Fuocoammare: una retrospettiva all’epoca del Decreto Sicurezza

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Essendo usciti i dati del Viminale sull’immigrazione, è bene rivedere uno dei pochi film italiani che affronta l’argomento: il documentario Fuocoammare di Gianfranco Rosi.

Candidato all’Oscar 2017, Fuocoammare racconta in parallelo sia le attività di soccorso, che le vite degli abitanti dell’isola di Lampedusa, centro del fenomeno migratorio dall’Africa all’Europa. Sorprendentemente (o forse no), il quadro è meno apocalittico di quanto diverse voci della politica ripetano.
Nel 2017 in Italia sono sbarcati, dati alla mano, centoventimila migranti contro i ventitremila del 2018 e i soli quattromila del 2019. Eppure, la Lampedusa che Rosi mostra non è invasa da questi migranti, nè la sua vita è stata stravolta dal fenomeno. La macchina da presa ritrae pensionati, pescatori, conduttori e medici che vanno avanti con le proprie vite, come se l’immigrazione non li tangesse. Allo stesso tempo, però, uomini della Guardia Costiera, finanzieri e volontari delle ONG soccorrono uomini, donne e bambini spesso in fin di vita da barconi fatiscenti e sovraffollati, fornendo assistenza ai malati e raccogliendo i morti.

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Il filo conduttore della parte “italiana” del film è un bambino di nome Samuele, quasi simbolo della vita che a Lampedusa continua come se nulla fosse.

Samuele studia, va a pesca con un parente, gioca con gli amici e porta una benda per l’occhio pigro. L’unico contatto che ha con il fenomeno migratorio è una visita dal medico Pietro Bartolo, responsabile delle prime visite ai migranti sbarcati a Lampedusa dal 1992 al 2019. Bartolo fa una schietta e dolorosa summa del proprio lavoro, dove spesso tutto ciò che può fare è cercare di salvare i casi più disperati e, all’occorrenza, condurre autopsie e preparare body bag. Ma continua a farlo perché, afferma, “è il dovere di ogni uomo in quella situazione fare il possibile”.

Intanto, di notte, nei centri di prima accoglienza, i migranti che sono stati salvati dalla traversata cercano di dimenticare la propria odissea giocando a calcio o telefonando ai parenti in patria. Ma a volte non basta, e a metà film si vede proprio una scena in cui, dopo la preghiera, intonano un canto mentre uno di loro, in una tetra radice del gospel afroamericano, racconta le loro sofferenze, le morti, il deserto, le privazioni e le percosse dei campi di concentramento in Libia.
Tre anni dopo, la Lega esce dal Governo e la magistratura fa finalmente entrare gli ottantatré migranti della nave Open Arms a Lampedusa

di Lorenzo La Bella

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°197
SETTEMBRE 2019

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