Giornata internazionale della pace, ma troppe guerre ancora da scongiurare

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Conflitti e tensioni alimentano il mercato di armi o il contrario?

Il 21 settembre si celebra la giornata internazionale della pace, da non confondere con la ricorrenza del 1 gennaio, giornata mondiale della pace. Inizialmente celebrata il terzo giovedì di settembre, è dal 2002 che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha destinato ad essa una data precisa. Questa giornata si presta come invito alla non violenza e alla cessazione delle ostilità, incentivando la promozione di azioni educative che abbiano il fine di sensibilizzare sul tema della pace globale.

Le guerre che tutt’oggi sono protagoniste nel mondo non sono affatto poche. Prendiamo in considerazione la precaria condizione dello Yemen, un conflitto iniziato nel 2014 quando un movimento ribelle sciita ha preso controllo della capitale e costretto all’esilio il presidente Hadi. Le tensioni tra sciiti e sunniti si sono diffuse nel Medio Oriente inglobando 9 stati tra cui l’Arabia Saudita. La situazione attuale è a dir poco drammatica, si stima che oltre 20 milioni di persone abbia bisogno di assistenza sanitaria. Nel lustro 2015-2020 le vittime civili sono state superiori a 18.000.

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Anche in Siria non si scherza, i cittadini destano in uno stato di guerra dal 2011. Questo paese ha sempre avuto difficoltà a trovare una propria indipendenza dalle forze estere, nel dopoguerra ha raggiunto finalmente tali condizioni ma tra colpi di stato e instabilità politica ha faticato nel trovare la pace. Attualmente il regime di Assad è deciso a reprimere con la violenza ogni tipo di dissenso. Ad aggravare su questo paese sono state anche le inondazioni di inizio anno che hanno distrutto ben 119 scuole, non manca lo sfruttamento minorile che si verifica sempre con maggiore affluenza considerando che oltre il 60% dei bambini siriani soffre la fame dovuta alla crisi economica.

Ma questi sono solo due degli esempi più pratici che si possono fare, pensiamo al conflitto tra Palestina e Israele oppure all’Afghanistan che si trova ad essere comandato dai talebani.

Come citato nel preambolo della carta delle Nazioni Unite, unite le forze “per mantenere la pace e la sicurezza internazionale” sono i fini di questa organizzazione. Ma come è possibile operare affinché le guerre cessino quando per alcuni paesi la guerra è un vero e proprio business necessario per l’economia?

Il mercato globale di armi ha smesso di crescere. Dal 2006 ha sempre visto aumentare le vendite ma dal 2016 al 2020 si è riportato un calo dello 0,5%. Stati Uniti, Germania e Francia hanno incrementato le esportazioni al contrario di Russia e Cina che hanno registrato un decremento. Si stima che il valore annuale del commercio mondiale di armi è superiore ai 75 miliardi. La top 5 delle esportatrici di armi vede al culmine gli Stati Uniti, al secondo posto la Russia, a concludere il podio troviamo la Francia, quarta e quinta posizione sono occupate rispettivamente da Germania e Cina. I paesi sopraccitati detengono in monopolio di più di tre quarti delle vendite totali. L’Italia in classifica si trova al decimo posto. Per quanto riguarda gli acquirenti, i 3 compratori per eccellenza sono l’Arabia Saudita, l’India e il regime di Abdel Fattah (Egitto).

Le maggiori 25 aziende di armi al mondo nel 2019 hanno ricavato ben 361 miliardi di dollari. Le prime 5 aziende sono tutte statunitensi e da sole ricavano il 61% della cifra prima indicata per un valore di 166 miliardi di dollari. È al 12esimo posto Leonardo, azienda di armi italiana.

Considerando che le ragioni per le quali scoppiano le guerre sono l’avidità e la sete di potere umana è difficile pensare a un futuro senza conflitti e tensioni tra gli stati. Interessi economici, motivi etnici e politici, risorse minerarie, sbocchi commerciali, zone strategiche, l’uomo ha infinite vie per imboccare quella della sofferenza causata dalla guerra, eppure è bizzarro vedere come la preferisca alla pace e ciò che ne deriva: prosperità, vita, integrità!

di Roberto Sorrentini

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