4anni fa il boss mafioso Tano Badalamenti (Tano Seduto per Peppino), vedeva consumarsi la morte del giovane attivista Giuseppe Impastato. Nei giorni e negli anni seguenti si è parlato di Peppino come di un pazzo suicida, probabilmente uno di quei comunisti terroristi. Proprio in quel periodo si consumò il depistaggio e l’insabbiamento della sua morte. Tutto riporta ad una nota della Commissione Antimafia nel 2000, dove si conferma una relazione tra mafiosi di spicco del comune di Cinisi e apparati deviati dello Stato. Durante la commemorazione per l’anniversario della sua morte, ho intervistato Giovanni Impastato, fratello di Peppino, che ancora oggi lotta per quella verità.

 

Gaetano Porcasi, Giovanni Impastato e Antonio Casaccio
Gaetano Porcasi, Giovanni Impastato e Antonio Casaccio

 

La verità sull’omicidio Impastato non è ancora scritta?
«Il depistaggio c’è stato e l’importanza è notevole. Chiederemo che l’inchiesta continui, soprattutto alla luce di ciò che è stato rivelato con il processo sulla Trattativa Stato-Mafia».

Per lei è stata una sentenza importante quella sulla Trattativa consumatasi tra Stato e Cosa Nostra?
«Non mi sembra affatto una novità. La mafia, a mio parere, ha sempre trattato con lo Stato, fino ad entrare all’interno del suo cuore, controllando le grandi opere, la gestione del denaro pubblico e sull’assegnazione degli appalti. Sì, è importante che i processi si facciano, ma non è una novità: lo Stato, la mafia l’ha avuta dentro».

Cosa le fa ancora sentire la presenza di suo fratello?
«Sicuramente la presenza di tutti questi giovani, da ogni parte dell’Italia e del mondo. Il suo pensiero tiene viva la memoria. Nell’azione di Peppino, oltre che un impegno civile, c’è un profondo messaggio educativo».

di Antonio Casaccio

Tratto da Informare n° 182 Giugno 2018