Tener vivo il valore di una tradizione immersa nella noncuranza culturale, tramandare quest’ultimo alle nuove generazioni creando quel rinnovamento generazionale così caro ai principi del nostro magazine. Sono questi gli obbiettivi prefissati da Gianluca Isaia, patron del brand napoletano fondato da suo nonno nel ’57 e raffinato cultore di una delle tradizioni più significative della Campania: la sartoria napoletana. Una tecnica che ha portato fama internazionale alla nostra Regione e che, incredibilmente, rischia di finire a causa della mancanza di interpreti.

«Sono orgoglioso di essere napoletano ed è per questo che è fondamentale, per me, trasferire la mia conoscenza riguardo la sartoria napoletana ai più giovani. È per questo motivo che ho creato la Fondazione “Enrico Isaia e Maria Peppillo Foundation”, la quale sosterrà una vera e propria scuola di sartoria napoletana per la formazione dei nostri giovani. Ritengo, inoltre, che la prosecuzione tradizionale dovrebbe essere un impegno dello Stato e delle Istituzioni in generale, per me dovrebbe esserci una Facoltà universitaria apposita. Consiste in un patrimonio che non possiamo perdere».

Sei un imprenditore di fama internazionale, qual è la tua opinione riguardo la celebre “questione giovanile”?
«I giovani vanno via, questo perché il mercato del lavoro, in Italia, è particolarmente complesso. È complicato assumere ed è complicato cambiare. Negli Stati Uniti abbiamo una società dal 2005, dove abbiamo 50-60 dipendenti, da quell’anno ad oggi sono molte di più le persone che sono andate via perché hanno trovato di meglio, rispetto a quelle che noi abbiamo mandato via. C’è un mercato del lavoro estremamente funzionale. Riguardo l’occupazione giovanile credo fortemente nella passione, per me chi ne ha riuscirebbe tranquillamente a lavorare anche in Italia».
Parliamo di te, quand’è stata la prima volta che hai pensato alla moda come tuo mestiere?
«Il primo ricordo che mi viene è un viaggio che feci con mio padre, avevo circa sette anni. Assieme a lui giravo in macchina per andare dai clienti, all’epoca il mercato era italiano, e ricordo che ogni volta restavo incantato nell’ascoltare gli apprezzamenti che i compratori riservavano al prodotto. Da lì ho pensato: voglio fare quello che fa mio padre».
Col tempo sei finito per essere un pilastro della moda, avrai sicuramente riflettuto sul tuo senso della bellezza…
«Non c’è mai un canone preciso, ogni persona ha dentro di sé un senso della bellezza, la difficoltà è farlo uscire. Rilegandomi specificamente alla moda, quest’obbiettivo puoi raggiungerlo se resti te stesso, senza uniformarsi agli altri, senza copiare il modo di vestire di un’altra persona. Sono contrario a stereotipi e regole, per me ognuno deve raggiungere un livello di stile proprio. Crearsi un’identità. Nei nostri negozi ai clienti diciamo chiaramente una cosa: non ci sono vincoli, devi farti le tue regole».
È forse questa l’immagine più vera del “corallino napoletano” che è riuscito ad invadere il mercato internazionale mediante il meticoloso studio della sartoria napoletana. Abbiamo voluto conferirgli questo premio, oltremodo, per l’impegno profuso nella trasmissione di questa tradizione agli odierni giovani e, chissà, alle future generazioni. Non ci resta che aspettare impazientemente il convegno che presenterà questa nuova Fondazione con una profonda storia e tradizione alle spalle e, per ciò, maggiormente rivoluzionaria.

di Antonio Casaccio

Tratto da Informare n° 186 Ottobre 2018

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