lo devi fare per gli altri. Devi dare sfogo ad ogni tuo capriccio. Devi attraversare gli estremi; portare alla luce gli eccessi, usarli come fossero colori su di una tavolozza. Il dipinto è formato dalle storie dei vari personaggi già tratteggiati sulla tela, ma il pittore sei tu!»

«Sei generosa con i tuoi colleghi sul set quando t’accorgi che per qualche ragione essi sono fuori fuoco, non al massimo delle loro potenzialità ed arrancano, oppure preferisci non interferire, rimanere al tuo posto ed essere efficiente per conto tuo, individualista…?».
«Non ho mai dovuto sgomitare, ho cominciato a diciott’anni come protagonista, la fortuna mi ha già da subito messa sui binari accanto alle locomotrici principali, per cui non ho mai avuto l’esigenza di farmi valere (nel senso negativo del termine). Non ho mai provato invidia per i miei colleghi e mai mi sono sentita in competizione con loro. Recitare è un gioco di squadra. Se la tua controparte è un bravo “avversario”, di conseguenza anche tu giochi meglio, sei naturalmente portato a dare il meglio di te, dunque ben venga! Ma questo vale anche al contrario… Se il partner non è in partita anche tu non sarai nelle condizioni di fare la migliore delle performance. È un vero è proprio scambio di energia: Più porti ad un livello alto la tua energia e più l’altro attore ne beneficia e la riversa sulla scena creando quel circolo sinergico tra attori».

«I grandi attori fanno sempre brillare i propri colleghi sulla scena. (Indirettamente mi riferisco a lei) Rendono improvvisamente più bravi anche i meno dotati. Non li sommergono nell’ombra che la loro più grande personalità produce ma anzi, li aiutano! (Penso al vasto cielo cinematografico costellato di stelle sue pari in merito e grandezza). Perché un vero attore sa benissimo che quanto più tutti s’esprimono al meglio, più anch’egli e l’intera opera naturalmente, acquista e con vigore trasmette. Cosa ti commuove ancora?»
(All’udirmi quasi versa un bicchiere sul tavolino. Lo recupera al volo ma, in quello scatto di riflessi batte un gomito sul bracciolo della sedia facendo così cadere la borsa e tutto il suo contenuto. Si sorprende lei per prima della reazione che ha, esposta così senza aspettarselo, all’amorevolezza di questa domanda forse, così leggera ma effettivamente molto personale. Cerca così di articolare qualche parola ma, le sillabe che aveva scelto per iniziare, furono subito sommerse da una risata non cercata; nervosa, di difesa ma alla fine accettata e per cui divertita). «In questo momento mi commuovo ancora pensando a Ballando con le stelle!! (Ride fragorosamente adesso) Ahaha… Giuro! Mi manca tanto l’ammetto! Ahah Oggi sono ripassata con la macchina davanti il palazzo dell’auditorium e mi sono fermata come una scema a guardare i cancelli chiusi della RAI per non so quanti minuti finché poi mi si è avvicinato uno della vigilanza e mi ha fatto sobbalzare. Ero trasognante e nostalgica come una ragazzina…».

«Ahah! Comprendo (Contagiato sorrido anch’io. Ammetto che mi sarei aspettato una risposta di tutt’altro genere). Cosa ti fa arrabbiare profondamente?».
«Fino a qualche anno fa la stupidità delle persone, adesso la osservo con una sorta di ignavia che mi sono volutamente messo addosso per non arrabbiarmi più. Non voglio arrabbiarmi più… Non voglio più avere conflitti. Cerco di evitarli. Se vedo persone che mi creano conflitti le evito! Non voglio più arrabbiarmi, specie se si tratta di cose che possono essere circoscritte e smorzate con un piccolo sforzo d’intelligenza. Ma invece come si fa a non arrabbiarsi dinanzi ai fatti che riguardano il mondo? Ad esempio dinanzi all’ultimo attentato di Manchester… È terribile! È terribile… Quasi non provo più dolore adesso; una più tremenda sensazione di vuoto e un’incapacità di pensare, che prende il posto della rabbia, facendomi tremare lo stesso i nervi e le arterie ma senza più farmi imbestialire… Mi annichilisco totalmente adesso, ho perso un po’ di furori giusti adesso, mi sento completamente prosciugata d’ogni sana speranza quando sono posta dinanzi le atrocità abominevoli del mondo. Inutile è anche stare a commentare, a che serve! Cosa cambia dichiararsi indignati scrivendo commenti sui social o arrabbiandosi sulla tastierina del telefonino! Non mi sento una “maestra di pensiero” e sinceramente non voglio nemmeno farla! Tutte le volte che accade qualcosa c’è qualcuno che mi chiede di dichiarare qualcosa al riguardo, di scriverlo sui social o di riempire il nastro registratore di qualcuno con il mio punto di vista… Ma ragazzi cosa volete che dica?! Cosa posso dire secondo voi, che queste sono tutte cose ingiuste? Ma soprattutto: a che serve alla fine dei conti?! Ma siamo onesti! …Ogni giorno ci sono persone che muoiono da qualche parte del mondo perché ogni santissimo giorno ci sono guerre (causate anche dai nostri governanti e non soltanto da fanatici uomini nascosti) e persone che soffrono purtroppo, – in questo stesso momento – in posti più o meno vicini a noi. È così che gira questo disgraziatissimo mondo!! Ogni giorno sono afflitta dalla morte dei clandestini in mare o dalla notizia di un nuovo attentato. Tutto questo mi graffia il cuore e mi trapana il cervello e la cosa più insopportabile, è che non posso fare niente! Mi sento impotente. Inutile. Con le mani legate… Parlarne non serve a molto. Le cose si sanno ormai, quello che occorre è agire ma non sempre ci è permesso. Quindi io taccio. Tutto questo mi trafigge ma io taccio. Preferisco il silenzio. Preferisco il sacro rispetto. Non vado (a differenza di molti altri personaggi noti) a riempire di lagne le già piene e ripetitive fila di inutili banalità. L’esibirsi non cambierà di certo le cose. Anche queste cose patetiche mi danno molto fastidio ad esempio».

«Quale consigli dai ai tantissimi giovani che si avvicinano ora al mondo del teatro, del cinema o dello spettacolo in generale?».
«Sono preoccupatissima per loro… Davvero! Sono sincera. Sono povere vittime della malattia del secolo: L’apparire. Mi dispiace moltissimo per loro, potrebbero essere miei figli e nipoti. Ho insegnato (anche se non mi piace affatto insegnare) in qualche accademia di cinema nel corso degli anni. Ho tenuto qualche stage e partecipato a varie acting class e questo purtroppo ho notato. Queste ultime generazioni, molto di più rispetto alla mia e quelle precedenti alla mia, soffrono della mania di voler esserci e apparire. Non “ESSERE” bada bene, ma “esserci”. Ho visto centinaia di aspiranti attori in giro per l’Italia ma in pochissimi occhi – pochi davvero, non scherzo – ho letto il reale desiderio di diventare bravi davvero ed unici. Il talento è raro da trovare, anche quello grezzo, è molto raro…».

«E tu perché hai deciso di diventare attrice?».
«Non l’ho mai scelto ad essere sinceri. Ma figurati se pensavo di fare l’attrice! Fui accompagnata da un mio amico, Alessandro Haber, giovanissimo anche lui, che con una certa insistenza durata settimane, decise per me di presentarmi ad un regista che in quel periodo stava cercando il cast per un film. Avevo diciott’anni appena e nessuna competenza né idea di cosa potesse significare recitare in un film. In quel mese feci tre provini per tre film diversi (sempre dietro sprone di un esuberante ed appassionato Haber che si accanì su di me “con una certa lungimiranza” devo ammettere…) e li superai tutti e tre. Mi ritrovai così ad affrontare prestissimo un altro problema nuovissimo per me: Quale dei tre fare e come rifiutare gli altri due!».

«Cosa hai studiato?».
«Ho fatto il liceo classico».

«Dove?».
«A Cava dei Tirreni. Poi l’università a lingue con indirizzo sociologia ma non ho portato a termine gli studi perché partii per girare uno sceneggiato televisivo e da lì poi, non mi sono più fermata».

«I tuoi registi italiani preferiti?» (Un impercettibile vuoto d’aria sembra incontrare il tranquillo volo planare di Giuliana. Uno sciame di pensieri trasversali pare allontanarla da me per qualche attimo, poi recuperata la sua rotta e riassestata la sua bussola, ritorna a me fendendo l’aria con il suo sguardo impenetrabile e affilato).
«Molti di quelli che sto pensando sono morti ormai… (Segue un silenzio). …Ce né qualcuno di molto bravo che mi piace tra i vivi con cui ho lavorato è qualcun altro con cui invece, non ho ancora avuto il piacere… (Se questa conversazione fosse avvenuta in prossimità di un vecchio cimitero, immersi in un’atmosfera fredda e crepuscolare, ammetto senza vergogna che una scena così m’ avrebbe fatto gelare il sangue nelle vene! …Ma invece per fortuna sono nel cuore di Roma. Adagiato tra i colori di un caldo giardino fiorito. Circondato da opere d’arte e giovani studentesse di pittura e architettura. Anch’esse morbidamente abbandonate sui bassi divanetti del bar, come in una pubblicità, tutte intorno ai loro drink fruttati e squisite marmellate da leccarsi le dita. Intente “anche loro” a chiacchierare delle meravigliose gioie della vita e dei prossimi maschi da Sotto i loro tacchi infilzare, come se tutto fosse parte di un meraviglioso film. Determinate come api ma sempre sharmanti e spensierate. Mai il rossetto fuori posto o il candore della loro pelle per il caldo sbavato… Fumare le vedo, ridendo a modo e da un unico stile unite. Divine e coscienti di esser le emancipate della loro specie e superiori a qualsiasi tabù. E obbiettivamente esser della giornata -senza dubbio… anche le meglio pettinate!). Ma preferisco nominarne uno in particolare con cui ho lavorato… (Prosegue Giuliana, distogliendomi dalle giovani ninfe dei Parioli). Con grande affetto e stima penso a Elio Petri. Ho conosciuto Elio quando avevo vent’un anni. Lavorare con lui è stata un’esperienza emozionante. Erano tre puntante per la TV, si chiamava “Le mani sporche” ed ero protagonista insieme a Marcello Mastroianni. Lui per me è immenso! Sentivo di essere entrata in questo mondo dalla porta principale. Mi sentivo privilegiatissima! E Fellini invece per me è il cinema in persona! Elio Petri era un uomo dalla cultura incredibile. Un uomo intelligentissimo… Era bravissimo! È stato premio Oscar, ha vinto la Palma d’oro (per citare solo alcuni premi). Faceva dei piani sequenza che duravano 15 minuti… Noi stavamo due giorni a provare in teatro e poi il terzo giorno giravamo la scena sul set, per cui era un po’ cinema e un po’ teatro. Alcuni dei suoi capolavori sono diventate pietre miliari del nostro cinema, tipo: Indagine su un cittadino al disopra di ogni sospetto; La classe operaia va in paradiso; La decima vittima; Todo Modo; A ciascuno il suo. La notte lo trovavo sempre con la faccia tra i libri, era sempre sveglio a leggere o a dipingere. Era un uomo curiosissimo, sapeva tutto di tutto ma la cosa più bella era che non te lo faceva pesare. Mai …Abbiamo vissuto insieme. È stato mio compagno per cinque anni. Questi che abbiamo nominato sono uomini che appartengono a un’altra generazione, a un’altra epoca della storia che non ritornerà più. Erano persone semplici che si sono sapute elevare senza mai diventare spocchiose o credersi appartenenti a chissà quale casta. Avevano fiuto per il talento e amavano l’umanità sul volto della persona, quella che traspariva dietro la maschera dell’attore».

«Ultima domanda: Hai speranza nel futuro oppure pensi che il meglio ormai sia già avvenuto e che a noi ora non resta che tener vive le tradizioni e sempre accesi i buoni ricordi?».
«Dico soltanto che, per quanto riguarda la gittata della mia immaginazione, per quanto io possa rimanere ancora viva a lungo, io non vedrò più niente di simile. Non vedrò più persone come quelle che ho conosciuto. Quello che verrà dopo di me poi, non lo so… Non lo so…Però una cosa la so, i talenti continueranno a nascere e in un modo o nell’altro la storia se li accaparrerà! (Alza lo sguardo oltre la siepe alle mie spalle come se i suoi occhi riuscissero a vedere attraverso i tronchi degli alberi e poi ancora oltre, attraverso le mura romane della città e i colli che la circondano e poi i laghi e ancora oltre. Come se in un sol battito di ciglia potesse scorgere i tesori ancora nascosti sotto le cortecce salubri del nostro Bel Paese). Comunque di talenti in Italia ne abbiamo! (Una ventata di speranza riporta al mio registratore la voce posata di Giuliana. La lascia sul tavolo, tranquilla). Ricorda Antonio, l’artista deve essere politicamente scorretto, e irriverente» (Mi frustano queste sue parole).

«Hai progetti lavorativi futuri?».
«In verità, con il fatto che sono stata tre mesi impegnata nello show di Milly non ho potuto organizzare il calendario teatrale per (non questa, che ormai è perduta), ma addirittura per la prossima stagione… Poi non ho avuto il tempo per leggere neppure una delle tante sceneggiature che nel frattempo mi sono arrivate. Adesso devo recuperare la concentrazione e procurarmi i prossimi lavori».

«Ma non pensi di meritarti una bella vacanza prima?».
«Ma che vacanza!! Non lo sai che in questo lavoro la vacanza te la fai proprio quando lavori!? Perché quando non lavori devi preoccuparti di procurarti il lavoro… È un circolo vizioso».

«Che ansia!!» (Esclamo io).
«Eh… Questo mestiere è fatto di tante ansie! Il tutto sta nel saperle gestire o accettarle».

«Oppure?».
«Oppure nel decidere di vivere in un altro paese dove ci sono più possibilità e dove il gioco ne vale la candela…».

«Sai, ti vedrei molto bene in Francia…» (Cambio di nuovo argomento).
«Ma ci sono stata in Francia!» (Ammonisce la mia ignoranza accentuando con una nota cinica l’esclamazione).

«Ah, non lo sapevo… (Effettivamente non sapevo che Giuliana avesse vissuto per tanto tempo in Francia e che lì avesse girato tre film.) Per questo parla molto bene il francese! E poi?».
«E poi niente, dopo alcuni anni decisi di andarmene perché mi stancai. I francesi sono stronzi! Ti fanno sentire sempre come un intruso. Sono poco ospitali. Eppure lavoravo con loro, ero fidanzata con un francese… Ma niente, sono scontrosi e così, mi dissi “Sai cosa c’è di nuovo?? Me ne torno proprio in Italia e lavoro a casa mia dove mi sento accolta ed amata!” E così tornai qui dove le cose mi andavano molto bene. Parigi è bella ma non è accogliente. I francesi hanno tutti la puzza sotto il naso, non sono come noi. Sai quale carriera avrei voluto avere, invece che la mia? Avrei voluto fare la carriera di Isabelle Huppert. Isabelle Huppert è un’attrice che ha fatto tutti i ruoli che erano geneticamente congeniali per me! Ma proprio geneticamente… Erano i miei, non i suoi! Lei li ha interpretati molto bene perché comunque è una donna di grande carisma, poi a furia di lavorare sui set ha imparato moltissimo e col tempo è diventata un’attrice sempre più brava, però… Secondo me… Questa è una cosa che penso “tra me e me… C’è arrivata perché ha avuto una grande botta di fortuna, ma proprio grande! Ha trovato la strada giusta. Lei è stata con il capo della Beaumont, che all’epoca era la più grande casa di produzione e di distribuzione di cinema francese, quindi lei, essendo la “donna del capo”, ha cominciato a diciott’anni e si è fatta tutti i migliori film prodotti dal compagno. Inoltre lei ha lavorato con i registi che in assoluto mi piacciono di più, ha fatto i film che mi piacevano di più, ha fatto i ruoli che mi piacevano di più, insomma… Chapeau! Tanto di cappello a Isabelle Huppert».

«A proposito di attori francesi, hai avuto modo di salutare Gérard Depardieu quando è stato ospite da noi come ballerino per una notte?».
«Lo conosco. C’ho fatto anche un sacco di viaggi in macchina insieme. Mai visto totalmente sobrio mi credi? Comunque è un fiume in piena. È grande non si discute. …A ballando con le stelle ci siamo incrociati velocemente perché in quel momento io rientravo in sala delle stelle e lui stava attraversando il corridoio dei cambi veloci con gli autori per andare poi dietro le quinte a prepararsi per entrare sul palco. Recitò un monologo del Cyrano de Bergerac, ce lo siamo dovuti vedere dallo schermo della nostra salette purtroppo… Peccato…».

«Il primo che ti viene in mente, rispondimi senza pensarci: Un tuo film che ha vito qualche premio?».
«“Sciopèn” Ha vinto il Leone d’oro a Venezia. Con Michele Placido».

«E cosa mi dici di tua sorella Teresa?».
«Ieri sono stata al suo concerto all’Auditorium parco della musica nella sala Sinopoli, è stato bellissimo! …Beh cosa vuoi che ti dica? È mia sorella, abbiamo la stessa madre e lo stesso padre…».

«E cos’altro??».
«Teresa è la più grande cinefila che io abbia mai conosciuto! Conosce l’intera cinematografia, senza esagerare! Teresa va al cinema praticamente tutte le sere. Sa tutto di cinema. Sa molto più di me!! È una vorace di cinema e di teatro. Avrebbe voluto fare l’attrice, ha fatto teatro per un periodo giovanile, ed era molto brava ti dico, ma poi, ha scoperto questa sua voce straordinaria, ha preso coscienza del suo talento per il canto e così ha preso questa strada».

«E tu?».
«Io invece ho studiato il piano per un po’, per qualche anno, poi mia madre mi tolse e così…».

«Da quali figure proviene il giudizio che più temi?».
«Quello di mia madre!»

«Tu non canti?».
«Una volta ho fatto un musical con Elio e le storie tese… Ma secondo me io canto male…».

di Antonio Palmese 
palmese.antonio@libero.it

Tratto da Informare n° 176 Dicembre 2017

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