Geografia e Musica. I grandi autori della Canzone Napoletana: Salvatore Di Giacomo

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Ritornando all’articolo dei giorni scorsi nel quale, ascoltando il racconto di Pasquale Terracciano sugli stretti intrecci della sua musica con quella delle tradizioni della sua terra natia, per un attimo abbiamo riflettuto sul legame inscindibile che esiste in generale fra la geografia dei luoghi ed i suoni, le melodie che segnano quegli spazi geografici anche in senso identitario (le «musiche orientali», il tango, la voce del Muezzin…).

Ma anche la canzone napoletana, il reggae, il blues, il samba e la bossanova… solo per citare le armonie a noi più vicine e che hanno un minimo comun denominatore che le caratterizza. La tristezza, la nostalgia per il proprio paese d’origine e per le proprie tradizioni culturali. 

Rimanendo nell’ambito più a noi vicino, la canzone napoletana, la scelta di utilizzare un linguaggio espressivo piuttosto di un altro nel testo di una canzone rafforza ancor più quella identità “locale” che si vuole rappresentare.

Ed anche l’articolazione della voce, la scelta di un particolare stile compositivo, l’utilizzo di strumenti tipici  e l’arrangiamento possono servire a costruire quel senso di appartenenza ai luoghi di origine. Ed in questo Pasquale Terracciano è un vero maestro. È evidente che poi queste armonie travalicano i confini ristretti del proprio territorio quando assurgono a valore internazionale diventando comunque icone di un modo di fare buona musica.

È ovviamente il caso della canzone napoletana.

A tal proposito mi piace raccontare di un giovane studente, non napoletano, del corso magistrale in Scienze della musica e dello spettacolo presso l’Università degli Studi di Milano che, giunto quasi al termine del percorso di studi, ha pensato di preparare la sua tesi su un argomento riguardante la canzone napoletana. Scelta motivata dalla grande passione avuta sin da bambino e molto probabilmente ereditata dal nonno materno. Ho avuto il piacere di conoscere Andrea, questo il suo nome, insieme al papà Giampaolo, nel corso di una loro passeggiata a Napoli al fine di “chiarirsi maggiormente le idee” confrontandosi direttamente con chi ben conosce la tradizione musicale napoletana. Andrea ha così deciso di concentrarsi su una figura centrale della canzone napoletana, forse il più grande poeta partenopeo, Salvatore Di Giacomo.

Ne ha parlato con i suoi professori, Cesare Fertonani, relatore e Edoardo Buroni, correlatore, che ne hanno approvato la scelta decidendo di strutturare la tesi in cinque capitoli. Ed ecco il racconto che Andrea mi ha inviato sulla organizzazione del suo lavoro. 

“Nel primo capitolo parto dalla nascita di Di Giacomo, il 12 marzo 1860, passando poi per gli studi di medicina, intrapresi in quanto figlio primogenito di un medico pediatra. Tuttavia, nell’ottobre del 1880, al terzo anno di università, il futuro poeta abbandonò il percorso accademico in seguito ad un celebre avvenimento tragicomico. Una mattina, dopo un incontro troppo ravvicinato con un cadavere nel corso di una lezione di anatomia, corse fuori dall’aula e, suo malgrado, vide rovesciarsi una tinozza di membra umane che il bidello, scivolato dalle scale, stava portando con sé. Tralasciata, dunque, la strada per diventare medico, il giovane Salvatore decise di dedicarsi al giornalismo, iniziando a collaborare con il Corriere del Mattino, con la Gazzetta letteraria e con il Capitan Fracassa, venendo successivamente assunto anche dal Pro Patria e dal Pungolo. Proprio attraverso l’attività giornalistica, nel 1882 avvenne l’incontro di Di Giacomo con la canzone. Il direttore del Corriere del Mattino, Martino Cafiero, era acerrimo rivale di Peppino Turco e non aveva digerito la buona riuscita di Funiculì funiculà, la canzone scritta due anni prima da Turco con la musica di Luigi Denza. Quindi, commissionò all’appena ventiduenne Di Giacomo una poesia, con la speranza di batterne lo strepitoso successo. Quella poesia era intitolata Nannì e, dopo che Cafiero incontrò il non ancora celebre musicista Mario Pasquale Costa, ottenne da lui il consenso per musicarla.

informareonline-era-de-maggioNel secondo capitolo descrivo una quindicina di canzoni digiacomiane, analizzandole sia dal punto di vista musicale che dal punto di vista linguistico. Parto proprio dal successo di Nannì, che segnò l’inizio di un lungo sodalizio di Di Giacomo con Costa, il quale gli musicò ben trentaquattro canzoni, tra le quali Napulitanata (1884), Era de maggio (1885), Oje Carulì (1885), Oilì oilà (1885), ‘A retirata (1887), ‘O munasterio (1887), Lariulà (1888) e Catarì (1892). Oltre a Costa, Di Giacomo collaborò con altri compositori di grande levatura, come Francesco Paolo Tosti, che musicò la celeberrima Marechiare (1885), ma anche Enrico De Leva e Vincenzo Valente. È importante ricordare che le poesie di Di Giacomo vennero musicate anche da semplici melodisti privi di competenza tecnica, come Salvatore Gambardella, che riuscì a comporre, fischiettando, la melodia di straordinarie canzoni napoletane e, sui versi di Di Giacomo, compose ‘E ttrezze ‘e Carulina (1895).

Dedico il terzo capitolo al teatro, di cui Di Giacomo s’interessò a partire dalla fine degli anni ottanta dell’Ottocento, producendo componimenti come ‘O voto (1888), A San Francisco (1896), ‘O mese mariano (1900) ed il più celebre di tutti, Assunta Spina (1909).

Nel quarto capitolo descrivo l’attività come bibliotecario che Di Giacomo svolse a partire dal 1893, una volta lasciato il giornalismo, giungendo a dirigere, nel 1902, la sezione autonoma Lucchesi-Palli, annessa alla Biblioteca Nazionale. Fu alla Lucchesi-Palli che nel 1905 conobbe Elisa Avigliano, una studentessa di lettere recatasi lì per realizzare una tesi sulla sua poesia. La ragazza, di quasi vent’anni più giovane del poeta, se ne innamorò ed i due si sposarono il 20 febbraio 1916, dopo undici anni di difficile e tortuoso fidanzamento.

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Infine, nel quinto capitolo, analizzo la lunga amicizia che ci fu tra Di Giacomo e Benedetto Croce. Fu infatti Croce a determinare la fortuna letteraria di Di Giacomo con un saggio rivelatore e, successivamente, con la pubblicazione in volume delle sue poesie. I rapporti tra i due si allentarono a partire dal 1924, in seguito all’adesione di Di Giacomo al fascismo. Quella posizione non fu gradita a Croce, il quale, nello stesso periodo, non intervenne nella candidatura di Di Giacomo al Senato, che non fu convalidata poiché si disse, con grande amarezza del poeta, che Piedigrotta non poteva entrare a Palazzo Madama. Da quel momento Di Giacomo, credendo a torto che Croce fosse all’origine della bocciatura, gli tolse il saluto. Però, quando Di Giacomo fu costretto al riposo assoluto da un grave disturbo alla vescica, il poeta era desideroso di far conoscere al filosofo le proprie condizioni di salute. Questi andò a trovarlo a casa e rinnovò le sue visite di giorno in giorno, fino alla morte di Di Giacomo, avvenuta la notte del 5 aprile 1934. Il poeta, che non aveva mai amato Marechiare, il suo brano più noto, era giunto a sbottare: «“Marechiare” sarà la mia marcia funebre ». Ed effettivamente lo fu: il giorno delle sue esequie, mentre il carro funebre stava per avviarsi al cimitero, la banda comunale intonò le note della celebre canzone.”
(Andrea Doni)

Come concludere se non con un “Bravo Andrea!” ed ovviamente con un caloroso in bocca al lupo per la sua tesi e per il suo futuro “musicale”.

P.S. Andrea discuterà la sua tesi probabilmente negli ultimi giorni di marzo.

 

di Bruno Marfè

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