Gentilezza: benessere psicofisico

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Pare che la gentilezza sia ormai una rarità, a maggior ragione nelle grandi città giacché, da un punto di vista antropologico, le grandi concentrazioni di popolazione comportano maggiori tensioni e promuovono un rapporto impersonale. Di fatto, la gentilezza ostacola la salute psicologica ed emotiva in questi spazi, eppure, essere gentili fa bene alla salute: serve per migliorare le nostre condizione psico – fisiche.

“La gentilezza” è un termine profumato, che deriva da “gens”, i gruppi allargati familiari di epoca romana in cui c’era la tendenza ad essere rispettosi e attenti verso il benessere di tutti i componenti del gruppo; “gentile”, caratteristica che intende anche una nobiltà d’animo nell’essere disponibile per aiutare gli altri.

L’incipit del XX sonetto del Convivio di Dante “tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia”, già nel IVX sec., fa comprendere come ci si riferisce ad una altezza di animo.

La scienza ha dimostrato che alla nascita abbiamo tutti un gene della gentilezza, siamo una specie che ha bisogno dell’altro, dell’altruismo; a partire dai 6 mesi di vita i bambini iniziano a esprimere comportamenti affabili verso gli altri. Ciò mostra che la gentilezza è intrinseca nell’essere umano, va coltivata e in alcuni casi fatta rinascere dentro di noi.

Ci sono vari studi sugli effetti della gentilezza sulla salute, per esempio un recente studio ha mostrato che negli ipertesi istruire ad avere atteggiamenti gentili, garbati,  comporta un abbassamento della pressione arteriosa, quindi un qualcosa che si può effettivamente misurare; inoltre è stato mostrato che si riducono i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress che ha tanti effetti nocivi sull’organismo e, infine, studi sulla personalità degli ultra centenari mostrano come coloro che hanno un temperamento gentile hanno una tendenza alla maggiore longevità.

Patologia delle psiche che può essere contrastata dalla gentilezza è la depressione: servirà, non solo la gentilezza delle persone che aiutano il paziente, ma anche quella del malato stesso che dovrà mostrarsi, anche attraverso alcuni allenamenti caratteriali, quanto più garbato possibile nelle relazioni con gli altri; uno studio di ben 640 pazienti affetti da una depressione moderata, sono stati istruiti a compiere 3 – 4 atti gentili al giorno, ciò ha avuto effetti positivi già dopo 2 – 3 settimane sul tono dell’umore e, dopo 3 mesi, si indicava un persistere del miglioramento. La gentilezza sta diventando un elemento di interesse nello studio del trattamento patologie umane: l’Università della California ha istituto il primo istituto interdisciplinare per l’uso della gentilezza nelle terapie. Pazienti con fobie scoiali cioè che hanno difficoltà a compiere atti di gruppo, sono stati istruiti a compier piccoli atti verso gli altri; ciò ha aiutato queste persone a migliorare le loro relazioni.

Dunque, se è vero che la gentilezza rappresenta una dote di relazione, è altrettanto vero che essa possa essere rivolta verso noi stessi: se sono gentile aumento l’endorfine e ne traggo benessere, ecco che diviene importante “somministrarsi” della auto – gentilezza, allentando la competitività che abbiamo verso noi stessi per superare il modello che ci siamo prefissati per far spazio ad una moderato auto – compassione che aiuta il miglioramento in senso generale della vita della persona.

Ciò attiene ad una visione medica come arte: “gentilezza a casaccio e atti di bellezza privi di senso”, “siate ribelli usate la gentilezza”. Quindi, la gentilezza può essere frutto della volontà dell’anima, si può chiedere e rivolgere la gentilezza non solo verso la gens ma anche verso gli altri, gli estranei o animali.

La gentilezza è un atteggiamento estremamente elaborato poiché implica autocontrollo, sicurezza, empatia stima degli altri  e consapevolezza della relazione fra l’individuo e il gruppo. È anche un’enorme forza in materia di rapporti sociali. Si ottiene molto di più essendo gentili che con indolenza o bruschezza.

di Salvatore Sardella

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