La fotografa americana che aveva un rapporto privilegiato con l’Italia Corpo, storia e sperimentazione illuminano gli scatti di Francesca Woodman. Un colpo d’occhio sulle immagini realizzate dalla fotografa in Italia – durante l’anno passato a Roma, tra il 1977 e il 1978 – e un omaggio al legame profondo che univa la Woodman e il Belpaese, dove l’artista soggiornò in più occasioni. La Capitale rappresentò per lei un fertile terreno di ricerca, garantendole un dialogo diretto con luoghi (emblematico il Pastificio Cerere) e colleghi come Giuseppe Gallo, Enrico Luzzi e la giovane pittrice Sabina Mirri, divenuta poi uno dei suoi soggetti preferiti. Una fisicità eterea, riportata alla concretezza della carne dal movimento di braccia e volti, presenze fantasmatiche e posture plastiche si alternano, all’insegna di un passato ancora presente e di un qui e ora inquieto, al limite tra vita e morte.
Difficilmente gli autoritratti di Francesca Woodman lasciano indifferente chi li osserva. Possiedono un’intensità, un magnetismo tale da indurre lo spettatore a domandarsi se una parte dell’anima dell’artista non sia filtrata attraverso la lente fotografica per fissarsi indelebilmente su pellicola. Questo precoce talento, che molti critici d’arte definiscono genio, nasce in Colorado nel 1958, figlia di due noti artisti statunitensi. Si dice che all’età di 13 anni Francesca creò il suo primo autoritratto, portando avanti da quel momento in poi una strenua ricerca personale che si concluderà poi nel 1981, quando, a soli 22 anni, si toglierà la vita. Il genio, la fragilità, la ricerca d’identità e di riconoscimento sono tutti temi presenti negli autoscatti, rigorosamente in bianco e nero, della Woodman.
Quarant’anni dopo, questi temi sono oggi ancora al centro del dibattito tra gli adolescenti di tutto il mondo, che utilizzano lo “specchio nero” dello schermo di uno smartphone per plasmare il proprio “io” e ritagliarsi uno spazio esclusivo nella società. Questo soggiorno si rivelerà poi fondamentale per lo sviluppo artistico e la creazione di una visione estetica personale di questa artista.Nello specifico, nei mesi romani la giovane fotografa esplora nuovi tipi di composizione e prospettiva, ispirandosi a maestri fiorentini come Giotto e Piero della Francesca, che ben conosceva e ammirava. Fino al 10 marzo presso la Galleria “Al Blu di Prussia” di Giuseppe e Patrizia Mannajuolo e diretta da Mario Pellegrino in via Gaetano Filangieri, 42 si potrà ammirare “Francesca Woodman fotografie dalla collezione di Carla Sozzani”, a cura di Maria Savarese, la prima mostra monografica a Napoli della Woodman.
L’esposizione de “Al Blu di Prussia” rientra nel più ampio progetto espositivo inaugurato il 12 gennaio Between Art&Fashion al Museo Villa Pignatelli-Casa della Fotografia nell’ambito degli Incontri internazionali d’Arte promossi dal MiBACT-Polo Museale della Campania e realizzato in collaborazione con la Fondazione Sozzani della collezionista Carla Sozzani, giornalista, gallerista e businneswoman milanese nonché sorella della direttrice di Vogue Franca Sozzani (scomparsa nel 2016), e la FondazioneMannajuolo di Napoli. Le quindici opere esposte nella storica galleria fondata da Guido Mannajuolo nel 1945 e riaperta alla città nel marzo 2008, con una offerta espositiva sempre al top del panorama artistico partenopeo, riguardano una ricerca-azione realizzata durante un suo soggiorno romano negli anni 1977-78 e durante la permanenza nella sua casa toscana dove sin da bambina trascorreva le vacanze estive.
Il suo strettissimo legame con l’Italia ha impresso una visione classica alla sua poetica d’artista consapevole che la Storia si scrive creando fratture con il dejà vue.
Ma lo spessore culturale della Woodman lo si coglie in ogni suo prodotto, video o fotografico che sia, in cui l’artista sembra abbia lasciato la sua anima.Francesca Woodman, morta suicida a soli 23 anni, con i suoi corpi dalla fisicità eterea in grado di dialogare con luoghi e personaggi, ha lasciato un segno nell’evoluzione artistica del XX secolo entrando a pieno titolo nella storia della fotografia.

di Angela Mallardo

TRATTO DA Magazine Informare N°191
Marzo2019

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