Giudizi e vicissitudini della lingua italiana

bandiera italiana

Stereotipi e aneddoti storici sulla lingua italiana, definita da Thomas Mann come la “lingua degli angeli”

 

In tempi recenti gli strafalcioni degli italiani costituiscono sempre più dei contenuti virali. Sui social sono nati canali video e pagine con l’intento di ironizzare sull’uso improprio della lingua o dei dialetti, le varietà di lingua. Negli ultimi giorni è stata incredibile la condivisione di audio vocali su Whatsapp di commenti e conversazioni, sia tre giovani che persone adulte, che presentavano errori grammaticali e scarsa accuratezza nella pronuncia. Spesso ci si fa una risata, a volte due, ma nella maggior parte dei casi tale atteggiamento finisce per sfociare in una sorta di “grammaticalità ostentata”, un’inclinazione a correggere e a ribadire sempre e dovunque l’uso corretto dell’italiano. Un esempio è l’utilizzo dell’espressione “A me mi piace” che, a differenza di quanto si possa mai credere, in contesti informali può essere detto. Il più sopravvalutato di tutti è sicuramente il congiuntivo: un modo verbale che, ahimè, appare in regresso. Si tende a evitarlo attraverso la scelta di un connettivo (per esempio anche se) che ammetta l’uso dell’indicativo, o attraverso il ricorso della subordinazione implicita (preferendo, in questo caso, l’infinito).

Son veramente innamorato di questa lingua, la più bella del mondo. Ho bisogno soltanto d’aprire la mia bocca e involontariamente diventa fonte di tutta l’armonia di quest’idioma celeste. Sì, caro signore, per me non c’è dubbio che gli angeli del cielo parlano italiano.

cit. in “L’Italiano nel mondo”, Giovanardi e Trifone

Si dice che ciò che più rappresenti un popolo sia la lingua. Nel caso dell’italiano è esattamente così: la nostra lingua a differenza di altre, come ad esempio il francese, non nasce per imposizione di un modello dall’alto, ma è il frutto della scelta adoperata dagli stessi parlanti, nell’Ottocento, tra quali termini dovessero entrare a far parte del repertorio ufficiale italiano. Da quel momento, fino ai giorni nostri, si è proceduto in tal modo, modificando i vecchi usi e accettando i nuovi. Sempre più persone si accostano all’apprendimento dell’italiano, la diciannovesima lingua più parlata al mondo, come veicolo per attingere alla bellezza e alla vastità della nostra cultura. Questo accadeva già nel Rinascimento, quando si stabilì il nesso tra la nostra lingua e la categoria del “bello”, momento storico in cui l’abilità dei grandi Maestri italiani conosciuti in tutto il mondo e la circolazione delle prime opere letterarie contribuirono alla diffusione dell’italiano all’estero.

Tra gli stereotipi attribuiti alla nostra lingua, c’è quello di essere estremamente cantabile. Jean-Jacques Rousseau sosteneva che non ci fosse in Europa una lingua più adatta al canto dell’italiano. Alcune caratteristiche fonologiche, come la presenza di molte vocali, la rendono effettivamente “musicale”. Si racconta, poi, che Carlo V D’Asburgo avrebbe usato il tedesco per comandare, l’italiano per amare, il francese per fare affari, lo spagnolo per parlare con Dio. Varie versioni sono circolate di tale aneddoto nel corso dei secoli. La cosa interessante è che, mentre i ruoli attribuiti alle diverse lingue cambiavano, rimaneva fissa l’associazione tra l’italiano e la dimensione amorosa.

Una lingua leggera, a tal punto che arriva ad essere identificata da Thomas Mann con la “lingua degli angeli”, e da Francoys Guédan come una sorta di antidepressivo naturale, una lingua bella perché “i suoi concetti sono bei, e alzano la mente, recando seco non so che allegrezza, che la persona maninconica, leggendo i libri Italiani, subito diventa allegra.

di Alessia Giocondo