Garanzia per il minore durante il processo

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Quando si ha a che fare con un ragazzino è difficile approcciare, cogliere le peculiarità caratteriali, i bisogni ed è estremamente complesso farlo in una chiave giuridica.

Il processo minorile si articola in una serie di peculiarità rivolte, inevitabilmente, anche alla salvaguardia dell’integrità psicofisica del minore compiendo anche un distinguo. Infatti l’articolo 97 c.p. sancisce che non è imputabile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, non aveva compiuto i quattordici anni. La legge non considera imputabile e pertanto sottoponibile al processo il soggetto che non abbia raggiunto il quattordicesimo anno di età, ma prevede che al minore infraquattordicenne, in virtù di una presunta pericolosità sociale, si possano applicare le misure di sicurezza previste dagli artt. 199 e sgg. c.p. Eppure, tale misura di sicurezza, gli sarà applicata senza accertamento, senza che il reato gli venga contestato.

Il minore quindi, con il raggiungimento dei quattordici anni, diventa imputabile e quindi gli viene contestato in forma chiara e precisa, il fatto, il reato; e prima ancora di diventare imputato, se ha l’età per stare nel processo gli viene inoltrato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari e viene informato nel più breve tempo possibile dell’accusa elevata a suo carico, come attuazione dell’art. 111 co. 3 Cost. e come attuazione dell’art. 6 della CED. Quindi colui che ha raggiunto il quattordicesimo anno di età ha a disposizione tutte le garanzie processuali previste dal sistema, al contrario del minore infraquattordicenne per il quale invece si abbassano tutte le garanzie.

Prima tra tutte, manca la garanzia della contestazione del fatto storico e quindi non è riconosciuto al minore il diritto ad interloquire, ossia il diritto a difendersi rispetto al fatto storico.

Immaginiamo un genitore che appartiene alle forze dell’ordine, fa il carabiniere e lascia la sua pistola incustodita in giro per casa. Il figlio, di nove anni, prende la pistola ed inizia a sparare all’impazzata, ammazzando il fratello. È una situazione di fatto diversa da quella del minore di dodici anni che prende la pistola deliberatamente per ammazzare il fratello con il quale aveva avuto un diverbio, un contrasto. Ora, l’avvenimento naturalistico è sempre lo stesso: l’aver cagionato la morte di un uomo, nello specifico, di un fratello. Ma la dinamica di questo evento e il nesso di causalità tra la condotta e l’evento, necessita di un’attività di accertamento, che è funzione tipica del processo. Il problema è quello di stabilire se il minore è in grado di partecipare alle attività processuali comprendendo la valenza etica sociale di quello che si sta facendo. Ma, in assenza di un processo, chi ricostruisce questa situazione?

Il processo è nella sostanza violenza alla persona, violenza ad un innocente se la persona è innocente. Quindi le strutture processuali, dati anche i tempi del procedere, sono una violenza che subisce la persona. Ma se si mantenesse la neutralità della funzione del processo come accertamento di un fatto penalmente rilevante forse si potrebbe tirare una linea maggiormente chiara e definita rispetto ai soggetti non imputabili ed i soggetti imputabili. Perché è chiaro che se il bambino di nove anni ha preso la pistola dal comodino del padre e ha sparato all’impazzata, cagionando la morte del fratello non è un soggetto pericoloso e quindi non c’è bisogno del processo. Non c’è bisogno del processo perché non si ha la necessità di applicare la misura di sicurezza. Ma per stabilire l’inutilità dell’applicazione della misura di sicurezza, posto che in casa non ci siano telecamere, è necessaria un’attività investigativa. Allora l’estrema conseguenza dovrebbe essere questa. Tutte le volte che vi è un fatto storico riconducibile a norme di legge che si assumono violate è necessaria un’attività investigativa per cercare di capire cosa sia successo. Il pubblico ministero deve raccogliere elementi di prova a carico e a discarico per la ricostruzione neutrale dell’accadimento. A seguito dell’iscrizione della notizia di reato, bisogna ricostruire le cause, la dinamica degli avvenimenti, ricostruire le modalità della condotta.

Come si è arrivati a questo fatto di grande dannosità sociale, espressivo di grande disvalore sociale? E, quando il Pubblico Ministero, in questa fase delle indagini, si accorge che l’attore del fatto è il bambino di nove anni, dovrà forse applicare la misura di sicurezza perché il fatto è grave? No; Dovrà forse richiedere l’emanazione della sentenza perché il minore non è imputabile? No. Deve archiviare.

Potrebbe apparire moralmente ingiusto. Ma, quindi, è forse giusto processare un minore di nove anni che trova la pistola sul comodino? È forse capace questo ragazzino di otto anni di metabolizzare e di capire il significato di quell’attività di trasformazione che si compie con il processo?

Le misure di sicurezza hanno contenuti fortemente afflittivi o, se si vuole, punitivi ed inoltre vengono emesse senza accertamento del fatto. Questa contraddizione di sistema così evidente dovrebbe portare ad essere più coraggiosi e a garantire sempre il processo ai fini dell’accertamento non dell’imputabilità ma della responsabilità. Essa collide, come detto, con quanto disposto dall’art. 111 Cost., per il quale la giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge, ma non solo, collide anche con la presunzione di non colpevolezza. Allora, bisognerebbe prevedere sempre il processo a fronte di un fatto che si connoti per una rilevante dannosità sociale perché il processo offre le garanzie per la ricostruzione di quel fatto che è il presupposto per l’applicazione di misure restrittive. Questo dovrebbe portare alla caduta dell’opzione di politica criminale della non imputabilità assoluta.

 

di Salvatore Sardella

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