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Giovani, lavoro ed università: la voce di Gina, una giovane studentessa

Palmina Falco 06/01/2023
Updated 2023/01/06 at 5:06 PM
10 Minuti per la lettura

Essendomi inserita da poco nel mondo della carriera universitaria, spinta dalla curiosità e dalla vicinanza a questo gruppo sociale, ho cercato di fare chiarezza sul fenomeno dell’emigrazione dal Sud di giovani neolaureati. È triste comprendere come, in modo particolare per noi giovani, il problema del mismatch tra domanda e offerta di lavoro sia un tema di grande attualità e di grande urgenza. Lo scenario al quale ci troviamo ad assistere è quello di un’Italia sempre più depauperata di una risorsa di grande valore e sulla quale aveva investito: giovani eccellenti e altamente qualificati che scappano dal nostro Paese per trovare un futuro migliore all’estero. 

Per comprendere la veridicità della situazione, è bene mettere in luce due fenomeni tutt’altro che positivi: da una parte l’incapacità italiana di trattenere i laureati stranieri che entrano nel nostro Paese, rivelando una mancanza di quello che viene definito “brain circulation”. Dall’altra un cosiddetto “brain waste” perché ad emigrare sono i giovani più promettenti che all’estero hanno migliori esiti occupazionali. L’assenza di “brain circulation” e il “brain waste” sono evidenti manifestazioni delle profonde difficoltà che incontra il nostro sistema socioeconomico nel riconoscere e nel valorizzare qualifiche, talenti e alti titoli d’istruzione. 

Per questo motivo, la mobilità umana diventa un fenomeno critico che spaventa, anziché un’opportunità di crescita e di progresso, generando capitale umano che, dopo lunghi anni di formazione, è in attesa di un posto di lavoro idoneo ma che con il passare del tempo, se rimane nel paese di origine, viene assorbito in mansioni poco qualificate e valorizzate. Mettersi nei panni dell’altro è il primo passo da compiere per rendere tutto ciò che viene letto più vivo e vicino a noi, per questo che ho deciso di esaminare inserendo la voce di una giovane. 

Gina è una ragazza che sta conseguendo il suoi studi presso l’Università di Bologna che svolge, parallelamente, un piccolo lavoro part-time per poter permettersi di vivere dignitosamente la sua permanenza.  In primo luogo, ho cercato di capire il motivo che spinge molti giovani ad andarsene. Quello che ne ho recepito è che risiede nella mancanza di opportunità occupazionali che i neolaureati faticano a trovare, in una delle regioni in cui, non a caso, il tasso di disoccupazione giovanile è tra i più alti della penisola. Se da una parte il caro affitti e le difficoltà nel riempire il carrello della spesa inducono molti, se non la maggior parte degli studenti, a frequentare l’università vicino casa, la fine del percorso accademico coincide, invece, con l’impossibilità di restare. Tutto chiuso per i giovani ed una sola scelta possibile: fare le valigie e partire. 

Dopo questo periodo di tempo che hai trascorso nel territorio emiliano, quali sono le opportunità che hai riscontrato al Nord Italia piuttosto che nel meridione tali da intraprendere questa decisione?

«Ci sono tante cose che potrebbero rispondere a questa domanda. Banalmente, il mio corso di studi. La magistrale di Linguistica non è attiva in nessuna università – pubblica – della Campania. Poi, la certezza che avrei avuto in tempo una borsa di studio. Non provenendo da una famiglia ricchissima, i miei studi sono finanziati dalle borse di studio. A Napoli ho avuto grossissime difficoltà, subendo i ritardi dell’ente regionale che provvedeva alla somministrazione delle borse di studio. Ricordo ancora, dopo la mia laurea nel febbraio 2020, il momento in cui ho ricevuto una borsa di studio… risalente al 2017. L’ente emiliano, invece, è tempestivo e puntuale nei pagamenti; inoltre, ho potuto alloggiare per tutto il mio soggiorno bolognese in uno studentato, non dovendomi quindi preoccupare anche dell’alloggio. Il nord, ed in particolare l’Emilia-Romagna, mi ha permesso di trovare sempre lavoro, e anche ben retribuito, con contratti regolari, nonostante la mia giovane età. Ho potuto soggiornare all’estero, facendo un tirocinio presso un’università irlandese, sempre retribuito. Queste cose non le avrei mai potute fare a Napoli». 

Il motivo che ha spinto Gina ad andarsene, è quello che accomuna molti giovani: la mancanza di opportunità occupazionali che i neolaureati faticano a trovare, in una delle regioni in cui, non a caso, il tasso di disoccupazione giovanile è tra i più alti della penisola. Se da una parte, il caro affitti e le difficoltà nel riempire il carrello della spesa inducono molti, se non la maggior parte degli studenti, a frequentare l’università vicino casa, la fine del percorso accademico coincide, invece, con l’impossibilità di restare. Tutto chiuso per i giovani ed una sola scelta possibile: fare le valigie e partire. 

Secondo te, la Campania è una terra senza speranza? Chi rimarrà in questi luoghi riscontrerà a priori esigue opportunità piuttosto di chi sceglie di allontanarsi da questa terra?  

«Non penso sia una terra senza speranza, chi rimane è coraggioso e spesso ha belle idee per provare a riprendersi il territorio. Chi è senza speranze è la classe dirigente che non fa nulla per incentivare i giovani a rimanere e a sviluppare queste idee. A me dispiace essermene andata, ma le mie ambizioni e la mia situazione economica non mi permettevano di rimanere un mese di più.”  Questo, è l’altra faccia della medaglia. A differenza di Gina, invece, la Campania è etichettata dagli stessi giovani, come una terra nella quale non è possibile costruire nulla di buono e produttivo. E allora via, verso il Nord, prima ancora di averci provato». 

In base alle tue esperienze, se ti va parlacene, quali sono i problemi che affliggono il territorio Campano e da cosa si potrebbe iniziare per cercare di risolverli? 

«Posso parlarti da due punti di vista: quello scolastico e quello lavorativo. Se per il primo, a livello di contenuti, non ho riscontrato mai problemi (i professori avevano un buon livello di preparazione e sono uscita dalla mia università soddisfatta del mio bagaglio culturale), per il livello organizzativo delle università avrei da ridire: troppi studenti, poca organizzazione. L’università che ho frequentato ha come banner su Facebook “welcome to the jungle”, e ho detto tutto. A volte mi sembrava davvero di stare in una giungla. A livello lavorativo, stenderei un velo pietoso. C’è questa cultura tossica del lavoro come sacrificio, del proprietario/capo/datore di lavoro come un Robin Hood dell’impiego, un santo che ha fatto il miracolo di darti un lavoro – a nero e mal retribuito – e devi solo ringraziarlo. Anche se guadagni 2,50 € all’ora. Sì, hai letto bene. Si dovrebbe partire dal basso, cambiando la mentalità delle persone che abitano le città campane. Non si può vivere con 2,50 € all’ora. Semplicemente è schiavitù. Ma questo, molti, non riescono ad ammetterlo». 

Che tipi di laureati lascia con più facilità la propria terra d’origine?  

«In tal senso potremmo distinguere due macro-categorie del laureato che espatria: da un lato, il giovane laureato che ha partecipato a esperienze di studio all’estero durante il periodo universitario; un giovane che si è formato in un gruppo disciplinare considerato debole come l’ambito umanistico e politico-sociale. In questo caso questo soggetto emigra per compensare la scarsa spendibilità dell’ambito disciplinare nel quale si è formato; quindi, avendo limitati sbocchi professionali ed essendo poco premiato nel nostro Paese, se ne va per trovare vantaggi salariali e professionali. Dall’altro lato troviamo il laureato straniero che è arrivato in Italia per formarsi all’interno degli indubbi centri di eccellenza. Dopo aver conseguito il titolo, egli ritorna nel proprio paese di origine oppure si trasferisce in un altro stato estero per le scarse opportunità di lavoro qualificato, per le forti discriminazioni nel mercato del lavoro italiano, per la complessità della lingua e per l’ampollosa burocrazia». 

Cosa ti sentiresti di consigliare ai tuoi coetanei, o non, timorosi di compiere questa scelta pur volendolo? 

«Di buttarsi, perché sì fa paura allontanarsi da casa, che le prime settimane si piange, che il centralino dell’ASL è un buco spazio-temporale da cui si sa quando si entra ma non quando si esce, che le prime volte spenderai 100 euro al Conad non comprando nulla, ma dopo ti sentirai libero. A me Bologna ha reso libera». 

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