Sono partito alla volta della Sicilia, direzione Partinico, per incontrare il pittore antimafia Gaetano Porcasi e altri uomini che giornalmente sono impegnati come cittadini attivi contro Cosa Nostra.

Partinico è una piccola cittadina della provincia di Palermo, da sempre roccaforte delle cosche mafiose siciliane. In questo piccolo comune vi era l’egemonia incontrastata del clan Vitale, retto al tempo da Vito Vitale, detto “Fardazza”, uno delle punte di “diamante” di Cosa Nostra. Fu lui a consentire che il territorio di Partinico entrasse in stretto contatto con i vertici corleonesi dell’organizzazione criminale, a tal punto che il “Fardazza” venne addirittura considerato come l’erede di Riina. Ora a Partinico l’aria sembra essere parzialmente diversa; il pittore d’impegno civile Gaetano Porcasi, ci spiega che il potere del cognome delle famiglie si è ridimensionato, ma Cosa Nostra non ha mai abbandonato questo territorio. A dimostrare quest’affermazione c’è il comune accanto Partinico, quello di Borgetto, sciolto per infiltrazioni mafiose appena l’anno scorso. In questo territorio ed in questa storia, si colloca la pittura antimafia di Porcasi, unico nel suo genere. Gaetano passa buona parte del suo tempo a dipingere i fatti di mafia, come un cronista armato di pennelli e non di penna; nelle sue opere c’è tutta la rabbia di una denuncia che investe sia la mafia che la politica. Sono andato ad intervistarlo nella sua pinacoteca e tra i volti di Chinnici, Falcone, Impastato ed Andreotti, l’occhio vive la più pura esplosione dei colori siciliani.

 

 

Gaetano, l’arte come denuncia a Cosa Nostra, da dove sei partito e dov’è nata l’idea?
«La mia pittura d’impegno civile c’è sempre stata, fin dalle scuole medie, quando collaboravo per il tipico giornalino della scuola. Man mano che sono cresciuto, ho realizzato la vera importanza dell’impegno civile contro la mafia, da lì non ho più smesso».

Nei tuoi quadri vediamo dipinti volti politici accanto ai tipici esponenti di Cosa Nostra. È un atto di coraggio.
«No, è un atto di consapevolezza. La mia pittura è quasi da giornalista, immagino che tu sia sempre pronto a cercare la verità, questo è quello che faccio anch’io. Scrivo con i pennelli. Riesco a trasformare un lavoro di approfondimento su di un tema in un’immagine».

Cos’è questa pittura antimafia per te?
«È un grido di dolore che parte dalla Sicilia ed arriva ai confini dell’Italia. La considero un’epidemia della bellezza e dell’arte, evidenziando la storia di questo Paese, raccontando la storia delle vittime e dei carnefici».

Nella tua pittura regnano i temi dell’omertà e della collusione, ma la tua denuncia più forte, a mio parere, è quella contro la stessa antimafia. Uno dei tuoi quadri più celebri è “Il giocattolo dell’antimafia”, perché quest’opera?
«Bisogna dire che è una tematica camaleontica. Con questo quadro ho voluto raccontare il gioco dell’antimafia. In un clima surreale, sembra che proprio questa parola “antimafia”, regalava verginità a persone molto ambigue. In quel quadro ho dato ampio spazio al pubblico senza volto, metafora che allude alla disinformazione dilagante di chi crede nei “giocattoli”».

Le opere di Porcasi ora viaggiano per l’Italia, decorano i beni confiscati ai mafiosi e addirittura sono presenti nello studio di Falcone. Dobbiamo però essere sinceri: nonostante la miriade di associazioni, di iniziative e dell’impegno singolare di alcuni uomini, il popolo siciliano resta, su questo argomento, estremamente sfiduciato. Cosa Nostra, la corruzione e l’incompetenza hanno saccheggiato questa Terra. Nei bar la gente afferma che qui non cambierà mai nulla, come se la Sicilia fosse condannata al diktat mafioso e a quella frase che tutti conoscono e che ripetono assiduamente ad ogni straniero: “Dio creò la Sicilia per concentrare in una terra tutte le bellezze del Mondo, poi si accorse che era fin troppo perfetta e creò i siciliani”.

servizio a cura di Antonio Casaccio

Tratto da Informare n° 182 Giugno 2018

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