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Genetica comportamentale: c’è ancora spazio per il libero arbitrio?

Ilaria Ainora 03/12/2021
Updated 2021/12/03 at 4:39 PM
8 Minuti per la lettura

Risale al 2009 la prima pronuncia europea a segnare l’ingresso della genetica comportamentale in ambito processuale. L’algerino A. Bayout, condannato per l’omicidio di un giovane colombiano, si vedeva attenuata la pena di dieci mesi in secondo grado. La motivazione del giudice di appello si basava su una perizia che si avvaleva, tra l’altro, dei test diagnostici propri delle neuroscienze cognitive e della genetica comportamentale. Dai testi genetici emergeva che l’imputato era portatore della variante allelica L-MAOA: tale alterazione, in uno con un ambiente “negativo”, aveva favorito lo sviluppo di comportamenti aggressivi. Sulla stessa linea si colloca la sentenza del G.I.P. di Como del 2011 sul caso Albertani: la presenza di mutazioni genetiche, unitamente ad anomalie nella morfologia e nel volume di alcune aree cerebrali preposte al controllo degli stimoli, hanno giustificato il riconoscimento del vizio parziale di mente e l’attenuazione della pena. Il dato giurisprudenziale è di stimolo a porsi alcuni interrogativi. Qual è la correlazione tra genetica ed aggressività? Siamo di fronte allo stravolgimento della tradizionale concezione del libero arbitrio? Proviamo a sciogliere questi nodi insieme alla Dott.ssa Anna Conti, Dirigente Responsabile del Laboratorio di Citogenetica e Citogenomica dell’A.O.U. Federico II di Napoli dal 1995 al 2020.

Cosa si intende per genetica comportamentale?

«La genetica comportamentale studia gli aspetti del comportamento che possono essere influenzati dall’espressione del corredo genetico di un individuo. Molti geni sono coinvolti nella regolazione degli eventi biochimici alla base delle funzioni cerebrali che gestiscono gli stimoli, come le pulsioni violente. È noto che alcuni geni, se mutati, possono causare inevitabilmente una patologia neurologica (geni causativi). Altri, in caso di mutazione, conferiscono solo una suscettibilità a sviluppare una determinata anomalia (geni di suscettibilità). In caso di anomalie comportamentali sono state riscontrate più frequentemente mutazioni di geni di suscettibilità. Tuttavia, allo stesso tempo, alcuni individui possono essere portatori della mutazione ma non manifestare mai l’anomalia. Questo perché la mutazione del gene è solo una delle componenti a cui si sovrappongono fattori ambientali concomitanti».

Più nel dettaglio, come si traduce sul piano comportamentale e biologico la variante L-Maoa?

«La monoamina-ossidasi A (MAOA), è un enzima il cui gene si trova sul cromosoma X. L’enzima MAOA regola la funzione di alcuni neurotrasmettitori diffusi nel sistema nervoso che svolgono funzioni legate all’attenzione e all’umore, oltre all’ansia ed all’irritabilità.
Negli ultimi anni sono stati identificati anche altri geni coinvolti nella regolazione dei neurotrasmettitori nel sistema nervoso. Alcune variazioni nella sequenza di uno o più di questi geni, seppure non francamente legate ad una patologia (polimorfismi), possono rendere il soggetto maggiormente reattivo nei confronti degli stimoli provenienti dall’ambiente. Per questo un ambiente sfavorevole, in associazione con una predisposizione genetica, potrebbe indurre l’insorgenza di comportamenti devianti. Ad esempio, i soggetti che portano un polimorfismo ‘low’-MAOA, ossia presentano una ridotta attività enzimatica, avranno una predisposizione verso atteggiamenti aggressivi ed impulsivi. Moderne tecniche strumentali hanno permesso anche di dimostrare che la variante genica sarebbe in grado di alterare fisicamente le strutture anatomiche cerebrali. È stato, infatti, osservato che i soggetti maschi con Low-MAOA presentano una riduzione di volume nelle strutture cerebrali coinvolte nel controllo degli stimoli ed una aumentata connettività funzionale fra l’amigdala e la corteccia prefrontale. In conclusione, sembrerebbe che la predisposizione al comportamento aggressivo deriverebbe sia da una riduzione funzionale biochimica che da una reale alterazione anatomica, come confermato da alcuni studi condotti sugli animali».

Qual ruolo gioca l’ambiente nell’insorgenza di comportamenti aggressivi?

«Possiamo affermare che la circostanza che il soggetto porti un polimorfismo “low”, associata ad un ambiente negativo, aumenta la probabilità dell’insorgenza di comportamenti aggressivi e violenti. Per meglio dire, sembrerebbe che la variante nel gene sia una condizione necessaria ma non sufficiente a scatenare l’impulso aggressivo. La questione, però, non è così semplice. Non è escluso che comportamenti devianti possano insorgere anche in presenza di un ambiente positivo e tranquillo. La verità è che l’aggressività può derivare da una serie complicata di concause che, ad oggi, non sono del tutto chiare».

Che correlazione c’è tra età e sviluppo del comportamento aggressivo?

«L’osservazione nel tempo dei soggetti con Low-MAOA suggerisce che vi è un picco dell’aggressività nell’età giovanile che va affievolendosi nel tempo, probabilmente per un miglioramento dell’abilità a gestire gli impulsi emotivi. Sembrerebbe, anzi, che i livelli di MAOA nel cervello di adulti con Low-MAOA non siano molto diversi da quelli di soggetti con l’allele normale. Ancora, alcuni studi su modelli animali hanno dimostrato che l’inibizione dell’enzima in epoca prenatale o durante l’adolescenza induce un atteggiamento proclive all’aggressività, mentre l’inibizione nella prima infanzia sembrerebbe indurre solo una maggiore ansietà».

Si può lecitamente parlare di “determinismo genetico” a scapito del libero arbitrio?

«La genetica non dovrebbe tradursi in una limitazione del libero arbitrio. Nella letteratura sul tema si evidenzia che il profilo genetico non dovrebbe incidere sullo sviluppo di un atteggiamento criminale più di quanto non lo faccia un ambiente educativo inadeguato. Peraltro, il comportamento deviante in entrambi i casi è solo probabilistico, non inevitabile. Tuttavia, la questione non è di poco conto. Ritengo che sia necessario stabilire una più consapevole connessione tra le neuroscienze e il diritto, in specie penale. A mio avviso, merita particolare attenzione il problema connesso alla pericolosità sociale del soggetto».

Esistono strategie di prevenzione dei comportamenti aggressivi?

«Le attuali strategie per trattare l’aggressività patologica si basano su approcci empirici che utilizzano spesso una combinazione di farmaci antidepressivi e anticonvulsivanti che risultano solo moderatamente efficaci. Le conoscenze scientifiche attuali forniscono informazioni sugli eventi che possono ridurre l’efficienza dell’enzima MAOA come alti livelli di testosterone oppure l’assunzione di alcuni farmaci come la metformina (un antidiabetico orale). Questi eventi potrebbero peggiorare la situazione di un soggetto Low-MAOA. Poco invece è noto su terapie che possano aumentare l’efficienza dell’enzima e quindi contrastare gli effetti della mutazione. È allo studio un elemento non codificante presente nel genoma, il MALIN che regola l’attività del gene MAOA. Per avere un quadro più completo sarebbe necessario chiarire alcuni aspetti, come l’eventuale correlazione tra bassa efficienza dell’enzima MAOA e vulnerabilità all’uso di droghe. Ancora, andrebbero approfondite le caratteristiche comportamentali di soggetti con la variante Low-MAOA a differenti stadi dello sviluppo. Infine, è necessario individuare meglio gli elementi di stress che interagiscono con gli effetti della variante per indurre il comportamento aggressivo. A questo proposito, recenti studi dimostrano che gli effetti dello stress sul sistema nervoso condividono processi simili a quelli causati da altri danni ambientali come lo stress ossidativo o il fumo. Sarebbe interessante scoprire se anche questi fattori possono predisporre all’aggressività».

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N°224 – DICEMBRE 2021

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