Se oggi ci troviamo ancora a combattere per abolire pregiudizi e categorizzazioni e a contrastare odio e intolleranza, immaginiamo quanto possa essere stato elevato il prezzo da pagare per chi, in passato, manifestava la libertà di essere semplicemente se stesso. Innumerevoli difficoltà hanno pesantemente riguardato la vita di Cosimo Cosma, o meglio, “La Tarantina”.

Le parole del regista

L’ultimo femminiello dei Quartieri Spagnoli, parte di una generazione che ha segnato il passato di Napoli e dei Quartieri stessi, oggi, a 84 anni, ha deciso di raccontarsi alle nuove generazioni. Il racconto avviene attraverso un docu-film e uno spettacolo teatrale nati da un’idea del regista e drammaturgo napoletano Fortunato Calvino, che ha dichiarato ad Informare: «Non tutti i femminelli sono disposti a raccontarsi, de “La Tarantina” mi ha sorpreso proprio il voler trasmettere alle future generazioni la sua storia. Si tratta di un racconto drammatico, perché tratta di violenza subita e soprusi, ma descritti con leggerezza e con il sorriso sulle labbra. La Tarantina non è un’attrice, ma una persona vera che diventa profeta della sua intensa vita, vissuta gran parte in una Napoli che non c’è più e che, per questo, permette anche di elaborare una memoria storica.

La storia però parte da Avetrana, quando Carmelo Cosma (La Tarantina), “colpevole” di un evidente cambiamento, viene abbandonato dai suoi affetti. Così, ancora minorenne, giunge a Napoli, ma l’emarginazione e le discriminazioni subite, per evitare la vita di strada, la portano ad avvicinarsi al mondo della prostituzione. Poi, a Roma, si trova a frequentare i più grandi salotti letterari e culturali del periodo della “dolce vita” e a conoscere Fellini, Pasolini».

Dove nasce la storia de la Tarantina

Una storia che affonda le proprie radici lontano nel tempo, ma che spiega perché molte barriere ancora non riescono ad essere valicate e lasciate alle spalle. Sicuramente, rispetto al passato, parte dei pregiudizi sono superati e le condizioni sono meno restrittive. La Tarantina, dopo offese e abusi, oggi è un simbolo dei Quartieri e le è stato dedicato anche un murale. 

«Ci sono, però, ancora una serie di pregiudizi da abbattere. “La Tarantina” non ha mai rivisto la sua famiglia. I fratelli la cacciarono, picchiarono e le impedirono di vedere la madre persino in punto di morte. Una situazione di rifiuto totale e chiusura mentale. Oggi, come allora, esistono famiglie che non riconoscono i propri figli perché omosessuali. C’è un senso di odio contro il diverso, che sia di pelle, che sia sessuale ed è per questo motivo che, il teatro ha una responsabilità morale in merito. Bisogna avere il coraggio di trattare determinate situazioni e tematiche. Io non porto in scena un fenomeno, ma un essere umano portavoce della sua storia».

Come avviene la narrazione

Quello che colpisce è il modo crudo con cui, attraverso una semplice tombola e i numeri della smorfia napoletana, La Tarantina mette insieme i tasselli della sua storia, supportata da altri attori. Lo spettacolo, essenziale e per niente artefatto, ha debuttato prima a Roma e poi nell’ottobre scorso al Teatro Nuovo di Napoli. Inoltre, una parte del film documentario, a cui ha collaborato anche l’Università di Napoli Federico II, è stato presentato in diversi festival, LGBT e non, tra cui Torino, Trieste e New York.  Fortunato Calvino ha fatto una scelta coraggiosa, insolita e non convenzionale. Mettere il pubblico davanti a questa storia-verità non è semplice, però è sicuramente la strada da inseguire per normalizzare queste tematiche, per combattere l’odio, lo scetticismo e seminare tolleranza e accettazione. 

Lo scopo dello spettacolo

«Il messaggio è soprattutto per i giovani: oltre le cose già sentite e viste, oltre la retorica e l’ipocrisia che insonorizzano determinati mondi, questo spettacolo permette di conoscere una realtà e scuote le coscienze, perché rivaluta un mondo che visto dall’esterno può apparire come una mera componente e deformazione sessuale. Invece, la vita di queste persone è determinata da una scelta di cambiamento, che non è conforme ai canoni della tradizione, che non in tutti i casi porta a cattive strade e che è, soprattutto, una scelta dolorosa perché la società la fa pagare. Per cui, per far in modo che questo non avvenga, bisogna sensibilizzare la comunità al tema. E questa consapevolezza può radicalizzarsi soprattutto col teatro».

Soltanto quando questa consapevolezza si radicalizzerà, grazie a chi, come Fortunato Calvino, ha il coraggio di rappresentare queste storie, la libertà di essere se stessi non avrà più nessun prezzo da pagare.

di Mara Parretta 

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°198
OTTOBRE 2019

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