gioventù meloniana

“Gioventù meloniana”, l’ultimo esempio di giornalismo undercover italiano 

Paolo Cutillo 03/07/2024
Updated 2024/07/04 at 1:54 PM
5 Minuti per la lettura

L’inchiesta “Gioventù meloniana” ha portato alla luce preoccupanti tendenze nell’estremismo di destra in Italia. Il reportage, realizzato dal team Backstair di Fanpage.it, è un esempio eccellente del giornalismo sotto copertura. Informare ha incontrato Luigi Scarano, uno dei membri chiave della squadra Backstair, per esplorare le dinamiche e le sfide di questo approccio investigativo. 

Luigi, cos’è il giornalismo sotto copertura e perché è una delle forme più antiche e nobili della professione? 

«Quando si parla di giornalismo sotto copertura, spesso si dimentica che è una delle forme più antiche di giornalismo d’inchiesta. Risale alla fine dell’Ottocento, con uno dei primi casi famosi rappresentato dall’inchiesta di Nellie Bly. Questa giornalista si infiltrò in un manicomio femminile per dieci giorni, un’operazione spinta dall’editore Joseph Pulitzer. Il giornalismo sotto copertura non può non essere considerato una forma nobile di giornalismo, perché offre al lettore il punto di vista di chi è all’interno della situazione.

Spesso si confonde il metodo con il mezzo, pensando che utilizzare una telecamera nascosta sia fare giornalismo sotto copertura. Non c’è niente di più falso. La televisione generalista è piena di servizi realizzati con telecamere nascoste, considerato un metodo semplice e sbrigativo per raggiungere l’obiettivo. Invece, il giornalismo sotto copertura è l’opposto: è complesso, richiede tempo e giornalisti preparati con una vasta gamma di competenze, giornalistiche e tecniche.

Il giornalismo sotto copertura è inesistente in Italia, al di fuori di Fanpage. È un metodo estremamente dispendioso in termini di tempo e richiede giornalisti di grande talento e una disponibilità significativa da parte degli editori a investire in team come il nostro. Questo è quello che manca: la disponibilità degli editori a investire in giornalisti preparati e progetti a lungo termine.

Fanpage è riuscita a creare un sistema di giornalismo sotto copertura grazie all’editore Ciaopeople che ha investito in questo metodo, a partire dal successo dell’inchiesta Bloody Money di Sacha Biazzo.»

Questa problematica di mancanza di giornalisti che vogliono andare a curare questo tipo di progetti in questo modo, con questo tipo di giornalismo, è per motivi di formazione, per motivi degli editori oppure è semplicemente per un motivo personale dei giornalisti,per quello che può essere il rischio di fare di questo tipo di giornalismo?

«La problematica di mancanza di giornalisti disposti a seguire questo tipo di progetti è dovuta a vari fattori: la formazione, la disponibilità degli editori e, forse, anche la tendenza a preferire metodi più semplici. Negli ultimi venti o trent’anni, in Italia, c’è stata una diminuzione dell’approfondimento giornalistico, con una tendenza a dipendere dalle inchieste giudiziarie, che sono una risorsa fondamentale per ogni cittadino, ma che ovviamente non può essere l’unica.

Il nostro obiettivo è utilizzare tutti gli strumenti a disposizione del giornalista per offrire un prodotto completo al nostro pubblico: l’intervista, l’interlocuzione con i whistleblower, il leak di dati, l’acquisizione di atti e documenti ufficiali, e l’undercover. Non consideriamo il giornalismo sotto copertura come il migliore in assoluto, ma come il più efficace per raccontare alcuni fenomeni. Utilizziamo lo strumento giusto per il contesto giusto. Pensare che il giornalismo sotto copertura, come qualunque altro, sia l’unico strumento sarebbe come pensare di scassinare una porta con un’ariete: si entra comunque, ma a volte facendo troppo rumore.». 

Parlami del team di Backstair, è lo stesso per ogni inchiesta?

«Il team è sempre lo stesso, anche se i componenti possono cambiare nel tempo. Abbiamo uno zoccolo duro di redattori interni, ma collaboriamo anche con esterni che hanno competenze o qualità specifiche di cui abbiamo bisogno. Seguiamo diversi temi che riguardano la politica, la marginalità, la giustizia, lavoriamo quotidianamente su temi decisi con la direzione del giornale. Sono filoni, tra cui c’è anche quello dell’estrema destra, ma non è l’unico.». 

Non sei preoccupato che questa inchiesta possa essere usata dalla destra per farsi forza?

«Penso che, finché un giornalista racconta la verità, è impossibile che questa cosa non colpisca almeno una parte dell’opinione pubblica. Il nostro lavoro è raccontare quello che vediamo, senza preoccuparci delle strumentalizzazioni. Crediamo che i temi che affrontiamo siano importanti e meritino di essere conosciuti. Se vengono strumentalizzati, non ci riguarda, ma smettere di credere in questo significherebbe smettere di fare giornalismo.

Il metodo sotto copertura ci permette di documentare tutto, cercando di essere il più fedeli possibile alla realtà.». 

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