Quando si parla di cabaret, è impossibile non citare Gino Briglione come colonna portante di una comicità tutta partenopea: possiamo partire da film come “O’ surdato ‘nnammurato”,“Mi manda Picone”, “Lo studente”, fino agli sketch con i “Sergenti a sonagli”, “I salici piangenti” e con i “Gipsy Fint”. Dopo l’ultimo spettacolo dal titolo “Chi ha incastrato Pacci Pacci?”. Informare ha avuto il piacere di fare due chiacchiere (e due risate) con lui:

Ciao Gino! Per cominciare, una breve pillola: chi è Gino Briglione?
«Allora, io farei un’analisi di me stesso: Gino Briglione comincia con il cabaret napoletano circa quarantacinque anni fa. Ho fatto parte de “La Sberla” di Rai due… poi sono passato ad altre compagnie come “I sergenti a sonagli” con Renato Rutigliano, che mi ha affiancato anche nel gruppo dei “Salici Piangenti”. Poi sono nati i “Gipsy Fint”, un gruppo napoletano che ha sfornato canzoni come “P’apparì p’apparà” o “Allora sì scemo” che hanno avuto molto successo. Siamo stati quattro anni a “Buona Domenica” con Maurizio Costanzo ed abbiamo lavorato anche con Fabrizio Frizzi e Fabio Fazio. Posso dire di avere nel curriculum numerose commedie con svariate compagnie teatrali, ho lavorato con professionisti, e con questo posso anche dire basta per quanto riguarda me!».

A tutt’oggi sei ancora sul palco con una compagnia teatrale eccellente, ci racconti dei “Sani da legare”?
«“I sani da legare” è una compagnia che nasce circa quarant’ anni fa, ma che ebbe breve vita. Sono rinati quando presi con me dei ragazzi giovanissimi di Lago Patria che all’epoca avevano undici, dodici anni. Oggi ne hanno ventotto, o trenta, sono cresciuti con me. Tutti giovani di gran talento con cui ho fatto tante commedie in vari teatri napoletani.  Ultimamente, stiamo facendo delle cene spettacolo “con mistero”: significa che il pubblico diventa parte della commedia. Insceniamo una storia e poi gli attori coinvolgono gli spettatori chiedendogli di risolvere l’enigma, come nel nostro ultimo spettacolo».

È un idea davvero fantastica quella di coinvolgere il pubblico e renderlo attore nel suo piccolo, parte integrante dello spettacolo. L’idea della cena spettacolo da dove nasce? Inoltre, nelle tue commedie si evidenzia il tuo attaccamento alla commedia napoletana classica, anche nella modernità riesci sempre a far trasparire un riferimento alla tradizione…
«L’idea della cena spettacolo nasce sempre da un mio progetto di tanti anni fa, dove io con i “Sergenti a sonagli” cominciai a fare delle cene spettacolo di cabaret. Nella modernità abbiamo introdotto l’elemento interattivo del mistero,realizzando così spettacoli moderni dal “sapore” classico. Chiaramente per quanto riguarda le classiche commedie napoletane, ognuna di esse viene rivisitata, rimodernata perché in teatro nulla si crea e nulla si distrugge, tutto si rivisita. Il teatro napoletano è antichissimo del resto, è una delle forme di spettacolo più antiche del mondo. Io direi soprattutto che l’aspetto sempre e comunque mantenuto, è la comicità partenopea, quella che abbiamo noi nel sangue da cui chi nasce a Napoli, non può anche solo immaginare di separarsi. Io mi definisco un comico molto serio, sono seriamente comico!»

Hai lavorato e lavori con ragazzi giovanissimi, questo ti ha permesso di rendere estremamente attuali le tue commedie come ad esempio in “I guai della televisione”. Come guardi oggi i giovani che si avvicinano al teatro?
«Purtroppo oggi i giovani che si appassionano davvero al teatro sono pochi. Io credo che bisognerebbe partire dalle scuole, perché se non si parte da lì l’interesse dei ragazzi è quasi nullo. Con la tecnologia di oggi, che troppo spesso viene utilizzata in maniere errate, è raro trovare giovani che leggono un libro oppure che vogliano impegnarsi con passione e dedizione in teatro. Oggi mi fa un’estrema rabbia vedere i ragazzi che a tavola, durante il pranzo, hanno lo smartphone accanto al piatto, è una cosa che reputo impossibile. Per carità, è utile la tecnologia, ma è anche dannosa. Un esempio banale: prima quando si giocava al lotto c’era il biglietto scritto a mano, dove si andava dal postiere e si diceva “Donna Nannì! Giocatemi 8, 9 e 36! Scusate ma 40 quant’ fa? ‘O camion? E ce’o  mettimme ‘o camion… Ma era ‘nu camion a quatte rote o ‘nu camion a sei rote?” Ecco che la cosa diventava piacevole, divertente. C’era un rapporto umano e allo stesso tempo misterioso,c’era interazione. Oggi non c’è più tutto questo, perché si va dal tabaccaio con il fogliettino dei numeri,si premono due bottoni e finisce lì; “quant’è? Tre euro” e stop. Si è persa la condivisione sociale».

Gino, grazie per averci lasciato qualche parola ed un po’ della tua passione…
«Quando le persone mi dicono che faccio il mio lavoro con passione mi piace fare una precisazione: io faccio il mio lavoro con – passione, con-staccato-passione. Da “con passione” a “compassione” ci vuole poco!»

Torneremo sicuramente a trovare Gino, nel frattempo aspettiamo un nuovo spettacolo e concludiamo proprio con il motto dei “Sani da legare”: “Voi dite la vostra, che io ho detto la mia!”

di Daniela Russo