Geolier il coraggio dei bambini

Geolier, “Il coraggio dei bambini” ed il ritrovato successo della musica di strada

Gennaro Alvino 12/01/2023
Updated 2023/01/11 at 10:07 PM
10 Minuti per la lettura

Geolier inaugura la scena musicale hip-hop del nuovo anno con l’uscita del suo secondo album in studio “Il coraggio dei bambini”.

Grande attesa per il gioiellino di casa Sony Music che, dopo tre anni dall’uscita del suo album d’esordio “Emanuele”, dimostra oggi tutta la sua qualità artistica maturata finora. Da allora ne ha fatta di strada quel ragazzino divenuto famoso nel Novembre del 2018 con il singolo “P Secondigliano”, in collaborazione con Nicola Siciliano. La canzone riscosse allora un immediato successo lanciando subito Geolier tra i più promettenti artisti della scena trap napoletana dell’epoca.

Sono poi col tempo arrivate le prime importanti collaborazioni con affermati artisti come Guè, Sfera Ebbasta e Luchè a dare un importante slancio alla sua carriera portandolo sul tetto della trap italiana. Il 6 Gennaio 2023 esce dunque l’album della definitiva consacrazione “Il coraggio dei bambini” che ottiene subito grandi riscontri dal suo pubblico e conferma Geolier tra le più amate realtà del palcoscenico musicale hip-hop italiano.

Geolier e il coraggio dei bambini

Dopo l’uscita del singolo “Chiagne” in collaborazione con Lazza, già certificato disco d’oro, e del secondo singolo “Money“, il secondo album in studio di Emanuele Palumbo, in arte Geolier, è disponibile su tutte le piattaforme streaming a partite da un’ora dopo la mezzanotte del 6 Gennaio 2023. “Il coraggio dei bambini” è la massima espressione dello stile che l’artista napoletano ha sin dall’inizio della sua carriera provato a proporre. Centrale sono le tematiche sociali che caratterizzano i quartieri a rischio di Napoli e la prospettiva dei piccoli “scugnizzi” napoletani diventa allora la principale linea narrativa del disco. Il titolo dell’album è quindi l’insegna di ciò che la musica di Geolier vuole essere, un coraggioso grido di ribellione ad una vita che troppo spesso non ha saputo essere clemente.

“Il titolo dell’album è arrivato alla fine di tutto, quando ho visto che in molte delle tracce parlavo dei bambini, della loro forza, del coraggio che hanno. I bambini sono senza filtri e anche quando hanno paura di qualcosa non si fermano, ci provano sempre lo stesso a ottenerla. E anche per me e le persone che mi stanno attorno spesso è stato così. La vita ci ha messo davanti tante cose belle, ma anche tante cose difficili. Noi abbiamo deciso di avere coraggio e affrontarle proprio come fanno i bambini” ha dichiarato recentemente il trapper napoletano in un’intervista.

Il messaggio dietro la musica di Geolier

Conoscere il background di Geolier è dunque fondamentale al fine di comprendere il messaggio, anche abbastanza esplicito, contenuto all’interno delle sue canzoni. Emanuele Palumbo iniziò a lavorare già mentre sedeva tra i banchi di scuola per dare un supporto economico alla famiglia e, quando gli si presentò la grande occasione con la musica, nonostante i tanti dubbi dei genitori, abbandonò tutto per inseguire il suo sogno.

Sono quindi centrali all’interno delle sue canzoni tematiche come il degrado e l’abbandono appartenenti a quartieri come Secondigliano ed il merito, che l’artista si autoconferisce, di essere riuscito a realizzarsi nonostante le tante difficoltà. La lingua napoletana diventa dunque una chiave di volta essenziale per raccontare la sua vita e dare maggiore espressività ai suoi brani colmando magari qualche limite lessicale e retorico. Il disco appare quindi come un vero e proprio diario di strada all’interno del quale l’artista racconta le sue emozioni e le sue storie, vissute in maniera diretta oppure raccontate grazie agli occhi di qualcun altro.

La lingua della strada al centro della musica di oggi

Nonostante l’enorme successo riscosso da Geolier appare però evidente come l’enorme capacità dell’artista di raccontare le difficoltà di vivere in quartiere come Secondigliano si scontri con una tangibile pochezza di linguaggio e di contenuti. È come se l’altare che Geolier si è costruito, parlando di strada, lo tenesse ora in pugno, imprigionato dalla sua stessa arte. La lingua della strada sa infatti essere assai più espressiva, esplicita ed a tratti violenta di tante altre forme d’arte arrivando allo spettatore in modo diretto e istantaneo. Non c’è nulla da capire. È questo infatti il linguaggio che dipinge la moda di oggi: una musica che è ritratto della società costruita da immagini, idoli e superficialità.

È una musica che non è più arte ma intrattenimento e si lascia abbindolare dalla vacuità di argomenti che spopola nella soggettività collettiva. Le parole diventano contorno di uno show usa e getta che non ha più la missione di attivare qualcosa nell’animo di chi ne usufruisce ma è soltanto un sottofondo con funzione riempitiva. È dunque fondamentale che la musica sia forte e d’impatto che, come una sigaretta per un tabagista, soddisfi almeno temporaneamente un bisogno destinato poi a riproporsi da lì a breve. È questa una musica che ha la stessa vita di un tiro di sigaretta. Si può dunque così leggere l’enorme successo dietro la musica Geolier: un linguaggio che tanto deve all’uso del napoletano che sa, con la propria immediatezza e musicalità, viaggiare attraverso un messaggio che pare esserci eppur non c’è.

Il fascino della vita criminale

Negli ultimi anni abbiamo assistito all’ascesa della musica Trap. Arrivata in Italia intorno al 2016, prende il nome dalle TrapHouse, ovvero edifici di Atlanta dove i tossicodipendenti negli anni ’90 compravano sostanze stupefacenti. Questi ambienti hanno di certo influenzato le generazioni successive che hanno, intorno a queste, creato un nuovo stile che prevede l’esaltazione di contesti criminali e malfamati e la successiva ostentazione della ricchezza, passando spesso per tematiche come droghe e dipendenze.

C’è chi sostiene che queste nuove tematiche assolvano un’opportunità per i giovani di sfogare una rabbia generazionale; c’è chi sostiene che questa nuova musica non faccia altro che strizzare l’occhio ad una innata attrazione umana per ciò che è sbagliato e va contro ogni regola o convenzione.

L’altra faccia della musica napoletana

La dimensione musicale napoletana di oggi è però assai varia e, mentre da un lato c’è l’enorme successo di Geolier con il suo ritratto di periferia, ci sono tante altre realtà artistiche da prendere in considerazione. È probabilmente il più ambizioso dei progetti “Made in Naples” quello di Liberato. Nato con il singolo “Tu t’e scurdat e me” ben 5 anni fa, il progetto Liberato ha col tempo riscosso enorme successo a livello nazionale ed internazionale.

Complice del grande successo è sicuramente la grande contaminazione musicale dei brani dell’artista che ha ormai conquistato tutti i suoi ascoltatori con produzioni sempre di pregevole fattura spaziando tra i più disparati generi musicali. Il linguaggio è semplice ma reso interessante dalla fusione con l’inglese che rende unico ogni brano nonostante il tema cardine sia spesso quello di un nostalgico amore irrisolto. Il vero successo di Liberato è però la maniacale cura di ogni dettaglio: la ricorrenza del “9 Maggio” ed il segreto dietro l’identità dell’artista, ancora avvolta nel mistero, rende il marchio Liberato una vera calamita per gli appassionati. A Napoli si sta facendo sempre più conoscere il gruppo de “La Maschera”: una vera e propria ventata di novità sotto forma di nostalgica avventura che ricalca i passi di quella musicalità che ai tempi fu di Pino Daniele e di tutta la corrente della Neapolitan Power.

La tempra di Roberto Colella, frontman, e l’inconfondibile marchio musicale sono di certo la chiave del successo del gruppo che dopo tanta gavetta stanno meritatamente prendendosi le giuste soddisfazioni. A differenza dei precedenti casi c’è però qui una grande attenzione al testo, rigorosamente in napoletano ma ricco di artifici retorici ed interessanti sottotrame che rendono le canzoni non sempre accessibili ad un primo e superficiale ascolto.

Ma d’altronde l’industria della musica è da sempre caratterizzata da una scarsa attenzione ai prodotti più elaborati prediligendo canzoni dal significato spesso banale o addirittura nullo. E se per questa stessa ragione Luigi Tenco decise di togliersi la vita nel 1967; oggi, nel 2023, possiamo dire che quasi niente è cambiato.

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