Ugo Pons Salabelle: «Insegno l’importanza del saper “scrivere” e “leggere” bene la fotografia»

Ugo Pons Salabelle - Photo credit Carmine Colurcio

Ugo Pons Salabelle classe ’54 napoletano, fotografo di still life, food e portrait, premiato più volte come miglior fotografo pubblicitario e di comunicazione. Ha iniziato a scattare nel lontano ’73, preso dalla sua passione per la cinematografia, lasciò gli studi di filosofia, per fare l’aiuto regista a Roma. In realtà il suo intento era quello di specializzarsi in fotografia di comunicazione. Collabora così con le più grandi aziende italiane e internazionali nella pianificazione dell’immagine aziendale. Inizialmente orientato verso architettura e design, realizza vari redazionali per le maggiori testate nazionali come Vogue Casa e Domus. Tra i suoi lavori più importanti ricordiamo: la campagna stampa in USA e Giappone di Mario Valentino, il calendario Trussardi, Fiat, Yamamay, Pasta Garofalo, MSC Crociere Italia e Amnesty International Italia.
Inoltre ha insegnato Fotografia al corso di disegno industriale per la moda alla SUN, e attualmente insegna Fotografia Pubblicitaria presso l’ILAS (Istituto Superiore di Comunicazione Visiva) a Napoli.

Qual è il valore principale che cerchi di insegnare ai tuoi studenti?

«Provo ad insegnare l’importanza del saper “scrivere” e “leggere” bene la fotografia. Perché in un mondo “cieco” c’è bisogno di comunicare in modo diretto e fruibili a tutti.  Fortunatamente nel corso della mia carriera ho formato ragazzi molto bravi che mi hanno dato notevole soddisfazione dal punto di vista professionale, quindi mi aspetto che ci siano tante altre persone, come loro, che danno continuità alla buona fotografia di comunicazione».

Come si fa la differenza nella fotografia pubblicitaria?
«In pubblicità per fare la differenza è necessario che cliente sia sufficientemente intelligente e esperto di immagine, infatti non ci sarebbero stati tanti grandi artisti senza dei mecenati che avrebbero commissionato un lavoro.
In passato nelle agenzie pubblicitarie c’erano art director capaci, esperti e cultori di immagini e quindi capaci di fare la differenza. Lo stesso vale per le riviste, nelle quali c’erano i photoeditor di livello, senza i quali un fotografo difficilmente avrebbe potuto avere visibilità.
Cito, ad esempio, il film “I sogni segreti di Walter Mitty” con Ben Stiller, il quale interpretava il photoeditor della rivista “Life”, e il fotografo ufficiale consegnò, come foto di copertina dell’ultimo numero della rivista (in fallimento), uno scatto di lui, per far intendere quant’era stata importante la sua figura nel magazine.
Io avuto la fortuna di lavorare con Giovanni Mennella, art director dalle idee formidabili, idee che dovevo cercare di trasformare in immagini: ad esempio realizzammo una tazzina di caffè con il fumo a forma di Italia, una pubblicità che non serviva solo a vendere, ma a far capire che quel caffè era italiano. Oggi con internet e con la scarsa cultura fotografica si tende a saltare questo passaggio».

Dunque questa è la morte della pubblicità?
«Imputo la colpa ai pubblicitari che diventano dei divi, non pubblicizzando i prodotti ma se stessi. Spesso sul web si trovano tante bellissime foto, ma che non comunicano nulla. La pubblicità è la comunicazione attraverso i mass media, ed è in cattivissima salute a causa dell’analfabetismo di immagine dovuto al fatto che le persone non leggono più».

Si può fare il fotografo pubblicitario a Napoli?
«Napoli è in continua crescita, esiste talmente tanto da comunicare, se gli imprenditori investissero parte dei loro guadagni in buona comunicazione abbiamo delle possibilità commerciali, turistiche e culinarie immense. Lo dico da sempre “Napoli dovrebbe essere la nuova Hollywood”, nel senso che abbiamo delle location uniche per lavorare, introvabili nelle altre città del mondo. Tuttavia la città sta imparando a cambiare in positivo nell’ambito di comunicazione».

Hai vissuto il passaggio dall’analogico al digitale, ti senti nostalgico della pellicola?
«Io per natura non sono un nostalgico, però con l’analogico i fotografi avevano necessità di determinate competenze per arrivare ad un importante risultato professionale. Oggi, con l’avvento del digitale, dal punto di vista professionale si è abbassato il livello, perché tutti pensano di poter fare fotografia, sebbene molti siano stati i miglioramenti tecnologici e qualitativi».

C’è un unico filo conduttore che caratterizzano le tue fotografie?
«All’interno di uno scatto ho sempre cercato di vedere qualche cosa di più e di riportarlo a quella che è la mia cultura visiva, composto da un misto di piacere estetico e di forza comunicativa. Le tre caratteristiche che mi contraddistinguono da sempre sono la cura maniacale per la luce, la composizione ed essere un fotografo a colori e molto poco in bianco e nero».

Durante la tua carriera c’è qualcosa che potevi fare e che non hai fatto?
«Si, molte! Ad esempio intorno agli anni ’90 avevo avuto un contatto importante nel mondo della moda, ma sarei dovuto rimanere a Milano, ma non ho colto l’occasione.
In Italia e in tutto il mondo occidentale si parla spesso di PIL (Prodotto Interno Lordo ndr.) e tutto viene quantificato sempre e solo con il denaro, invece c’è un paese Buhtan dove affiancato al PIL c’è il PIF (Prodotto Interno Felicità ndr.), con questo dico che ci deve essere rispetto professionale per il lavoro, però pensare che nella vita sei solamente quello che fai, non l’ho mai assolutamente pensato. Se mi domandassero tu sei un fotografo? Rispondo: “Si sono un fotografo, ma anche un kayker, un padre di famiglia e il compagno di mia moglie”».

di Gabriele Arenare e Carmine Colurcio

gabriele.arenare@yahoo.it
carmine.colurcio@gmail.com

Articolo a pag 25 di INFORMARE Marzo 2017.

About Gabriele Arenare

Classe '88. Laureato in Informatica (Tecnologie Multimediali), presso il dipartimento di Scienze e Tecnologie dell’Università degli Studi di Napoli "Parthenope". Diplomato in Fotografia pubblicitaria, Grafica pubblicitaria ed editoriale e Web Design presso l’ILAS (Istituto Superiore di Comunicazione visiva) a Napoli.