Francesco Mucci: «Nel labirinto dei linguaggi cerco il mio»

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«Credo che un artista non smetta mai di sperimentare nuovi linguaggi. A volte questi si colorano di differenze più sottili, difficili da decifrare».

Francesco Mucci, figlio d’arte, vive in un quotidiano artisticamente motivato con sua madre l’attrice Nunzia Schiano e il poliedrico Niko Mucci suo padre, cercando di sviluppare la propria personalità guardando da altra angolatura la realtà che lo circonda.

Francesco, che aria hai respirato in casa e quanto ha inciso sulla tua visione del mondo e sulle scelte professionali?

«Sicuramente nel creare un’idea di professionalità diversa da tanti coetanei. Il vivere le difficoltà delle letture dei testi, del mettere su un’opera artistica mi ha aperto alla curiosità ed al rispetto dei mondi che ognuno custodisce e dei mille modi di esprimerli. Il nostro bisogno di comunicare prescinde dalle forme che assume e spesso mi ritrovo a modificarle per creare un nuovo linguaggio. La commistione, la contaminazione, sono elementi fondamentali che hanno portato l’uomo a evolversi e come artisti credo abbiamo il dovere di sperimentare e intrecciare le arti».

In quali di questi riesci ad esprimere te stesso. Esiste un fil-rouge tra loro?

«Il minimo comun denominatore è sicuramente la scrittura. Del mondo musicale mi manca soprattutto la performance; ho uno stretto rapporto col teatro, con la natura viva della ripetizione, dell’unicità di ogni singola serata. Ho una necessità fisica di trovarmi sul campo, con tutta la sua frenesia, gli imprevisti, il brivido. In fin dei conti il filo rosso è la vita stessa».

La rete è piena di blog. Vuoi raccontarmi de “Il Grigio” e della scelta del nome?

«Il Grigio il cui nome deriva dal colore della copertina della mia tesi, è nato dalla necessità di sfogare un’enorme energia accumulata durante la sua scrittura. Lo start è stato Facebook dove ho scritto piccoli articoli. Da qui poi l’idea di un vero e proprio sito per recensioni cinematografiche, analisi delle novità dell’industria audiovisiva,l’entertainment. In seguito la trasformazione in un luogo dove trovare anche altri tipi di mie produzioni come videomaker e filmmaker sfociata nella firma de il Grigio Production».

“Corduroy” è stato il tuo primo lavoro. Com’è nato questo progetto e come è stato realizzato? 

«Corduroy è un’analisi dell’arte. E’ nato da una provocazione: può una persona arrivare a sacrificare fisicamente sé stessa per la realizzazione di un’opera? Da qui ho dato vita al personaggio di Marta Perna. L’unione delle competenze e degli sforzi di tutte le persone e collaboratori hanno permesso di realizzare questa storia in anticipo rispetto a quanto prefissato».

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Quali sono le motivazioni della scelta degli attori?

«È divertente per me poter attingere a un vero e proprio album delle figurine per scegliere gli interpreti dei miei lavori, o anche solo fantasticare su delle storie avendo già in mente degli attori. Già in fase di scrittura avevo in mente Maria, Lello, Raffaele e ovviamente Nunzia. Ognuno di loro aveva qualcosa, una sfumatura mai mostrata magari, ma che sapevo o speravo di poter tirare fuori per raccontare cose diverse da quelle a cui a volte un attore si abitua, gli archetipi che spesso uno ha difficoltà a togliersi di dosso».

Lavorare invece con tua madre, Nunzia?

«Non è stato sicuramente semplice. Il rapporto così inevitabilmente complicato, riguardava soprattutto l’aspetto personale, perché in famiglia siamo abituati ad avere rispetto del lavoro dell’altro, per cui non ho mai avuto dubbi su una buona collaborazione. La voglia di mettersi in gioco con uno sforzo collettivo verso un obiettivo comune, questo era importante».

Quali sono state le reazioni del pubblico e quali invece le tue aspettative?

«Un mio terribile difetto sono le aspettative. Corduroy m’ha insegnato molto da questo punto di vista. Sono felice di poter affermare che il nostro lavoro incuriosisce e provoca sempre delle interessantissime discussioni,anche perché la regia è stata pensata chiedendosi costantemente dove si trovasse di volta in volta il pubblico rispetto ciò che stavamo mostrando».

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“Preada” è il tuo ultimo cortometraggio. Perché l’idea del crowdfunding?

«Praeda è un progetto complesso e rappresenta per me una sorta rilancio. È la storia di un mondo allo sbando, in cui il cannibalismo diventa addirittura legale. È la storia di una sopravvissuta solitaria che mostra in tutta la sua forza le proprie debolezze e le proprie pulsioni. Il crowdfunding è stata una scelta naturale e correlata al tipo di progetto. Il desiderio di trovare una strada alternativa, più indipendente e che coinvolgesse il pubblico fin dai primi passi del progetto. Una conseguenza credo della lezione intrinseca che sa darti il cinema: insieme si può!»

 

di Angela Di Micco

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