Quanto costa il rispetto per sè stessi? Quante volte, un uomo, ha la forza di scegliere la dignità alla convenienza? Tenete ben a mente queste domande poiché cruciali per comprendere la storia di Gaetano Saffioti.

Gaetano è un imprenditore di Palmi (in provincia di Reggio Calabria, ndr), proprietario dell’azienda “Saffioti calcestruzzi e movimento terra”. Il territorio in cui opera è estremamente complesso e, Gaetano, fin da subito deve fare i conti con la legge della ‘ndrangheta. Le varie ‘ndrine cominciarono ben presto a limitare la sua libertà imprenditoriale.

I metodi utilizzati sono caratteristici di un’organizzazione criminale perfettamente insediata nel potere di un comune; le ‘ndrine decidevano a quale appalto o meno poteva partecipare, quali operai assumere e a quale fornitore riferirsi per l’acquisto di un materiale, il tutto contornato dalla celebre “legge del pizzo”. Gaetano ha spesso affermato che le ‘ndrine riuscivano a conoscere anticipatamente eventuali accrediti bancari e, prontamente, riscuotevano una percentuale che poteva andare dal 3% al 15%. Le estorsioni continuano e Gaetano sottostà alle imposizioni della ‘ndrangheta. Fino al 2002. In quell’anno decide di liberarsi da quella schiavitù e inizia a collaborare con la giustizia. La prima operazione, effettuata con la fondamentale collaborazione di Gaetano, è nominata “Tallone d’Achille”; porterà all’arresto di 48 persone facenti capo alle famiglie mafiose di spicco: dai Bellocca ai Gallico e Romeo. Questo coraggioso imprenditore collaborerà in diverse altre operazioni, fino ad essere l’unico imprenditore, nel 2012, ad accettare il lavoro di demolizione della villa abusiva di proprietà di Giuseppina Bonarrigo, madre dei principali esponenti del clan Pesce di Rosarno. Una strada di coraggio, la storia di un uomo esemplare e stimato da tutti per la sua forza, ma non è esattamente così. Gaetano ora è, sì, un uomo libero, ma completamente isolato per via delle sue denunce. Vive da anni sotto scorta e continua a subire un costante isolamento lavorativo nel suo territorio, perché, spesso nei comuni calabresi, chi parla è un traditore.

Gaetano, nel 2002 decidi di denunciare le richieste estorsive provenienti dalla ‘ndrangheta, cos’ha comportato per te e per la tua azienda quella denuncia?
«Emarginazione totale, come previsto d’altronde, l’avevo messo in conto».

Dopo il 2002, qual è stata la reazione dei cittadini di Palmi a quella notizia?
«Indifferenza e omertà, ci vogliono esempi e tempo per far comprendere che non c’è più schiavo di colui che crede di essere libero, senza esserlo veramente; ed è quello uno dei motivi per cui resto in Calabria».

C’è chi analizza la ‘ndrangheta per la sua struttura, per i suoi incredibili rapporti internazionali, ma tu l’hai vista agire proprio dinanzi ai tuoi occhi. Com’è quest’organizzazione nei confini comunali? Come viene vissuta dai cittadini dei piccoli paesi?
«La mentalità offuscata calabrese vede nella ‘ndrangheta lo Stato parallelo. Che ti risolve piccoli problemi, il potere, e se ti fai i fatti tuoi e ti adegui avrai solo benefici e nessun problema, perché loro sono il passato, il presente ed il futuro. Cerco di far capire invece che il re non è re perché re, ma il re è re perché ci comportiamo da sudditi».

Per un periodo anche tu sei stato costretto a sottostare alla legge del pizzo, cosa pensavi in quei momenti e cosa ti ha fatto cambiare idea?
«Chi nasce e vive in questa terra pensa che non ci sia scelta: o paghi e ti adegui al sistema, o vai via; mai denunciare, avrai solo problemi e tacciato di infamità. Esiste invece un’altra scelta; certamente impervia e difficile ma la dignità e la libertà non hanno prezzo: perché la dignità non si compra e non si vende, si conquista e si difende».

La lotta contro il pizzo è una realtà anche qui, nel napoletano e casertano, cosa ti senti di dire a quei piccoli imprenditori ancora silenti?
«L’importanza del messaggio che volevo fosse recepita soprattutto dai miei conterranei, è quella di riflettere sul fatto che un giovane, all’età di 40 anni, nel pieno sviluppo della vita e della sua attività, sia rimasto sordo alle sirene del malaffare del potere economico e sociale che tranquillamente, da come si erano ultimamente sviluppate ed evolute le strategie della ‘ndrangheta, avrebbe comodamente avuto abbandonando ogni minimo scrupolo. Ricordarsi che la vita non dipende da quello che succederà domani ma da come si saprà reagire; che non c’è più schiavo di colui che crede di essere libero senza esserlo ma che purtroppo si vis pacem para bellum».

Ti sei opposto ai Pesce nel comune di Rosarno, hai collaborato con la magistratura per inchieste come “Cosa mia” e “Arca”; Gaetano Saffioti ha mai avuto paura di ciò che ha fatto?
«L’importante è non confondere paura con il terrore, che ti paralizza, crea panico. La paura serve a riconoscere i pericoli, anche quotidiani e semplici, dando la possibilità di evitarli o affrontarli prendendone le giuste misure. Per vincere la paura di ritorsioni non è servito trovare il coraggio ma una paura più forte: quella di non aver fatto nulla per cambiare le cose e lasciare in eredità a chi verrà dopo di me un mondo malato. I nostri figli devono poter respirare “il fresco profumo di libertà”. La vita è fatica, ma vivere con il rimorso è la fatica più pesante».

Parliamo della ‘ndrangheta oggi: cosa è cambiato e cosa no.
«La ‘ndrangheta spara di meno e non si nasconde né ha bisogno di affermare la sua potenza con dimostrazioni di forza. Gli imprenditori fanno a botte per essere “prescelti”, lo stesso vale per i politici che fanno la fila alla casa del boss. Fintanto che l’illegalità albergherà nella testa dei singoli cittadini, il fenomeno non finirà, anzi crescerà sempre di più perché affonda le radici nella perdita di identità e valori morali. Deve essere chiaro a tutti, specie a chi non essendo coinvolto direttamente crede erroneamente che sia un problema di altri, che i soldi che vanno alla criminalità di fatto sono proprio di questi cittadini. Gli im-prenditori commercianti etc., facendo la cresta sulle fatturazioni, aumentando il costo del prodotto, o depotenziando i materiali recuperano quanto dato. Poi non indigniamoci se cade un ponte, o crolla una scuola e a volte muore qualcuno. Domandiamoci: sarebbe successo ciò che è successo se non fossi stato indifferente?».

di Antonio Casaccio

Tratto da Informare n° 183 Luglio 2018