“Generazione Don Milani. Frammenti di biografie pedagogiche” – La recensione del prof Alfonso Caprio

Generazioni Don Milani

Alfonso Caprio recensione a AA.VV., Generazione Don Milani. Frammenti di biografie pedagogiche, a cura di RAFFAELE IOSA, Trento, Erickson, 2017.

 

Il volume Generazione Don Milani, curato da Raffaele Iosa, è composto da una Introduzione quindici Frammenti di biografie pedagogiche, gli autori sono undici uomini e cinque donne, da un Commento e da una Postfazione.

La raccolta di saggi, fin dal titolo Generazione Don Milani, non si sofferma, in senso stretto, a trattare la figura del Priore di Barbiana ma è l’occasione, a cinquant’anni dall’uscita di Lettera a una professoressa e dalla morte dell’Autore, per una ricostruzione da parte dei nostri saggisti, di quelli che sono stati gli effetti che questa Lettera ha prodotto su una intera generazione di insegnanti, docenti, professori, dirigenti e ispettori della scuola italiana. Raffaele Iosa, nella sua Prefazione, chiarisce che il volume raccoglie: «alcune biografie di una generazione (o meglio una sua parte, forse cospicua) di persone nate tra la fine degli anni ’40 e in tutti gli anni ’50, oggi più o meno in pensione, e che dalla fine degli anni ’60 e negli anni ‘70 erano e sono diventati insegnanti “giovani”, portando dentro di se questa ispirazione milaniana, con modi e intensità diversi» (p. 8). Don Milani, infatti, «non si sentì mai un pedagogista […] non sviluppò mai modelli teorici astratti, ma fu titolare di un’esperienza sulla propria pelle di un pensare pedagogico che costituì un cambio di paradigma sull’idea di istruzione, e che intercettò e diede senso a un’epoca, in primis la Lettera come patrimonio collettivo e trasversale di una generazione di insegnanti» (p. 9), i quali attraverso la lettura della Lettera stessa sono stai testimoni di un’epoca di cambiamento epocale per la nostra scuola.  Va ricordato che la scuola italiana, negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo passato, era considerata decisiva per formazione e trasformazione dei destini individuai e sociali delle persone; la Lettera, infatti, si rivolgeva ad una professoressa di una scuola ancora gentiliana, selettiva e arida nei contenuti, ma i lettori assidui della stessa hanno saputo interpretare con la loro opera di educatori quell’idea di ascesa sociale che proveniva dalla scuola di massa e che è stato volano di trasformazione del destino individuale delle classi meno abbienti. Il volume di cui discutiamo non vuole essere «un testo di valutazione “scolastica” del bene e del male fatto da questa generazione, ma un quadro mosso di storie e vissuti utili a cogliere l’anima di un’epoca, anche per comprendere meglio la differenza dal presente e i molti innegabili errori fatti» (p. 24) e affinché, con il pensionamento di questa generazione, non vada dispersa «la memoria storica dei fatti come sono stati concretamente vissuti» (p. 25).

Gli Autori dei vari testisti riportati, a partire dalla Lettera, ha saputo costruire attraverso la propria autobiografia il racconto non solo di emozioni personali ma anche di fatti, climi e contesti scolastici in cui ci si è trovati ad operare. Questo volume vuole dare, così come è stato concepito dal curatore, «la parola a chi ha vissuto quegli anni per offrire, bene o male, squarci di memoria generativa di un epoca importante della storia della scuola, ricostruendo il legame tra don Milani e una generazione di insegnanti con vissuti reali intensi» (p. 27).

I Frammenti di biografie pedagogiche si aprono con il saggio di Giancarlo Onger Volevo fare il maestro degli «handicappati», in cui si racconta la sua avventura di maestro di sostegno.

Segue il saggio di Cinzia Mion, Io, noi, don Milani e gli anni ’60-’70, la quale, nel ripensare ai suoi anni di insegnamento, non solo ricorda quanto fatto e saputo realizzare ma anche quanto abbia inciso la lettura della Lettera sulla sua professionalità, «ha costituito per me l’incarnazione della possibilità di cambiare la scuola e la società» (p. 50), soprattutto nella ricerca di un valido metodo di insegnamento e di un’appropriata valutazione dei progressi fatti dai propri alunni, ponendo alla base del suo esercizio «la curiosità, che costituisce il motore che ci tiene in continua ricerca, non invecchia mai» (p. 49).

Salvatore Nocera, con Don Milani e il risveglio della mia coscienza religiosa e civile, sostiene che il Priore di Barbiana lo abbia fatto rinascere, lui minorato della vista, «a una visione nuova del Cristianesimo e dell’impegno sociale» (p. 53), da qui nasce la sua personale sollecitudine per l’«inserimento degli alunni con disabilità nelle scuole comuni» (p. 52).

La lettura della Lettera ad una professoressa per Silvana Borgese, in Sud-nord-sud … in buona compagnia, produsse un vero e proprio sconvolgimento, perché in essa «Parlavano di me; si, sentivo che nel rivolgersi a quella professoressa, quegli allievi di Barbiana parlavano di me, di me come docente […] La loro lente spodestò il mio sguardo. Guardai con gli occhi di Barbiana quella poderosa e ben ordinata riserva di sapere condensato nei programmi scolastici e mi sembrò irrimediabilmente stantia. Guardai quei ragazzi, le loro esistenze, le difficoltà, i bisogni, le umiliazioni e vidi…» (p. 56). Silvana, da Direttrice del profondo Sud, si trasferisce al 2° Circolo Didattico di Limbiate, un comune della cintura milanese, dove sperimentò la rappresentazione di quanto avveniva nella scuola di quegli anni, racconta con passione il lavoro di impegno e di aggiornamento svolto «duro a volte, ma inevitabile e sempre risolto a favore della causa dell’etica e della deontologia scolastica» (p. 69), perché per lei «è stato bello sentire Barbiana dire al suo Maestro: ”Il maestro dà al ragazzo tutto quello che crede, ama, spera. Il ragazzo crescendo ci aggiunge qualcosa e così l’umanità va avanti» (p. 70).

Raffaele Picardi nella sua La lettera che non ricevetti. Un’adesione implicita, racconta il suo impegno di docente prima e di dirigente dopo in giro per l’Italia, impegno che continua tutt’ora, per la scuola attraverso metodologie di sperimentazione alternative, come la creazione del laboratorio di videogiochi per allentare il problema della dispersione scolastica a Ponticelli. Anche per lui l’habitus di educatore che gli ha lascito Don Milani con la sua Lettera, lo spinge ancora oggi, che è in pensione, a proseguire «sempre nella direzione che il maestro Lorenzo mi ha indicato» (p. 75), anche se «i tempi ormai sono cambiati e le necessità di alfabetizzazione hanno modificato i propri orizzonti» (ibidem). Nerina Vretenar è l’autrice di Un faro e una guida, in questo saggio oltre a raccontare dei grandi sacrifici fatti dai suoi genitori contadini, che pur non avendo ultimato le elementari «tenevano in grande considerazione la scuola» (p. 77), perché ritenevano «che solo la scuola può metterti nelle condizioni di saper “parlare con tutti”, quindi di essere come gli altri» (ibidem), ci esplicita di come la lettura di «Lettera a una professoressa mi sconvolse, mi affascinò, diede parole alle mie inquietudini, alla rabbia e al desiderio di giustizia, mi segnò per sempre» (p. 78) e le fu da viatico nella sua attività di insegnante, ecco perché ritiene la lettura della Lettera ancora attuale tanto da poter «essere inviata quasi pari pari a tante/i insegnanti di oggi» (p. 80), soprattutto a quelle tante colleghe che si ritrovano in classe tanti ragazzini extracomunitari di cui ormai sono piene le nostre classi.

Giuseppe Prosperi, docente di materie letterarie prima e preside poi, in La sapienza degli occhi e delle mani ci narra la sua esperienza in ambito scolastico volta a creare nella scuola un ambiente dove teoria e pratica, mente e corpo siano impegnati insieme.

Mariella Marras, in La classe non mi bastava più, ci propone la dura realtà scolastica della sua Sardegna, dagli studi all’insegnamento, dalla dirigenza all’attività di formatrice. Anche per lei la lettura della Lettera fu una “folgorazione”. «Capii di far parte di quella massa di persone che senza la formazione resta subalterna» (p. 92); comprese che: «Studiare era necessario per costruire una società più giusta» (p. 93), ecco perché: «Per me significava laurearmi e superare il concorso direttivo. La classe non mi bastava più» (p. 95). L’impegno profuso nel suo «ministero» l’ha indotta a ritenere che «senza la passione sociale e civile che animò don Milani non si può dare anima a nessuna scuola» (p. 97).

Mario Maviglia, insegnante, direttore e ispettore, con il suo saggio Il senso della comunità, ci informa che uno degli aspetti dell’esperienza di insegnamento di Don Milani, che più lo ha affascinato «è stato il tentativo di fondare la classe e la scuola come una comunità solidale» (p. 99), perché voler riportare l’esperienza della scuola di Barbiana nelle scuole pubbliche era alquanto complicato «perché gli orpelli burocratici rischiavano di frenare le spinte innovative» (p. 101) e perché: «La realtà evidentemente era molto più complessa e richiedeva strumenti di analisi e strategie di intervento che spesso non erano alla nostra portata» (ibidem). È in dubbio per il nostro saggista che: «La Lettera a una professoressa è ancora uno dei più incisivi pamphlet contro un certo modo di concepire la scuola» (p. 110), ecco perché nel citare Roberto Cantessi, ricorda che: «Oggi siamo di fronte a un nuovo classismo di tipo culturale: non più ricchi contro poveri ma culturalmente forti contro culturalmente deboli» (ibidem).

Il friulano Stefano Stefanel insegnante e dirigente scolastico, nel suo saggio Don Milani tra proposta didattica e suggestione, fa «notare che la scuola di Barbiana non era statale, non era paritaria, forse non era neppure pubblica. In quella scuola il Contrato collettivo nazionale di lavoro non valeva, la chiamata dei docenti era diretta, il curricolo era autoprodotto e tutto l’impianto stava nell’ambito privatistico-cattolico e non in quello pubblicistico-statale. Per cui l’idea pedagogico-educativa di don Milani è si entrata nella scuola pubblica e statale italiana, ma all’interno di un sistema che ha subito fatto fatica ad assimilare concetti e contenuti nati altrove» (p. 115). Il modello di scuola elaborato da Don Milani per Barbiana, per essere applicato, secondo il Nostro, nella scuola pubblica italiana richiederebbe uno smantellamento, infatti: «Quando la sua accusa è arrivata nella società italiana con la Lettera a una professoressa, tutto il sistema è stato scosso dalle fondamenta, perché si sono visti in un attimo quei vizi di autoreferenzialità didattica che oggi sono tornati più che mai in auge» (p. 116). A Don Milani il nostro Autore riconosce la vera applicazione di quella che è oggi detta «autonomia scolastica, in cui prevalgono la responsabilità, la continuità, l’interesse per lo studente, il rapporto con l’apprendimento» (p. 117).

Giancarlo Cavinato con il saggio Sortirne insieme. Quante cose fanno i maestri, non solo elabora un  escursus di quanto ha saputo realizzare nella scuola come insegnante, direttore didattico e dirigente ma anche di saper riconoscere che la Lettera di Don Milani è stato un documento fondamentale per la scuola italiana, perché ha fatto comprendere finalmente a molti «che la parola rende eguali» (p. 120). Il metodo adottato da Don Milani a Barbiana ha contribuito ad uno svecchiamento della prassi didattica fino ad allora adottata nella scuola italiana. «Della pedagogia di don Milani mi ha colpito da subito la sua profonda convinzione della presenza della cultura nella coscienza degli oppressi, la fiducia nel fatto che nelle classi emarginate vi sia un sapere sull’uomo e sul mondo molto più ricco di quello di chi vive in condizioni di privilegio» (p. 133).

Anche Domenico Sarracino, con Insegnanti e preside, dalla parte degli ultimi e per la Costituzione, sostiene che: «Di don Milani mi ha colpito la denuncia sferzante e inflessibile della Lettera a una professoressa, una denuncia diretta e implacabile di quello “scandalo” che accadeva nelle nostre scuole, sotto gli occhi di tutti, e che consisteva nella vasta e diffusa selezione di classe di tutta una parte della popolazione scolastica» (p. 143). Ecco perché è convinto che oggi la nostra scuola abbia bisogno di ripensare a Barbaina, non come ad una bella pagina storicamente datata «ma come una complessiva proposta educativa carica di modernità e anticipazioni e nutrita da una straordinaria spinta etica: non solo la scrittura collettiva e la “cura” della parola, la cooperazione, la ricerca, ma anche il valore formativo del viaggiare e vedere il mondo, l’uso consapevole delle più avanzate tecnologie, il cinema e l’arte, il valore degli incontri e delle testimonianze, la Costituzione e il sindacato, la politica» (p. 143-4). La proposta è più che attuale tenuto conto che ancora oggi persiste  nella scuola il fenomeno dell’abbandono, dell’evasione e della dispersione scolastica ma ancora di più sono, in questi ultimi anni, cresciuti gli «ultimi» rappresentanti dai «figli dell’immigrazione, prima interna e poi di quella mondiale» (p. 152).

Il saggio Imparare insieme. Gruppi al lavoro, scritto a quattro mani da Paola Scalari e Francesco Berto, testimonia come «il prete schietto di Barbiana rappresentò davvero una forza rivoluzionaria» (p.161) per la scuola di quegli anni, perché «ci legittimò a insegnare secondo i nostri principi che, come i suoi, andavano controcorrente» (ibidem). Lettera a una professoressa fu per gli insegnanti che in quegli anni cercavano nuove vie all’istruzione «il nostro libretto rosso e la nostra Bibbia. Fu il nostro viatico e la nostra spada contro i benpensanti» (p. 162). Da qui nasce il loro impegno ad aiutare gli adulti in certi ambienti o i diversamente abili in altri contesti, questo perché la lezione fondamentale di don Milani è stata quella di «rendere democratico l’apprendere» (p. 171).

1967…1977…2017. La scuola, noi e don Lorenzo Milani di Rinaldo Rizzi è la testimonianza di come la scuola pubblica, statale aperta a tutti si sia, in tutti questi anni di fine secolo e inizio del III millennio, andata trasformando a partire dai Decreti Delegati del 1974, della Legge n. 820 del 1971 che istituiva la scuola a tempo pieno alla Legge n. 517 del 1977 che stabiliva l’inserimento degli alunni con disabilità nelle scuole italiana, che in questo ultimo mezzo secolo è molto cambiata, con l’inserimento degli alunni extracomunitari e le nuove tecnologie telematiche, che stanno «mutando profondamente, le condizioni “naturali” della formazione e gli atteggiamenti delle nuove generazioni» (p. 183). Lo sfondo e il contesto della scuola italiana sono mutati e sono mutati anche i termini della selezione, che non è più la selezione della vecchia scuola dell’obbligo «ma quella successiva non più la bocciatura ma i dati OCSE-PISA e INVALSI» (p. 183), che accertano i bassi livelli formativi delle nuove generazioni.

I Frammenti biografici di anni formidabili di Raffale Iosa sono solo delle brevi note biografiche in forma di aneddoti personali, dove l’Autore testimonia la sua passione per questo «mestiere», lasciatemi passare il termine, che per noi addetti ai lavori è e resta il più «bel mestiere del mondo», perché fatto con passione e la passione, come testimoniano i nostri autori, non ci abbandona nemmeno con il passare degli anni.

Il volume si chiude con la Postfazione di Franco De Anna, Cinquant’anni dopo, la scuola è ancora di classe, le numerose tabelle riportate nel saggio voglio indurre il lettore a riflettere su «quanto il sistema formativo italiano sia cambiato e abbia effettivamente prodotto quel “rimedio” sociale, culturale e politico» (p. 221) da tutti atteso per la nazione Italia e «su cosa si sia sbagliato in questo mezzo secolo di scuola troppo facilmente proclamata come “delle opportunità e della democrazia”» (ibidem).

Lo scopo del libro è in parte, come afferma nella sua Prefazione Raffaele Iosa, anche quella di confrontare, per chi ormai ha una certa età, la sua storia personale di insegnante con le storie qui riportate, per una comparazione tra presente e passato della propria attività di educatore, per rintracciare quella passione all’insegnamento, che ha impegnato a migliorare la nostra comunità a partire dai giovani, perché la scuola resta un tassello importante e complesso di quello che noi chiamiamo società e che a questa società a cinquant’anni dalla Lettera di Don Milani, serva ancora il suo insegnamento per dare uno “scopo”, quell’I care, di cui i nostri giovani sembrano avere ancora tanto bisogno.

Castel Volturno 21.02.2018

Alfonso Caprio

About Annamaria La Penna

Pedagogista, si occupa di educazione, formazione e ricerca universitaria prevalentemente nell'educazione degli adulti e del Life Long Learning. Assistente Sociale, mediatrice familiare e consulente tecnico esperto in servizio sociale forense, è impegnata nei servizi e nelle politiche sociali dal 2001. Ha collaborato con alcune testate, tra cui Viewpoint, magazine di promozione culturale umbro (dove nasce e si forma) fino a giungere nel 2016 nella grande famiglia di Informare, dove ricopre il ruolo di caporedattore e direttore organizzativo. Iscritta agli Ordini professionali degli Assistenti Sociali e dei Giornalisti Pubblicisti della Campania. Obiettivo personale e professionale: con passione e dedizione, continuare a migliorare in qualsiasi cosa faccia.