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Molti, adesso, si dichiarano sconcertati per i finti attentati che ledono la credibilità di chi si è veramente esposto alle ritorsioni delle consorterie criminali.

Peccato che, quando veramente c’era da fare cordone solidale ai giornalisti che avevano subito concreti attacchi (persino a colpi di arma da fuoco, veri), le stesse persone che oggi “s’indignano e si sdegnano” non davano segni di vita o, quantomeno, erano distratte da altre vicende. Antonio Gramsci, nella individuazione di una pericolosa andatura culturale, indicava nel suo “Odio gli indifferenti” quelli che “parlano di avvenimenti compiuti, preferiscono accusare di fallimenti, di programmi definitivamente crollati. Ricominciano così a praticare la loro assenza da ogni responsabilità”.

Creare correnti per alimentare solite sacche di isolamento a danno di questo o quel collega è la più dannosa determinazione che possa essere messa in campo, in questo momento delicato per l’Ordine dei giornalisti. Corriamo il rischio di passare dai canti sui balconi, durante il terrore della pandemia, a ostili richiami della disgregazione. Dopo il clamoroso caso campano del giornalista che ha simulato due attentati a colpi d’arma da fuoco, mette più paura chi vorrebbe dare patenti di creduloneria che lo stesso protagonista di una vicenda così grottesca. Sì, c’è da preoccuparsi di chi vorrebbe ora usare la leva più nociva per creare nuove frizioni, per riverniciare acredini arrugginite, in una corporazione professionale complessa come quella giornalistica in Campania. Sembra quasi di assistere alla rinascita degli eterni innocenti gramsciani, appunto, usciti per qualche giorno dalla tiepidità di comodo, per dividere in due la lavagna dei sospetti e consegnare patenti di merito, a seconda se si sia abboccato o meno alle bugie raccontate da un cronista che spacciava per veri attentati del tutto inventati. Ora, il rischio di diventare come i detrattori di Vespasiano è altissimo e non bisogna sottovalutarne la portata. Si corre il pericolo di far passare una parte degli iscritti all’Albo per emuli dell’Imperatore romano che entrò nella storia, non per aver dato vita alla magnificenza del Colosseo, ma per l’invenzione di servizi igienici collettivi, meno funzionali allo svolgimento di fasti imperiali.

Sì, perché per qualcuno è alta la tentazione di dividere in due un corpo che ha costante bisogno di sforzo unitario, di intelligenza applicata alla declinazione delle regole professionali, di impegno per marcare un sempre più alto profilo di credibilità. Inutile e dannoso, oggi come ogni volta che capita l’occasione, alimentare la necessità di correre dietro a fazioni e bandiere, come personaggi del Terzo Canto dell’Inferno che ne avevano bisogno vitale, per rianimare un concetto di controproducente frammentazione del sistema e per stabilire una codificazione di esistenza di bande e sottogruppi. Credere di poter concedere la tessera di credibilità al collega, oggi è la più debilitante pratica che si possa attivare, all’interno della stessa corporazione professionale. E non è un dato ancorato alla motivazione solida che servirebbe davvero perché, in questo ingiustificabile tentativo di sfilacciare i tessuti della categoria, c’è solo il discrimine elementare del “se tu hai abboccato, non sei credibile”. Poca cosa. Anzi, nulla cosa. E si potrebbe incorrere in un secondo e ben più elevato rischio di impiantarsi sui binari di una polarizzazione, l’ennesima, usando la finta indignazione per creare ulteriore sospetto. Insinuare che nessuna delle minacce subite dai cronisti sia oggettivamente reale è terribilmente dannoso, perché si espone a pericoli di isolamento inimmaginabile chi veramente crede ancora nella profonda valenza sociale del giornalismo. Allora, è proprio questo il momento per lavorare a un maggiore unità della categoria. Chi dovesse avere altre aspirazioni, diverse interpretazioni del ruolo di giornalista in una realtà culturalmente disomogenea e dalla sfuggente inquadrabilità sociale come la Campania, approfitti per riflettere e rivedere alcune posizioni. E, per farlo, ora occorrono intelligenza e, soprattutto, un onesto senso del rispetto reciproco.

di Salvatore Minieri

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°206
GIUGNO 2020

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