Francisco Goya: “Il sonno della ragione genera mostri”

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L’opera che esprime la fede illuminata di Goya nel valore della ragione, insidiata dai mostri dell’irrazionale.

“Il sonno della ragione genera mostri”, (1797-98), Acquatinta e Acquaforte, cm 23×15,5 cm, Biblioteca National de Espana, Madrid.

“Il sonno della ragione genera mostri” è il titolo di una celeberrima incisione di Goya, classificata col n° 43 ed eseguita come frontespizio della serie dei “Capricci” che è una raccolta di ottanta incisioni elaborati dall’artista spagnolo negli ultimi anni del Settecento.

Qual ’è il concetto che l’artista vuole comunicare in quest’opera? Provo a spiegarlo con uno scritto dello stesso Francisco Goya che, esprimendo un parere sul ruolo dell’arte, ci indica il significato della sua opera: “La fantasia priva della ragione genera mostri impossibili: unita a lei è madre delle arti e origine di meraviglie Quando gli uomini non ascoltano il pianto della ragione, tutto muta in visione“.

Goya, in coerenza con la sua scelta “illuminista” depreca l’oscurantismo e dichiara allo spettatore che le superstizioni e l’assenza di autonomia di pensiero porterà gli uomini ad uno stato di brutalità e di paura. L’opera di Goya pone l’ attenzione sui disastri provocati dalla rinuncia alla ragione e rivolge un invito affinché la ragione si unisca alla fantasia in un intimo connubio tra l’estro creativo e la razionalità. Inoltre, l’opera rappresenta una denuncia dell’oscurantismo, delle superstizioni, delle paure a non perdere mai il controllo della propria coscienza critica per non essere inghiottito dal buio della irrazionalità.

Descrizione dell’opera: in questa opera, foschi presagi di malasorte si addensano come sinistri volatili dietro la figura di un uomo ,(potrebbe essere lo stesso Goya), che giace addormentato sul proprio tavolo di lavoro. Questa identificazione della presenza umana sprofondata nel sonno con la sospensione dell’esercizio della ragione colpì l’immaginario di molti artisti interessarti al visionario come simbolisti, quale Odilon Redon e persino i surrealisti. La scelta del titolo di origine italiana e settecentesca della celebre serie, che già in sé richiama soggetti stravaganti, si confà ai temi scelti da Goya, ironiche satire politiche o situazioni che generano paura e ribrezzo. Anche lo stile potenza l’effetto: l’incisione di Goya è infatti ricca di toni contrastati e combina abilmente le tecniche con grande spregiudicatezza.

Realizzando “I Capricci”, Goya usa questa metafora dove invita gli uomini a non perde il controllo dell’intelletto, a riflettere sulla necessita’ di costruire un pensiero critico che possa renderci liberi di scegliere, di schierarci e di avere piedi ben piantati a terra e lo sguardo verso l’infinito.

Breve introduzione dell’artista Francisco Goya (1746-1828)

Estraneo a ogni influenza della moda, Goya è universalmente considerato il più grande, più nuovo e più rivoluzionario pittore dei suoi tempi per l’acuta originalità, la portata emotiva, la liberta tecnica ed espressiva della sua arte.

Nato in un villaggio isolato di Aragona, Fuendetodos, si trasferì a Saragozza con la famiglia e qui Francisco divenne allievo del pittore José Luzan Martinez, l’artista più conosciuto della città. Giunse diciottenne a Madrid, che era allora il centro indiscusso della cultura e della società spagnola e iniziò a lavorare nello studio di Francisco Bayeu, del quale più tardi sposò la sorella Josefa che gli diede numerosi figli, ma solo uno di essi raggiunse la maturità.

Nel 1770, rispettando la consuetudine seguita da tutti i giovani pittori di qualche ambizione, egli compì un viaggio in Italia. Goya iniziò la carriera nel 1774 dipingendo cartoni per arazzi e successivamente divenne famoso come ritrattista Francisco faticò a guadagnare fama ed onori e soltanto nel 1789, a quarantatré anni, venne ufficialmente nominato pittore di corte; da quel momento in poi, però, la sua carriera non conobbe ostacoli: ormai poteva contare tra i suoi amici e protettori molti dei più eminenti intellettuali e aristocratici della capitale. Pur essendo quasi contemporaneo del pittore Jacques-Louis David, niente è più lontano del neoclassicismo francese dalla figura e dall’opera pittorica di Francisco Goya. Al decoro perfetto e alla precisione accademica del disegno delle opere degli artisti neoclassici, Goya contrappone una sorprendente libertà espressiva: alle levigatezze plastico-lineare di David l’artista spagnolo contrappone una spiccata accentuazione cromatica sostenuta da un segno quasi ad abbozzo.

L’artista stesso pare abbia affermato che i suoi unici maestri furono Velasquez, Rembrandt e la natura. La sua pittura risulta di grande efficacia, costruisce le masse plastiche sferzando la luce e lavorando il colore con pennellate decise e robuste. Soltanto dopo una malattia che lo rese sordo ,( 1792-1793) , Goya entrò nella fase più significativa e originale della sua produzione: le tele e le incisioni ispirate alle sue inquietanti e fantastiche visioni. Furono eseguite dalla cruda satira dell’alta società spagnola e dalle spaventose immagini degli orrori della guerra che ritrasse nella serie di impressionanti acqueforti intitolata I disastri della guerra. Le ultime “pitture nere”, infine, sono ancora più drammatiche e costituiscono un impressionante testimonianza dei suoi incubi angosciosi.

Sul finire del secolo, la monarchia spagnola venne scossa dalle guerre napoleoniche, alle quali inizialmente essa prese parte come alleata della Francia. L’occupazione francese provocò gravi disordini a Madrid e sfociò in una sanguinosa guerra civile. Qualunque fossero le sue idee politiche, Goya, preoccupato per il proprio avvenire materiale, giurò fedeltà al re francese e, anche se ciò non risultò propriamente corretto dal punto di vista morale, accettò nel 1811 di essere da lui insignito dell’Ordine Reale di Spagna. Riuscì comunque a sfuggire alla punizione quando il re spagnolo Ferdinando VII tornò sul trono.

Nel 1814 viene restaurata la monarchia spagnola: Goya dipinge “Il 3 maggio 1808”. Si trasferisce a Bordeaux nel 1824 dove rimane fino al 1828, anno della sua morte, avvenuto per un attacco di paralisi, all’età di ottantadue anni.

Analisi e descrizione di alcune opere più importanti di Francisco Goya

Con Goya l’arte diventa lo specchio tormentato dei sentimenti ed è a partire da questa svolta importante che prenderanno avvio le ricerche e i movimenti salienti dell’arte moderna.

Durante il soggiorno di convalescenza per la malattia che gli farà perdere l’udito, Goya lavora nella dimora madrilena denominata “Quinta(casa)del sordo”, realizzando una serie di quattordici dipinti ad olio sull’intonaco per arredare gli ambienti della casa. I dipinti sono caratterizzati da immagini tragiche e ossessive, note col nome di “pitture nere”, rappresentazioni delle angosce, delle crudeltà, delle miserie e delle ingiustizie.

La tonalità cupa, a tratti claustrofobica, e la trepidante disperazione si incarna nelle figure dipinte da Goya. Sensibile alle sofferenze fisiche e morali degli uomini partecipe dei loro drammi, Goya sa rendere mirabilmente il dolore, accentuando l’espressività dei visi sino a renderli maschere d’angoscia.

Dalle incisioni dei Capricci a quelle della Tauromachia, fino alla serie dedicata ai Disastri della guerra, Goya alternerà sempre la sua mansione di pittore di corte a quella di artista più autonomo, concentrato maggiormente sulle sue esplorazioni dell’irrazionale, dando libero sfogo alla sua fervida immaginazione e testimoniando lucidamente le contraddizioni che si addensano come nubi minacciose sulla propria epoca dolorosa.

Immagini relative alle famose “pitture nere” eseguite da Goya

“Il sabba delle streghe”, 1821-23, Madrid , Museo del Prado

 

 

 

“Il colosso”, 1808-10, Madrid , Museo del Prado
Nel fervore di una battaglia, uno spaventoso gigante appare all’orizzonte, incombente sulle masse in fuga. La terrificante visione di Goya fu probabilmente ispirata da alcuni versi scritti da un poeta spagnolo a proposito delle guerre napoleoniche: “sopra un anfiteatro roccioso s’innalza un livido colosso nella luce infuocata del sole calante “. Il dipinto rappresenta una potente evocazione delle catastrofi causate dalla guerra.

 

“Saturno divora un figlio”, 1821-23, Madrid , Museo del Prado

È noto l’antico mito a cui il dipinto è ispirato: il cruento Saturno divora i suoi figli perché teme di esserne un giorno spodestato. La crudeltà del gesto era significativa, per Goya, dell’irrazionalità celata nella cultura del passato.

 

 

Negli ultimi anni della carriera, Goya dipinse varie figure femminili.

“La maya desnuda” e “La maya Vestida” (1796-1798), museo del Prado, Madrid

Le celebri Maya desnuda e Maya vestida, mentre ricordano capolavori di predecessori come la “Venere allo specchio” di Velasquez e la “Venere” di Tiziano, mostrano una originalità nell’impostazione che avrebbe destato l’ammirazione di artisti che si impegneranno, come Manet dell’Olympia, in una evidente rilettura del maestro spagnolo.

La tela “La maya desnuda”, insieme alla compagna ”La maya vestida”, fu con ogni probabilità concepita in coppia: il dipinto con la ragazza vestita doveva coprire quello con la nuda, entrambe montate in una doppia cornice, come un coperchio che poteva essere sollevato. Distesa su cuscini di seta e su lenzuolo ricamato, in una semplice diagonale è distesa la maya, una delle immagini più famose della bellezza femminile, esaltazione e celebrazione trionfale della vita. La bellezza qui non è un canone astratto e ideale, ma appassionata partecipazione. Secondo una delle leggende più popolari della storiografia artistica, sarebbe stata la duchessa d’Alba la modella dei due famosi dipinti di Goya, per la quale l’artista provò una sconvolgente passione. Goya ebbe una relazione particolarmente stretta con la duchessa d’Alba, una delle donne più belle, intelligenti e potenti della corte madrilena. Il sensuale dipinto La maya desnuda fu la causa che portò Goya di fronte al sanguinario tribunale religioso dell’Inquisizione.

“Ritratto dell’attrice Antonia de Zarate” 1810-1811, olio su tela, cm 71×58 cm, Ermitage, San Pietroburgo

Nel “ Ritratto dell’attrice Antonia de Zarate” Goya abbandona il tipo romantico della Maya ed esprime una naturalezza più concentrata e assorta. Questa tela, eseguita nella piena maturità dell’artista, è uno straordinario esempio dell’eccezionale galleria dei ritratti che rivelano il lato più sereno della sua pittura.

La celebre attrice madrilena Antonia de Zarate (1775-1815), morta poco dopo l’esecuzione del ritratto, è qui raffigurata a mezzo busto su fondo cupo, che le conferisce vigore e intensità, fissandola come una presenza vivida, connotata da una malinconia sognante che si legge in particolare nei suoi grandi occhi tristi .

Protetto dall’aristocrazia, amico degli intellettuali, nel 1799 Francisco Goya divenne primo pittore di corte presso Carlo IV. Goya è un pittore di corte che si permette di rappresentare senza alcun abbellimento, spietatamente, una società in declino, basti osservare l’aria spaurita dei giovani nella Famiglia di Carlo IV e quella trionfante vuota del re.

“La famiglia di Carlo IV”, 1800-1801, olio su tela, m 2,8×3,36 m, museo del Prado

Questo dipinto rappresenta l’eloquente e pomposa immagine di una monarchia al crepuscolo, una sfilata di maschere quasi spettrali, fra le quali compare anche, in secondo piano a sinistra, il pittore davanti alla tela in una posizione del tutto incongrua. L’artista spagnolo descrive una galleria di personaggi coi volti bolsi, stolidi, appesantiti, vacui della famiglia reale. Goya svela i caratteri di una stirpe in decadenza: soltanto i bambini rimangono fuori dal fatuo teatro degli adulti.

La mancanza di adulazione che traspare dal quadro indusse un critico a commentare che il re Carlo IV e la regina Maria Luisa di Parma parevano” il fornaio della bottega all’angolo e sua moglie che hanno appena vinto la lotteria”.

Genesi di un capolavoro: “Il 3 maggio 1808”, 1814,olio su tela, m2,68×3,47m, Museo del Prado
“Luci ed ombra si dispiegano sopra atroci orrori” (Charles Baudelaire)

La scena rappresenta un episodio della feroce rappresaglia delle truppe francesi ordinate dal generale Murat nel tentativo di reprimere l’insurrezione del popolo spagnolo. Il motivo d’ispirazione non è il patriottismo ma l’orrore per la barbarie umana.Tutto esprime la cieca brutalità della violenza. Il soggetto celebrativo, eseguito sei anni dopo da Goya per perpetuare la memoria dell’eroica resistenza madrilena, è affrontato in maniera del tutto antiretorica: nel sangue tre cadaveri a terra, mentre un frate e alcuni popolani stanno per ricevere la scarica; accanto a loro sta arrivando un’altra fila di condannati che vanno a morire. È notte, contro il cielo buio si scorge il profilo della capitale, e in primo piano, circondato da luce penetranti, contro il muro illuminato da una lanterna, nel triste luogo chiamato oggi la Moncloa, avviene l’esecuzione brutale e spietata dei patrioti madrileni, insorti il giorno prima contro le forze di occupazione napoleoniche. L’attenzione è concentrata sulla figura del condannato in camicia bianca, fulcro drammatico della scena, con i capelli ricci e lo sguardo spiritato, con le braccia levate nel gesto della crocifissione, pronto alla morte, che sfida i soldati senza volto, piegati e raccolti nella mira, mentre il frate prega e gli altri danno segni disperati, lanciano sguardi di terrore. Per esaltare l’impatto emozionale del personaggio della figura centrale, che spalanca le braccia in un ultimo gesto di martirio,

Goya ne aumenta le proporzioni fisiche. L’artista non mostra il volto dei soldati francesi, reputandoli probabilmente meri strumenti di repressione. I soldati francesi sembrano spietati automi senza volto, implacabili giustizieri irrigiditi nel gesto di morte.

La camicia candida della figura centrale, prossima a essere trapassata dalle pallottole, diventa lo stendardo di una denuncia universale contro la guerra.

In un lago di sangue i cadaveri dei giustiziati si sovrappongono gli uni agli altri. Le cronache riportano che le fucilazioni avvennero alle quattro del mattino e furono uccisi quarantatré insorti.

Il dipinto diventa una denuncia della barbarie degli uomini, in cui si celebra il millenario culto della violenza e della morte. Nella guerra di Goya non vi sono né eroi né gloria, ma solamente morte e crudeltà, desolazione, angoscia per l’eterna tragedia dei vinti.

Questo dipinto fa parte di due degli episodi salienti dell’insurrezione di Madrid contro i francesi che Goya si offrì di dipingere per il re Ferdinando VII : “il 2 maggio 1808”; “lotta contro i mamelucchi alla Puerta del Sol”; “le fucilazioni alla montagna del principe Pio!

di Mattia Fiore

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