Frank Meeink : Storia di uno skinhead guarito

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Ci sono storie che lasciano in bocca il gusto amaro della tragedia, dalle quali non ti aspetti un lieto fine. E poi ci sono storie che, nonostante inizino come tragedie, nascondono all’interno di sé la forza straordinaria del cambiamento, capace di riscrivere un epilogo diverso.

Quella di Frank Meeink è una storia che inizia con un’infanzia rubata, dove gli episodi di violenza domestica si alternano con una frequenza inquietante. Nato e cresciuto a Philadelphia, in casa con una madre alcolizzata ed un padre tossicodipendente, sin da piccolo Frank inizia a conoscere quella realtà fatta di maltrattamenti ed abusi che lo accompagneranno per il resto della sua adolescenza.

A scuola, infatti, è uno dei pochi ragazzi bianchi presenti nell’istituto e per tale motivo diventa oggetto di scherno da parte dei compagni che, perlopiù, appartengono alla comunità afroamericana. È in questo periodo che, nella testa del giovane Frank, iniziano a manifestarsi i primi sintomi di intolleranza razziale.

L’incontro con un gruppo di neonazisti risulta essere decisivo. Frank inizia a sentirsi meno solo, accettato e non più deriso per il colore della sua pelle. Inizia a credere che provare odio verso i neri e gli ebrei non è poi così sbagliato.

Decide, quindi, di diventare uno skinhead. Si rasa i capelli, si tatua una svastica sul collo ed inizia a commettere i primi crimini. Il giovane ed impacciato Frank, vittima dei suoi compagni di scuola, è ormai solo un ricordo. In quell’ambiente fatto di odio e abuso di droghe, il “nuovo” Frank diventa uno dei maggiori esponenti tra le bande degli skinhead della East Coast, arrivando ad intrattenere rapporti con il Ku Klux Klan.

I primi problemi con la legge arrivano, però, all’età di 17 anni quando viene arrestato per aver torturato un suo coetaneo, filmando tutto su una videocassetta. A questo punto della storia, è facile pensare che la vita di Frank non possa che assumere un’unica direzione. Ed invece, grazie a quella forza del cambiamento, il carcere diventa per Frank un’occasione di rivalsa, un luogo in cui imparare che tutto ciò che l’aveva portato fin lì non poteva essere la sua vita. Grazie alla sua passione per lo sport, Frank stringe amicizia con detenuti di diverse etnie i quali diventano un forte sostegno emotivo.

Quando, dopo soli 3 anni di prigione, Frank ritorna libero, quello dello skinhead è uno stile di vita che ormai non gli appartiene più. Inizia qui la sua redenzione. Si rifiuta di fare il saluto nazista ad un funerale di un suo vecchio amico skinhead, litiga con tutti e decide di lasciarsi alle spalle tutto quell’odio seminato per anni.

La storia di Frank diventa fonte di ispirazione per il film American History X del 1998, diretto da Tony Kaye ed interpretato magistralmente da Edward Norton (interpretazione che gli vale una candidatura agli Oscar come miglior attore protagonista).

Diventato un cult nella storia del cinema moderno, American History X riprende a grandi linee la vita di Frank, mettendo sullo schermo la sua stessa cruda realtà vissuta, fatta di odio e discriminazione. In circa 120 minuti di pellicola, Tony Kaye coglie l’occasione di farci capire come la vita porti in sé quella forza capace di stravolgere qualsiasi carica negativa, capovolgendo per intero il corso degli eventi.

American History X diventa un inno al cambiamento, un monito di rivalsa sociale. Un film che, con la sua durezza, ci insegna che per quanto la vita di un uomo possa essere minata da ideali fuorvianti e malsani, non è mai troppo tardi per cambiare, per diventare persone migliori. Anche quando tutto sembra essere perduto.

di Antonio Bucciero

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