Giovani affascinati dai baby boss: così la camorra mangia Napoli e provincia 

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«La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine.» – lo diceva il magistrato Giovanni Falcone eppure, nonostante l’indiscutibile verità legata alle affermazioni del giudice ammazzato nella strage di Capaci, quella fine sembra ancora essere molto lontana, e le mafie continuano a proliferare controllando la vita sociale, economica e politica di tutto lo Stivale.

Sono ancora davanti agli occhi di tutti le immagini della rapina avvenuta la sera del 9 ottobre, nella pizzeria “Un posto al sole” di Casavatore, al confine col quartiere Secondigliano nel napoletano, dove due uomini dal volto coperto, dopo aver fatto irruzione armati di un fucile a pompa e di un kalashnikov, hanno tenuto sotto scacco i clienti del locale non avendo alcuna remora a puntare una della armi al volto di un uomo (presente a pochi centimetri il figlio, un bambino) per farsi consegnare un Rolex.

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Delle armi da guerra, che da sole potrebbero “costare” un paio di decenni dietro le sbarre, sembrano essere un arsenale spropositato per portare via un paio di orologi e qualche gioiello, tant’è che al vaglio degli investigatori l’ipotesi più accreditata sembra essere quella di una missione di morte (non andata a buon fine) travestita da rapina. Ad Afragola, invece, i commercianti continuano a subire le incessanti pressioni del racket.

Nella serata del 12 ottobre alcuni sconosciuti, in perfetto modus operandi camorristico, hanno fatto esplodere un potente ordigno piazzato nei pressi del negozio Eni Energy, al corso Vittorio Emanuele, provocando ingenti danni non solo al negozio preso di mira, ma anche ad un altro esercizio commerciale adiacente e anche all’ingresso di un portone.

Mentre sull’Area Nord di Napoli si vagliano ipotesi, nella periferia orientale della città è certa la guerra tra clan. A Ponticelli infatti è in corso una faida tra a i De Micco e i De Luca Bossa per il controllo del racket. Lo scontro tra i due clan si era fatto già sentire pesantemente la scorsa estate con la strategia delle bombe, una delle quali aveva ferito una mamma e suo figlio 14enne (non legati ai clan). Ora la situazione è diventata ancora più delicata con l’uccisione del 23enne Carmine D’Onofrio in un agguato lo scorso 5 ottobre mentre era in strada assieme alla propria compagnia incinta.

D’Onofrio era il figlio illegittimo di Giuseppe De Luca Bossa, a sua volta fratello di Antonio De Luca Bossa, detto “Tonino ‘o sicco“, elemento di vertice dell’omonimo clan di camorra operante a Ponticelli, e uno dei più pericolosi personaggi della camorra napoletana. Il fenomeno camorristico, quindi, non solo sembra essere ben lontano dal volgere al capolinea ma continua ad investire violentemente il territorio controllandone ed indirizzandone l’economia, succhiando senza sosta linfa dalla popolazione imprenditoriale e dei piccoli commercianti, e seminando morte, terrore e sangue con le loro guerre intestine. Uno scenario molto simile quello degli anni ‘80 quando la NCO di Cutolo tentava di costruire un nuovo sistema criminale in Campania e veniva contrastata dalla Nuova Famiglia.

Quel che ora preoccupa maggiormente (o per lo meno così dovrebbe essere) è che i clan hanno già da tempo compiuto il salto dai rioni, dai vicoli al Globo. Sono almeno 20 vent’anni che la camorra si è organizzata ed è evoluta in un sistema criminale imprenditoriale che riesce ad infilare i propri tentacoli ben oltre i confini delle proprie aree di appartenenza, ma oggi, grazie al web e alla crescita esponenziale dell’utilizzo dei social network, le conquiste non sono più soltanto geografiche ed economiche ma anche mentali, sociali e culturali.

Sui social (e non solo) aumentano gli adepti, i simpatizzanti e i cultori di camorristi e criminali. È il caso ad esempio di Emanuele Sibillo, Es17, che fu baby boss di Forcella che, nonostante quel che resta del clan da lui messo su, dopo lo smantellamento dello stesso e la rimozione della cappella votiva a lui dedicata, continua ad essere venerato ed omaggiato con video, immagini e frasi strappalacrime.

Situazione non dissimile accade nei confronti dei “Barbudos”, i giovanissimi camorristi che dal Rione Sanità, una volta scacciati dai rivali, si sono insediati a Ponticelli, contribuendo alle guerre per il controllo dell’Area Nord. I Barbudos con i social hanno costruito la loro “forza” facendo propaganda ed imponendo la loro “immagine”, la loro supremazia ed il loro stile di vita.

Le barbe lunghe e folte in pieno stile Mujaheddin, che ricorre anche nel modus operandi degli agguati, e lo stile di vita e lo sfoggio di danaro e sfarzo, scimmiottando la mentalità da narcos messicani, sono diventati un modello che molti giovani hanno cominciato a seguire. La camorra è uscita dai bassi e dalle case popolari ed è entrata nella testa delle persone. O si interviene sradicando la cultura camorristica oppure si attende, sperando, che una volta raggiunto il picco massimo della propria esistenza, il fenomeno della camorra cominci a scemare raggiungendo il minimo storico per poi sparire. Ma quanto ancora ci vorrà?

di Fabio De Rienzo

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N°223 – NOVEMBRE 2021

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