«Nei miei album provo sempre a raccontare me stesso»

Un artista completo, un rapper atipico che ha lottato tanto per riuscire ad imporre una propria visione della musica, prima a se stesso e poi al suo pubblico: Gianluca Picariello, il talent avellinese in arte Ghemon, non è un cantautore classico. Entra nelle melodie in punta di piedi, emozionando con le sue parole per poi esplodere nella struttura delle canzoni.

È tra i cantautori di punta della nuova scena musicale italiana; la sua scrittura è immediata, concreta e schietta, i testi hanno una loro poetica definita nei quali racconta se stesso, il dolore e il vivere la propria quotidianità.

Un timbro emozionale, testi taglienti e suoni moderni ed efficaci battezzano un lavoro che conferma la transizione dell’artista campano dal mondo rap a un universo più ampio da cantautore. Una carriera in costante crescita, quattro album (“La rivincita dei buoni”, “E poi, all’improvviso, impazzire”, “Qualcosa e cambiato”, “ORCHIdee”), nel 2017 arriva il quinto album dal titolo “Mezzanotte” che segna la maturazione artistica e definisce una volta per tutte il suo territorio musicale, spazia dal rap mescolato al soul, al funk, al jazz e alla musica italiana.

Da poco è stato pubblicato il suo primo libro autobiografico, dal titolo “Io sono. Diario anticonformista di tutte le volte che ho cambiato pelle”.

Ghemon è una penna da tenere d’occhio, il suo esordio è un viaggio psicotico a cuore caldo e mente fredda, seppure in procinto di rialzarsi nuovamente ed intraprendere con coraggio altre avventure, non dimentica tutto ciò che è stato finora.

Una carriera relativamente piena di riconoscimenti e di momenti importanti. Cos’è cambiato in Ghemon dal primo disco ad oggi?
«In ogni album, dal primo al quinto, c’è una specie di mantra per trovare sempre il coraggio di ricominciare, che mi permette costantemente di raccontare molte e più cose di me stesso. Quest’anno un momento importante vissuto intensamente è stata la serata dei duetti a Sanremo dove ho accompagnato sul palco dell’Ariston Diodato e Roy Paci. Un desiderio di cambiare l’ho avvertito nell’ultimo album “Mezzanotte”, e nel singolo “Un Temporale”, li considero una gran bella cura per l’uscita dalla depressione, a tutti gli effetti è stata una psiconalisi che ha scavato affondo nella mia anima e nelle mie sensazioni, riuscendo a tirar fuori un lavoro discografico di 14 tracce ed ognuna contiene un’evoluzione verso un processo creativo: con impegno e dedizione mi sono dedicato al mio mestiere, e mi sono infiltrato in molte vite con le mie parole».

Da dove nasce la scelta di raccontarsi in un’autobiografia?
«È la mia autobiografia di cui svelo il finale perché il protagonista alla fine muore; questa è la battuta che faccio sempre per rompere il ghiaccio. Ho 36 anni ed è un diario di bordo proiettato verso tutto ciò che mi succedeva intorno, il bello e anche il brutto, perché è una vita tutta fatta di lustrini sul palco ma è fatta anche di altro. Le persone, i ragazzi, ma anche gli adulti si stanno affezionando perché all’interno c’è una bella dose di realtà; in effetti volevo un po’ dire com’è tutto e per tutto, e ho detto la verità al 100%, tranne le cose che non volevo che la mamma sapesse (ride, ndr)».

Con coraggio hai divulgato un messaggio fondamentale sulla depressione. Quanto ha inciso nel tuo passato?
«Questo argomento è diventato un tabù, perché le persone se ne vergognano. L’idea di toccare l’argomento della depressione è stata una parte della mia vita comunque importante, ho sempre cercato di dire le cose con molto realismo, ho vissuto dei momenti in cui mi mancava la voglia di fare tutto. Molte persone attorno per protezione mi dicevano che in questo modo, venivo circondato dall’effetto “alone negativo”, e venivo sicuramente bollato ma io non volevo né pacche sulla spalla, né compassione, volevo semplicemente dire le cose come stavano e indietro mi sono ritornati tantissimi ringraziamenti. Mi sono esposto, ed ho compreso che i periodi brutti bisogna affrontarli parlandone, e non superarli facendo finta che non esistono. Oggi salgo sul palco e sorrido, sono lo stesso ragazzo che aveva la depressione».

di Chiara Arciprete

Tratto da Informare n° 185 Settembre 2018