Fondazione Isaia: dignità tecnica, storica e culturale del mestiere sartoriale

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Promossa dallo storico marchio partenopeo di abbigliamento maschile di alto profilo, la “Fondazione Enrico Isaia e Maria Pepillo” è stata costituita per la promozione e gestione di progetti socio-culturali in un indissolubile binomio tra moda e cultura.

Le iniziative attualmente in opera della Fondazione sono il corso di lingua napoletana, la scuola di sartoria e un progetto di ricerca storica in tre volumi. Abbiamo incontrato Tommaso D’Alterio, presidente della Fondazione Isaia, per approfondire le motivazioni alla base dei progetti.

Presidente D’Alterio, come nasce l’idea di istituire un corso di Lingua Napoletana?

«Da sempre il marchio Isaia comunica in due lingue, l’inglese e il napoletano, pertanto ci è sembrato doveroso cominciare proprio dall’approfondimento di questa lingua analizzandone le origini, la fonetica, la semantica, l’etimologia, la morfologia e la sintassi.

Il nostro approccio, da Fondazione, è stato meno irriverente rispetto alla campagna pubblicitaria del marchio e più accademico per permettere a chiunque di approcciarsi alla lingua. Ci siamo inoltre affidati alla collaborazione di Davide Brandi dell’associazione “I Lazzari” per l’organizzazione delle lezioni, ma sono molte le collaborazioni che abbiamo intrapreso con altre associazioni no-profit ormai consolidate.

Il corso ha suscitato grande interesse sin dalla prima lezione, registrando presenze ben oltre quelle preventivate.
Un dato che mostra l’interesse del pubblico alla cultura partenopea, filo rosso conduttore delle nostre altre iniziative».

Altra importante iniziativa della Fondazione Isaia è l’istituzione della scuola di formazione per sarti, già citata da Altagamma nel libro “I Talenti del Fare”, come luogo di formazione d’eccellenza. Ce ne può parlare?

«Gianluca Isaia (AD dell’azienda ndr.) negli ultimi anni ha avvertito una carenza sempre crescente di sarti specializzati. In particolare a Napoli stiamo assistendo a un salto generazionale, con una mancanza di nuovi sarti da almeno 15 anni.

Una situazione che ci costringe a formare noi stessi i sarti che assumiamo e che si traduce in un costo elevato per qualunque azienda.
Il nostro obiettivo è quello d’impedire la scomparsa del mestiere sul territorio, creando una fucina di giovani intenti ad apprendere la sartoria specializzata.

Vogliamo trasmettere loro il know how del sarto moderno, affiancando l’arte allo studio dell’inglese, del digital, del funzionamento del mercato. Gli forniamo tutto ciò che può prepararli ad affrontare il mercato attuale, dove le commesse acquisite all’estero necessitano di un processo produttivo complesso e con una precisa timeline.

In breve, si tratta di preservare la parte tecnica del saper fare inserendola in un sistema di mercato moderno».

Cosa ci può dire del progetto di ricerca storica già avviato e che presto vedrà la pubblicazione del primo volume intitolato “Napoli Belle Époque”?

«È stata una mia personale proposta. Ho una preparazione basata su un dottorato di ricerca storico-economica, ma la passione non mi ha abbandonato. Si tratta di un percorso di ricerca dedicato alla nascita e allo sviluppo dell’arte sartoriale napoletana.

Abbiamo cominciato dal 1800, quando il sarto di corte diventa sarto borghese e compaiono le prime botteghe.
Un periodo definito “Belle Époque”, ricco di fermento economico e sociale con grande mondanità, che ha fatto da humus per la domanda sartoriale.

Il napoletano ama mostrarsi ostentando il suo status, la sua raffinatezza e il suo buon gusto. Nasce così uno stile unico e originale che adatta alle esigenze dei clienti partenopei i più famosi parametri dello stile british, come ad esempio sfoderando le giacche affinché siano più leggere, oppure rendendole più comode in quanto a noi piace gesticolare.

L’aggiunta di particolari unici, come la tasca a barchetta, ne definiscono l’unicità stilistica e la qualità manifatturiera».

Progetti differenti in un unicum narrativo: studiare il passato per valorizzare il futuro, restituendo dignità a un mestiere artigianale di alto livello.

di Maria Rosaria Race e Raffaele Ausiello

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°195
LUGLIO 2019

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